La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi è stata in primo luogo costruita sulla conquista degli swing states dati alla vigilia come destinati ad essere contesi sino all’ultimo tra democratici e repubblicani e sul successo, in partenza difficile da pronosticare, in alcune tradizionali roccaforti democratiche, la cui sottrazione ha garantito al tycoon newyorkese un vantaggio significativo.Tra gli stati che maggiormente sembravano rappresentare un fattore decisivo alla vigilia del voto, la Florida era sicuramente il premio più ambito. I 29 voti elettorali garantiti dallo Stato del Sud-Est degli USA vanno infatti a sommarsi alla tradizionale sfuggevolezza degli esiti elettorali a Miami, Orlando e dintorni, e la vittoria conseguita dal candidato repubblicano ha avuto un’importanza paragonabile a quella ottenuta di stretta misura da George Bush contro Al Gore nel 2000, che fruttò la presidenza al Governatore del Texa. Trump ha collezionato 4,59 milioni di voti contro i 4,62 della Clinton, vincendo col 49% dei suffragi contro il 48% dell’avversaria e ponendo le premesse per la sua affermazione sul venire meno dei pronostici dei media, che prevedevano un’incidenza decisiva del voto ispanico favorevole alla candidata democratica.In Ohio, nonostante la campagna agguerrita condotta contro Trump dal suo avversario in campo repubblicano John Kasich, l’affermazione del tycoon repubblicano è stata netta, perentoria e certificata dal 52% delle preferenze contro il 44% raccolto dalla Clinton. Questo Stato ha rappresentato, negli ultimi decenni, il vero e proprio “apriporta” della Casa Bianca: l’Ohio ha infatti votato a favore del candidato vincente dal 1960 in avanti, e anche in questo caso non ha fatto eccezione.Nello Utah, invece, non si è verificato il “fuoco incrociato” temuto da Trump, dato che la prestazione del candidato indipendente mormone McMullin non è stata sufficiente per garantirgli la vittoria dei 6 Grandi Elettori garantiti dallo Stato di Salt Lake City. McMullin si è fermato infatti al 21%, non riuscendo nemmeno a insidiare il secondo posto della Clinton (29%) e finendo doppiato, staccato di 150.000 voti, da Donald Trump (150.000). Più risicato, invece, è stato il margine conquistato da Trump in Pennsylvania: 70.000 preferenze, che hanno garantito un margine minimo (49% contro 48%) per garantire al candidato repubblicano lo sfondamento in una tradizionale base di consenso democratica. Ancora più inaspettati, senz’altro, sono stati i successi di Trump nella regione dei Grandi Laghi. Il Michigan e il Winsconsin si sono infatti aggiunti all’Indiana, rafforzando con 26 voti elettorali la leadership di Trump e consentendo un’analisi a tutto tondo delle reali determinanti del voto. Winsconsin e Michigan, infatti, sono stati duramente colpiti dalle conseguenze economiche della Grande Crisi del 2007-2008 e, più di altre componenti dell’Unione, il loro caso è paradigmatico degli effetti prodotti dalla recessione e delle loro ripercussioni politiche.Di fronte agli operai di Detroit rimasti senza lavoro, alle difficoltà dei lavoratori di uno dei poli manifatturieri storicamente più produttivi d’America le proposte economiche del tycoon repubblicano, favorevole a una profonda reindustrializzazione degli USA e al rilancio della produzione interna hanno rappresentato un fattore decisivo. La sconfitta di Hillary Clinton nei due Stati dei Grandi Laghi rappresenta un dato significativo ma non completamente sorprendente se si considera che, nel corso delle primarie democratiche, l’ex First Lady non era stata in grado di sopravanzare lo sfidante Bernie Sanders e aveva dovuto cedere il passo al Senatore del Vermont: in Michigan Sanders aveva prevalso di stretta misura e in Winsconsin aveva prevalso col 56,6% contro il 43,1% della Clinton; questo è indicativo se si pensa che il blocco sociale di riferimento della dialettica politica del candidato progressista era incentrato sulla middle class duramente provata dalla crisi, sulla cui ripresa economico-sociale Sanders aveva posto le basi della sua corsa alla nomination. Non è da escludere che parte dei consensi che