Con un’ispezione lampo nella Mongolia Interna, Xi Jinping ha probabilmente voluto lanciare due messaggi in codice, neanche troppo velati; il primo all’indirizzo degli Stati Uniti, rivali della Cina nella guerra commerciale in atto tra Washington e Pechino, il secondo ai manifestanti di Hong Kong, che da oltre un mese stanno protestando violentemente contro le autorità locali. Per decodificare il senso dell’azione di Xi bisogna spendere prima due parole sul luogo visitato dal presidente cinese. La Mongolia Interna è una regione autonoma, cioè una zona speciale che risponde a una legislazione diversa, o agevolata, rispetto al resto del Paese. Ma la Mongolia Interna è anche e soprattutto una regione ricchissima di risorse naturali che ospita il più grande giacimento di terre rare presente in tutta la Cina. Unendo i due punti è facile capire cosa nascondesse la visita di Xi nella Mongolia Interna.

Xi avvisa gli Stati Uniti

Nella disputa sino-americana la Mongolia Interna potrebbe rappresentare il sassolino che in grado di far pendere la bilancia in favore della Cina. Le terre rare sono infatti fondamentali per la fabbricazione dei principali prodotti tecnologici, fra cui vari tipi di microchip per smartphone e altri dispositivi. Dal momento che la Cina è il primo Paese al mondo per riserve di terre rare, Pechino ha la facoltà di interrompere l’esportazione di questa risorsa verso gli Stati Uniti, creando una sorta di monopolio e lasciando indietro Washington nella disputa tecnologica. Ricordiamo che il governo statunitense ha prelevato dalla Cina circa l’80% delle importazioni di questo materiale tra il 2014 e il 2017 e che Xi aveva già fatto capire alla Casa Bianca di “non giocare con il fuoco” e di stare all’erta perché, piaccia o non piaccia al governo americano, in quanto a terre rare è il Dragone ad avere il coltello dalla parte del manico.

La capitale delle terra rare

Come sottolinea Limes, i monti Helan, all’interno della Mongolia Interna, sono ricchi di carbone e hanno spinto le autorità ad aprire nei loro dintorni una serie di miniere. Nella parte occidentale della regione sorge invece l’area mineraria di Bayan Obo, anche soprannominata la “capitale delle terre rare”; secondo alcune statistiche, qui ce ne sarebbero 100 milioni di tonnellate, ovvero l’83% di quelle presenti in Cina. Per il momento Pechino non ha ancora spostato il braccio di ferro con gli Stati Uniti sul campo delle terre rare, ma l’eventualità che ciò accada è dietro l’angolo e dipende dalle prossime mosse di Donald Trump. Il fatto che una risorsa così decisiva sia presente nella Mongolia Interna ha spinto il governo a investire nella regione, con progetti infrastrutturali (strade e ferrovie su tutti), sfruttamento delle energie rinnovabili e turismo.

Quel messaggio velato a Hong Kong

Nel mirino di Xi Jinping, probabilmente, c’è anche Hong Kong. L’ex colonia inglese è legata alla Cina continentale anche se gode ancora di una certa indipendenza amministrativa per via della formula “un Paese, due sistemi”. Pechino ha intenzione di riprendere il totale controllo dell’isola, anche se i piani del Dragone sono stati ostacolati dalle violente proteste dei cittadini hongkonghesi, che si sono ribellati contro la discussione della legge sull’estradizione forzata in Cina. Anche la Mongolia Interna, per certi versi, è un territorio autonomo ma, a differenza di Hong Kong, rientra a pieno titolo nelle regioni cinesi; ecco, Xi ha voluto sottolineare come il processo di integrazione e rispetto reciproco abbia portato benefici a quest’area e alla sua popolazione. Chissa se gli hongkonghesi recepiranno il messaggio.

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