Il cardinale George Pell è tornato. Lo hanno chiamato “ranger”, ma il porporato è soprattutto l’ex prefetto della Segreteria per l’Economia nonché uno dei vertici del conservatorismo ecclesiastico. Non esistono vere e proprie correnti in Vaticano, nessuno però metterebbe in dubbio la natura non proprio progressista della visione del cardinale. Non fosse altro che Pell non disdegna affatto la cosiddetta “Messa tridentina”. Oppure per via delle posizione in bioetica di Pell: non il consueto aperturismo nei confonti dei “nuovi diritti”. Anche le ultime dichiarazioni, che sono state condite da un elogio a Donald Trump, non propagano progressismo. Da quando il cardinale australiano è tornato a Roma, una speranza si è accesa tra i conservatori. La riapparizione in corso non è quella di un uomo qualunque.

George Pell è stato in prigione. Accusato di abusi su un minore mentre era ancora l’uomo scelto da Jorge Mario Bergoglio per le finanze della Santa Sede, il cardinale è stato dichiarato innocente con il proscioglimento disposto dalla Corte Suprema australiana. Pell, però, è stato in prigionia, e viene dunque considerato un perseguitato dalla giustizia dal cosiddetto “fronte tradizionalista”. E lo stesso cardinale ha raccontato nero su bianco la sua esperienza in prigione che si è prolungata per più di un anno in un’opera libraria. Tra i passaggi più tragici della testimonianza, è possibile che Pell insista molto su fatto che gli fosse vietato celebrare la Messa.

Pell è un innocente, quindi, ma è anche l’ecclesiastico tramite cui forse il Papa aveva pensato di creare un trait d’union con il suo predecessore. Perché il porporato australiano è un ratzingeriano. Nell’ottica delle nomine della Santa Sede, quando papa Francesco ha scelto Pell come prefetto della Segreteria per l’Economia, ha forse pensato alla continuità con il regno precedente. Il ragionamento, se c’è stato, è comunque stato interrotto quando Pell è stato costretto a fare le valigie verso la sua nazione d’origine, dove ha dovuto difendersi in un processo. Conosciamo poi l’entità dello scontro tra conservatori e progressisti per il futuro della Chiesa.

Per questo e per altri motivi, ci si aspettava che Francesco incaricasse Pell ora che è tornato in capitale. Così, però, è stato, e al momento Pell è un battitore libero che non deve sottostare alle logiche curiali. Sue – dicono – sono le idee che hanno portato alla riforma del codice unico dei contratti e degli appalti in Vaticano. E sempre sue – aggiungono – sono le direttive per una prospettiva di trasparenza dei conti del Vaticano che Jorge Mario Bergoglio sta portando avanti, in specie dopo lo “scandalo del palazzo di Londra”. Anche in questa fase il cardinale George Pell sta indicando una strada.

Il porporato ha chiesto di riformare l’istituto del pontefice emerito. Per Pell, Ratzinger e coloro che faranno la medesima scelta, non dovrebbero vestire di bianco ed insegnare in pubblico. Qualcuno ha interpretato queste considerazioni come uno strappo nei confronti del papa emerito, ed è possibile che Pell sia tra i cardinali conservatori che non sono rimasti contenti della rinuncia del professore tedesco, ma la necessità avvertita da Pell è condivisa da coloro che vogliono evitare altre situazioni di “confusione”.

Pell inoltre, nelle considerazioni esibite durante una conferenza stampa, ha plaudito alle politiche di Trump ma non ha evitato di fare gli auguri al presidente eletto Joe Biden, dimostrando come il conservatorismo possa evitare di porre accenti sui presunti brogli di cui il presidente degli States continua a parlare. Un modo di superare il trumpismo? Di sicuro una strada rinnovata, che è sostenuta da un consacrato considerato un riferimento da molti. Il “ranger” è ufficialmente tornato in campo. Un “player” importante per la Chiesa cattolica e per la cosiddetta “destra ecclesiastica”.

 

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