Estrapolata dal suo contesto, la notizia potrebbe sembrare assurda, se letta dalla prospettiva di un italiano o di un europeo abituato a ben altri numeri nell’economia. Ma il problema è concreto: la Cina di Xi Jinping teme di non poter raggiungere, nell’anno in corso, gli obiettivi di crescita sperati e un’espansione del Pil pari al 6,5%, in linea con le prescrizioni del piano quinquennale, e ha dato fondo a tutte le sue risorse per consentire all’economia nazionale di rientrare in linea con le previsioni.

Per consentire che la crescita, proseguita a ritmi sostenuti ma via via decrescenti dal 2011 ad oggi, non devii dal tracciato, infatti, Xi Jinping e i vertici del Partito Comunista hanno ordinato di investire nel mese finale del 2018 oltre 2 mila miliardi di yuan, circa 254 miliardi di euro, oltre il 10% del nostro Pil, inizialmente previsti nel bilancio 2019. Un super stimolo economico per consentire un’accelerazione nei lavori infrastrutturali, nella produzione industriale, nelle opere di cantieristica navale e nel resto delle attività produttive che possono permettere all’Impero di Mezzo di fruire dei dividendi economici e politici della crescita: prima fra tutte, la possibilità di sfidare gli Stati Uniti di Donald Trump inalberando l’orgoglio della “resistenza” all’offensiva commerciale. Ma la situazione è molto più complessa di quanto sembri in superficie.

Non solo il governo centrale punta tutto sullo stimolo alla crescita, ma anche gli apparati di potere locali fanno la loro parte. La permanenza al potere, e la carriera stessa, di numerosi amministratori locali del Partito dipendono dalla loro capacità di presentare, nel corso degli anni, dati e prospetti che certifichino l’armonia tra il disegno globale e la realizzazione locale. 

Gli apparati cinesi puntano a stimolare la crescita

Il governatore del Gansu Tang Renjian è uno dei principali osservati speciali del governo in questo contesto, che vede 19 tra le 31 province e città autonome al di sotto della soglia fissata dal Partito. Così tante, scrive Repubblica, “da mettere in discussione l’ obiettivo finale di crescita indicato dalla leadership per l’intero Paese, quel 6,5% che conterrebbe il rallentamento dell’ economia rispetto al 2017 in termini accettabili, appena due decimi. Un po’ di margine il Dragone ce l’ha, se è vero che nei primi nove mesi dell’ anno il dato parziale dice più 6,7%. Ma è anche vero che, tra guerra commerciale con gli Stati Uniti, sfiducia dei consumi e stanchezza degli investimenti, la frenata nella seconda parte del 2018 è stata evidente. E così la parola d’ordine che da Pechino è arrivata sui territori si è all’improvviso trasformata: dal non spendere troppo, ridurre il clamoroso disavanzo nei bilanci, a spendere”.

Spendere, soprattutto, nei centri nevralgici che più contribuiscono al ritardo complessivo, come Chongqing, una delle megalopoli industriali più importanti del Paese, cresciuta del 6,3% contro aspettative dell’8,5%, ma anche nelle periferie dell’impero. Perché anche nel rallentamento generale della crescita, gli squilibri interni alla Cina permangono: e per il 2018, proprio il Tibet e lo Xinjiang, patria degli uiguri, arrancheranno nella classifica dello sviluppo complessivo espandendo la loro economia del 3,5%.

Basterà per stimolare la crescita?

Non è detto che le misure messe in atto aiutino il Paese. Secondo diversi analisti, il governo di Xi Jinping deve ancora prendere le misure con il nuovo ruolo di potenza globale della Cina e, soffermandosi in maniera eccessiva sui numeri, rischia di non guardare alla stabilità dell’economia nel complessivo. Limite importante per un sistema amministrativo che nel campo della programmazione dello sviluppo geopolitico cinese riesce a progettare in avanti di decenni.

Come scrive Forbes“la Cina sta subendo un mutamento strutturale, passando dallo status di fabbrica del mondo a quello di economia guidata dai consumi”, che nell’ultimo biennio ha visto diminuire per la prima volta in quarant’anni la sua partecipazione alle esportazioni globali, calate dal picco del 13,7% nel 2015 al 12,7% nel 2017.

Il livello di consumi richiesto dalla società non è stato, sinora, supportato da un adeguato flusso di investimenti. E questo potrebbe essere un problema in una fase che vede ingenti capitali prendere la via dell’estero per i progetti della “Nuova Via della Seta“. La Cina necessita di tirare il fiato e puntare a una crescita più qualitativa che quantitativa. Programmi come quelli legati all’intelligenza artificiale o al 5G, che attireranno centinaia di miliardi di dollari di investimenti, vanno nella direzione. La sfida più grande per l’Impero di Mezzo sarà riequilibrare al suo interno questa crescita per evitare che alle periferie emarginate ne arrivino solo le briciole.

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