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(Il Cairo) I palazzi si accatastano l’uno accanto all’altro, palazzoni moderni di rara bruttezza si susseguono come in un infinito gioco del domino. Il loro colore è giallo come quello della polvere che ricopre un po’ tutte le superfici. Un giallo che ricorda il deserto o forse il caldo provocato dai raggi solari accecanti. Il tutto sembra un miraggio confuso, reso ancora più psichedelico dallo smog e dal traffico che avvolge la megalopoli egiziana. Aguzzando un po’ gli occhi, tra un edificio e l’altro, ecco apparire antichi palazzi coloniali, un tempo molto eleganti e oggi quasi logori, se non marci.

Ricordo di una città che da sempre è multietnica. Oggi gli europei non vivono più qui, ma in moderni quartieri residenziali ben lontani dal caotico centro del Cairo. I minareti fanno anch’essi a gara tra gli edifici, svettando verso il cielo e proiettando le loro ombre verso terra.

Ma non sono le uniche architetture religiose religiosi che rendono il miraggio intrigante. Ecco apparire di colpo un edificio Art Nouveau, con grandi fregi che rappresentano foglie e stelle di David. La maestosa architettura ebraica sembra un antico relitto in mezzo al mare. Ben conservata ma vuota, forse pieno di fantasmi di un tempo che fu.

La sinagoga Cha’ar HaChamaim (Sinagoga della Porta del Cielo) è la più grande sinagoga sefardita del Cairo. Costruita nel 1905 da famiglie ebree benestanti della città, il suo restauro fu finanziato nel 1980 dalla comunità ebraica sefardita di Ginevra.

Nel novembre 2007 si è celebrato il centenario della sinagoga. La comunità egiziana ormai conta meno di cento ebrei, a fronte delle migliaia di un tempo.

Gli ebrei, secondo la Bibbia erano presenti in Egitto, ancora prima della nascita di Israele e fu proprio per liberarli dalla tirannia dei faraoni che Yahweh promise loro la terra promessa. Nel 1922 l’Egitto ne contava ancora 75mila-80mila. Il corpo centrale della comunità consisteva principalmente di Rabbaniti e Karaiti. Dopo la loro espulsione dalla Spagna, molti ebrei Sefarditi e Karaiti iniziarono a emigrare in Egitto e aumentarono notevolmente con la crescita degli scambi commerciali dopo l’apertura del canale di Suez, con altri ebrei che gradualmente si trasferivano da tutti i territori dell’Impero Ottomano, dall’Italia e dalla Grecia e si stabilivano nelle principali città egiziane, costituendone poi la maggioranza. La comunità andò diminuendo a seguito della nascita del moderno stato di Israele.

La sinagoga non è però l’unica sorpresa che si nasconde tra le vie polverose del Cairo, ben più numerose sono le chiese. Non sono fantasmi lasciati dai coloni europei, ma cuori pulsanti di un organismo ancora vivo, i milioni di cristiani copti egiziani.

Dal confine con il Sudan, fino al Mediterraneo, i milioni di Copti sono sparsi un po’ ovunque, un po’ come granelli di sabbia del deserto che appartengono a rocce molto più antiche di quelle che formano il resto della sabbia. Sono la traccia vivente di una delle tante epoche in cui l’Egitto ha cambiato religione. È esistito il grande Egitto politeistico, quello cristiano copto e poi quello islamico.

La religione copta, un tempo presente anche in Sudan, è rimasta invece maggioritaria in Etiopia e in gran parte dell’Eritrea, seguendo il percorso di antiche civilizzazioni, da sempre presenti nella vita del Mediterraneo, del Mar Rosso, del Nilo e del Corno d’Africa.

Quando si pensa ai Faraoni, al Nilo, alla Nubia, alla regina di Saba in Etiopia, non si fa fatica a comprendere come le storie dei pagani, ebrei, cristiani e islamici si siano intrecciate in questi luoghi che sono da sempre vie di commercio e di scambio delle esperienze e dei saperi.

La Chiesa copta è teologicamente caratterizzata dalla confessione monofisita, che la distingue dal cattolicesimo e dalla confessione cosiddetta ortodossa, ma la unisce alla chiesa siro-giacobita. Gli studiosi ricordano come essa tragga “origine dallo scisma dei monofisiti dopo il Concilio di Calcedonia (451 d.c) e come da essa siano derivate la chiesa copta di Nubia, ora scomparsa, e la chiesa copta di Etiopia, rimasta gerarchicamente dipendente fino al 1959. Conta circa 10 milioni di fedeli, residenti soprattutto in Alto Egitto, ma anche nel Sudan, in Palestina, a Gerusalemme e in altri paesi del Vicino Oriente”.

La vita monastica è forse il lascito più importante che i copti abbiano lasciato al cristianesimo

Non vi è parte dell’Egitto dove resti di antichi e splendidi monasteri non appaiano, in rovina, dalle sabbie, come miraggi. Le pietre sono ancora scolpite con piante e fiori, mentre dalle pareti emergono tracce di meravigliosi affreschi. L’architettura dei monasteri copti dell’Alto Egitto è profondamente influenzata da elementi siriaci, mesopotamici e indiani, in contrapposizione alla cultura ellenistica persistente ad Alessandria.

