L’essere uno Stato non dovrebbe essere un problema di cui discutere in un Paese democratico. Non quando si parla di Washington, D.C., la capitale degli Stati Uniti d’America, da non confondere con lo stato di Washington, la prima situata sulla costa orientale, il secondo a nord-ovest dell’America, sulla costa del Pacifico e al confine con il Canada.

Non una differenza così scontata neanche per gli americani, aiutati però da quella sigla che da secoli indica il distretto federale di cui fa parte: la città di Washington coincide infatti sia territorialmente che politicamente con il Distretto di Columbia, previsto dalla Costituzione dell’Unione e formalizzato dall’omonimo atto agli inizi dell’Ottocento. Se due secoli fa il distretto comprendeva le contee di Washington ed Alexandria, un referendum prima ed un ulteriore Atto poi, soppressero la contea di Washington e donarono Alexandria allo stato della Virginia, facendo sì che la Città di Washington e il Distretto di Columbia diventassero una stessa entità, condividendone la personalità giuridica.

Oggi Washington, D.C. si estende su una superficie di 177 chilometri quadrati, nonostante l’area metropolitana si sviluppi anche su 7 contee dello stato del Maryland, su cinque contee della Virginia e su cinque città autonome dello stesso Stato.

Un po’ confusionario per la città che ospita le principali istituzioni di governo degli Stati Uniti, dal presidente al Congresso e alla Corte Suprema, così come ministeri, enti federali e diverse organizzazioni internazionali.

Fin qui tutto bene, se non fosse che la capitale degli Stati Uniti non gode degli stessi diritti di voto del resto del paese: “Tassazione senza rappresentanza”, si legge sulla maggior parte delle targhe automobilistiche nel Distretto, diventato ormai un motto tra i residenti, oggi oltre 700mila, più degli Stati del Vermont e del Wyoming.

E allora perché un Distretto e non uno Stato? Se tra gli obiettivi dei padri fondatori c’era quello di far sì che la capitale americana rimanesse autonoma e soprattutto non soggetta a pressioni politiche, oggi il discorso è diverso. Il delegato rappresentante il Distretto di Columbia presso la Camera dei Rappresentanti, Eleanor Holmes Norton, non ha infatti alcun diritto di voto e di conseguenza alcuna importanza nel Congresso.

Per quanto la Sezione 8 del primo Articolo della Costituzione reciti, “(il Congresso avrà potere) per esercitare Legislazione esclusiva in tutti i Casi di qualsiasi tipo, su tale Distretto (non superiore a dieci Miglia quadrate), come può, dalla Cessione di particolari Stati, e l’accettazione del Congresso, diventa la sede del governo degli Stati Uniti”, non è esplicitamente scritto che Washington, D.C. non possa diventare uno Stato.

Solo nel 2019 la storica udienza del 19 settembre ha visto l’argomento portato proprio sul tavolo della Camera dei Rappresentanti, ad un passo dal Campidoglio. La causa iniziata dalla Norton arrivò alla Camera dei Rappresentanti già nel 2009 quando l’Atto del diritto al voto per il Distretto di Columbia passò al Senato nel febbraio dello stesso anno. La legislazione rimase in stallo e non fu approvata prima della fine del centoundicesimo congresso.

A supportare la democratica classe 1937, anche la sindaca in carica di Washington, D.C. Muriel Bowser, nata e cresciuta nella capitale americana e in carica dal 2014. “Una vera libertà richiede che ogni residente abbia una rappresentanza”, si legge sul sito Internet del governo municipale dedicato interamente al movimento. La settimana di eventi e di manifestazioni che hanno preceduto l’udienza aperta anche ai cittadini, ha visto centinaia di bandiere con cinquantuno stelle sventolare lungo Penssylvania Avenue NW – tra la Casa Bianca e il Campidoglio – proprio per volere del sindaco e per sottolineare la posizione dell’amministrazione capitolina.

“È vero che possiamo essere più scuri e liberali di alcuni di voi, ma negare il voler essere uno Stato sarebbe ingiusto a prescindere da chi riguarda. Sarebbe ingiusto se fossimo conservatori di una zona rurale che si basa sull’agricoltura, o di una città industriale nel centro del Paese. Questa è l’America, e gli americani hanno il diritto di avere una protezione uguale sotto la legge, ed è per questo che chiediamo che [Washington, D.C.] diventi uno stato”. È così che la sindaca ha tuonato in udienza riferendosi alla legge H.R. 51, proposta dalla stessa Norton all’inizio del 2019, e che sembra aver trovato la strada giusta verso il passaggio in Senato – l’ultima udienza risale al 1993.

Nonostante la strada per lo Stato di Washington, D.C., che verrebbe quindi rappresentato da due senatori ed un rappresentante presso la Camera con interi poteri di voto, sia ancora lunga, i voti a favore sono stati ben 218, abbastanza per far passare la legge.

Stando al volere dei cittadini di Washington, D.C., se nel referendum del novembre 2016 la percentuale favorevole all’istituzione del 51esimo Stato americano arrivò al 87% contro il 13% di dissensi, una sondaggio del giugno scorso ha mostrato come solo 29% degli americani supporti l’ipotetico Stato di Washington, D.C.

Prima della decisione finale del Senato, qualora rimanesse solo un Distretto, i residenti di Washington, D.C. continuerebbero a pagare le stesse tasse federali di altri Stati americani, senza essere rappresentati e senza la possibilità di vedere realizzarsi uno storico momento come questo in un futuro recente.

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