Da Chiang Mai (Thailandia) – Il conflitto contro la popolazione a maggioranza cristiana Kachin, nel nord-est della Birmania, è sempre più infuocato. Le truppe governative continuano ad attaccare via terra e con il supporto di aerei ed elicotteri da combattimento. Dal 2011 si contano più di 100mila sfollati, quasi 7mila solo negli ultimi tre mesi.

Intere famiglie scappano dai villaggi colpiti per rifugiarsi negli oltre venti campi profughi interni disseminati nello Stato Kachin. Chi non riesce a raggiungerli, invece, è costretto a nascondersi tra la fitta vegetazione della giungla. Al freddo. Senza provviste. Gli aiuti umanitari, infatti, sono bloccati dal governo di Aung San Suu Kyi e le poche associazioni che riescono a portare medicinali e beni di prima necessità lo fanno illegalmente, rischiando la vita.

“L’obiettivo dell’esercito di Rangoon è quello di distruggere la nostra identità, distruggere la nostra religione, colonizzare le nostre terre e rubare le nostre risorse”, mi spiega il giornalista Brang Hkangda, uno dei reporter di Kachinland News – testata vicina al Kachin Independence Organisation (Kio), l’ala politica del Kachin Independence Army (Kia) –, fondata sette anni fa a Laiza, la capitale controllata dal gruppo etnico armato, successivamente “all’uccisione da parte delle dei soldati birmani del caporale Gawmaw Chang Ying, responsabile della comunicazione del Kio”.

La storia recente del Paese asiatico gli dà ragione. I generali che hanno controllato e insanguinato la Birmania in questi anni, infatti, hanno tentato in tutti i modi di annientare ogni specificità, interessandosi esclusivamente alle ricche risorse naturali – legname, gas, pietre preziose e oro – che le zone etniche offrono. E anche gli attacchi da parte delle truppe governative contro i Kachin sono ripresi nel 2011, dopo 17 anni di cessate il fuoco, proprio quando i guerriglieri del Kia si sono rifiutati di abbandonare una postazione considerata strategica, vicino a dove doveva essere realizzata la diga Myitsone, sul fiume Irrawaddy. Il progetto, promosso in collaborazione tra il governo birmano e quello cinese, è stato poi sospeso, ma non annullato. 

Nel sud-ovest dello Stato Kachin ci sono molti progetti economici, in gran parte controllati da joint venture guidate da Pechino, ma sempre legate anche ad aziende birmane che hanno a che fare in qualche modo con i militari della ex-giunta. Ad essere interessati a fare business in Birmania, ci sono anche tante grandi multinazionali statunitensi, europee, indiane e thailandesi, che guardano con attenzione a quella che viene chiamata la nuova “tigre asiatica”. Ma non solo. La Birmania fa gola anche per la sua posizione strategica, incuneata tra le potenze dell’India e della Cina, ha un potenziale di mercato altissimo e una manodopera giovanile a bassissimo costo.

I rapporti redatti da alcune organizzazioni umanitarie, che si basano sui racconti della popolazione Kachin, parlano di abusi, violenze, uccisioni e stupri. Una di queste orribili storie me la racconta direttamente Brang Hkangda. È quella di Maran Lu Ra, appena ventenne, e di Tangbau Hkawn Nan Tsin, di ventuno anni, due giovani insegnanti cristiane che sono state violentate per ore, poi uccise e ritrovate mutilate nel villaggio di Shabuk Kawnghka, vicino alla città di Pangsai. Secondo il racconto del reporter l’orrore sarebbe stato compiuto “dai soldati del 503° Reggimento di fanteria leggera dell’esercito governativo nel complesso della chiesa battista del paese”.

Per Brang Hkangda la guerra contro i Kachin ha una matrice religiosa. Quando chiedo se possiamo considerare il conflitto anche una questione confessionale, la sua risposta non lascia spazio ad interpretazioni. “La religione – mi dice senza pensarci – è sicuramente una motivazione importante”. “Fino ad ora – continua – più di 250 chiese sono state danneggiate o distrutte dall’esercito birmano, mentre nessun tempio buddista è stato toccato”. Per questo, conclude, “è molto difficile dire che dietro alle violenze delle truppe governative non ci sia l’intenzione di colpire i cristiani”.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.