sono andati a Sanders nelle primarie democratiche abbiano, in seguito, incrementato il bottino elettorale di Trump nei due Stati o si siano tramutati in astensioni, finendo inevitabilmente per erodere le chances di vittoria di Hillary Clinton. La questione sul ruolo giocato dai votanti di Sanders nella determinazione del successo di Trump va posta come primaria se si vuole comprendere sino in fondo la reale dinamica che ha condotto alla vittoria repubblicana. Se apparentemente sembrerebbe difficile ipotizzare che la maggioranza dei votanti liberal, progressisti e di sinistra che ha sostenuto Sanders abbia appoggiato attivamente Trump nel voto dell’8 novembre, è al tempo stesso importante rilevare l’incapacità della Clinton di porsi come candidata in grado di unificare il fronte democratico. Il mondo progressista USA ha criticato Sanders dopo la sua dichiarazione di endorsement alla Clinton, che al tempo stesso ha provato a ricucire lo strappo inserendo nel suo programma alcune delle posizioni propugnate da Sanders, prima fra tutte l’aumento del salario minimo, ma si è ripetutamente dimostrata incapace di credere in esse sino in fondo. È altamente probabile che, più che in un voto a Trump, i consensi ottenuti da Sanders nelle primarie siano confluiti ad alimentare il “partito dell’astensione” nel voto dell’8 novembre: se infatti, a livello nazionale, i due candidati Obama e Romney hanno ottenuto un totale di 126,8 milioni di voti nel 2012, Trump e Clinton coi loro 117,6 milioni di voti complessivi sono andati molto lontani dal raggiungere lo stesso risultato. Il peso dell’astensione ha finito per gravare maggiormente sull’ex First Lady, penalizzata dalla sua posizione dichiaratamente interna al blocco di potere tradizionale, che ha finito per alienarle una fascia di elettorato sostanzialmente poco incline a vedere differenze tra il candidato repubblicano e una democratica giudicata lontana da determinate componenti della base del partito.Un ultimo discorso va fatto analizzando lo storico esito del voto presidenziale americano alla luce dell’evoluzione conosciuta negli ultimi anni dalla crisi economica e dai processi di globalizzazione: i risvolti negativi dell’evoluzione dei due fenomeni si sono riflessi sulla società americana provocando una serie di dirompenti conseguenze, connesse principalmente all’aumento delle disuguaglianze economiche e dei livelli di disoccupazione. In un contesto che ha visto il reddito dell’1% più ricco della società americana crescere del 275% tra il 1979 e il 2011 e, in parallelo, quello del 20% più povero incrementarsi di un misero 18% nello stesso periodo, è evidente come la spaccatura provocatasi nel sistema USA, amplificatasi negli ultimi anni, abbia finito per avere importanti ripercussioni politiche. La vittoria di Trump può dunque essere considerata in parallelo alla vittoria del “Leave” al referendum sulla Brexit sottolineando il ruolo giocato nella sua determinazione dalla volontà di riscossa degli “sconfitti della globalizzazione”, cioè delle fasce della società americane che hanno pagato in prima persona fenomeni come la perdita dei posti di lavoro dovuta alla delocalizzazione della produzione industriale. Questo dato è stato sicuramente importante nella determinazione dell’esito finale delle elezioni contribuendo a indirizzare il risultato di alcuni Stati importanti come il Michigan, il Winsconsin e la Pennsylvania.Al di là di una lettura semplicistica, dicotomica e superficiale che tende a polarizzare i blocchi sociali di riferimento della Clinton e di Trump, è opportuno concludere rilevando come la realtà dei fatti abbia dimostrato come la vittoria del candidato repubblicano sia stata determinata proprio dalla maggiore solidità della sua base di riferimento: da Stato a Stato, Trump ha saputo fare colpo sulla middle class dal Montana alla Florida, dal Texas alla Pennsylvania, ricavando lauti dividendi da un consenso trasversale a cui si contrapponeva quello più incerto, liquido e non inquadrabile concretamente, su cui si poggiava la piattaforma elettorale della Clinton.

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