Secondo la maggioranza degli storici e dei teologi il monachesimo cristiano in tutto il mondo deriva, direttamente o indirettamente, dall’esempio egiziano. Le figure più importanti del movimento monastico furono Antonio il Grande, Paolo di Tebe, Macario il Grande, Shenouda l’archimandrita e Pachomio il cenobita. Alla fine del V secolo, c’erano centinaia di monasteri e migliaia di celle e grotte sparse nel deserto egiziano.

Secondo la tradizione, il cristianesimo fu introdotto nell’odierno Egitto da San Marco ad Alessandria, poco dopo l’ascensione di Cristo e durante il regno dell’imperatore romano Claudio intorno al 42 d.C.

Sulla costa del Mediterraneo fu Alessandria il centro più importante del cristianesimo copto. Con l’arrivo degli arabi e dell’islam, i copti non scomparvero, rimasero la maggioranza per ancora molto tempo, per piano piano diventare la più grande minoranza egiziana. Ancora oggi sono molti milioni. Sono una comunità molto rispettata e in buoni rapporti con i militari egiziani.  Purtroppo sono però falcidiati da continui attentati da parte degli islamisti che tentano di creare tensioni religiose tra cristiani e islamici. Generalmente i cristiani Copti hanno vita più facile nelle grandi città, mentre la situazione si fa più complessa nei villaggi. Nelle zone più remote del paese non è raro che siano costretti a vendere le proprie terre o che perdano nei tribunali se in lite con un musulmano.

Al Cairo i cristiani vivono un po’ dappertutto, anche se hanno il loro centro nell’antico quartiere copto.

Per entrare nell’antica cittadella bisogna ancora passare per un passaggio sotterraneo e semi nascosto. Una volta entrati ci si ritrova nel mezzo di un labirintico intrico di vie dalle belle case tradizionali. Qua e là sorgono antiche chiese, oggi purtroppo molto rimaneggiate da restauri poco rispettosi. All’interno si levano i canti della messa, con le donne con il capo coperto sedute nello spazio a loro riservato e gli uomini nell’altro.

Le parole risuonano nell’aria come un’antica cantilena, suoni che discendono ancora dall’antico Egitto, infatti i copti hanno mantenuto l’antica lingua per le liturgie, anche dopo l’arrivo degli arabi.

Ma nella cittadella non vi sono solo chiese, in un vicolo ecco la bella sinagoga di Ben Ezra. Al suo interno è stato trovato uno dei più importanti archivi sulla storia degli ebrei del Mediterraneo.

I documenti del Cairo “Genizah” includono, sia scritti religiosi, che secolari, composti dall’870 d.C. circa fino al 1880. La pratica del “genizot”, spiegano gli storici, “consisteva nel rimuovere periodicamente i contenuti degli archivi delle sinagoghe e seppellirli in un cimitero. Molti di questi documenti sono stati scritti in lingua aramaica usando l’alfabeto ebraico. Dato che gli ebrei consideravano l’ebraico come la lingua di Dio e la scrittura ebraica come la scrittura letterale di Dio, i testi non potevano essere distrutti nemmeno molto tempo dopo che avevano raggiunto il loro scopo, per questo venivano messi sotto terra quando non servivano più. Nella sinagoga di Ben Ezra non furono mai seppelliti e questo ha permesso la straordinaria scoperta”.

Gli studiosi che nell’ultimo secolo hanno studiato i documenti trovati nella sinagoga, oggi sparsi tra Inghilterra e Stati Uniti, concordano che gli ebrei che scrissero i materiali nella Genizah “avevano familiarità con la cultura e il linguaggio della loro società contemporanea”.

I documenti hanno un valore inestimabile come prova di come l’arabo colloquiale di quel periodo sia stato parlato e compreso. Dimostrano anche che “i creatori ebrei dei documenti facevano parte della loro società contemporanea: praticavano gli stessi mestieri dei loro vicini musulmani e cristiani, inclusa l’agricoltura. Hanno comprato, venduto e affittato proprietà”.

Lo studioso Shelomo Dov Goitein ha creato un indice che elenca i circa 35mila individui e i luoghi descritti nei codici scoperti. Include circa 350 “persone di spicco”, tra cui il filosofo, rabbino, medico, talmudista, giurista di origine andalusa, Maimonide e suo figlio Abramo, 200 “famiglie più conosciute” e menzioni di 450 professioni e 450 beni. Ha identificato materiale proveniente da Egitto, Palestina, Libano, Siria (ma non Damasco o Aleppo), Tunisia, Sicilia e ha persino coperto il commercio con l’India. Le città menzionate vanno da Samarcanda in Asia centrale a Siviglia e Sijilmasa, in Marocco ad ovest; da Aden a nord a Costantinopoli; L’Europa non è solo rappresentata dalle città portuali del Mediterraneo di Narbonne, Marsiglia, Genova e Venezia, ma anche Kiev e Rouen sono menzionate occasionalmente.

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