Con la liberazione di Mosul, della provincia di Ninive e delle ultime sacche di resistenza In Iraq e in Siria, tornano nelle loro case anche i cristiani. Costretti alla fuga, alla persecuzione e alla guerra, molti siriani e iracheni di fede cristiana cominciano a riprendere possesso della loro vita, delle loro case, dei loro mestieri, e ricominciano a celebrare quelle sacre liturgie per cui erano stati costretti a subire gli orrori del Califfato. Quasi tutti coloro che ritornano nelle rispettive città hanno subito lutti in famiglia dovuti alle persecuzioni dei terroristi dello Stato islamico. Martiri dimenticati troppo velocemente in una guerra che non ha lasciato scampo alle più antiche comunità cristiane del mondo.

In tutta la guerra, tuttavia, è stato spesso dimenticato il ruolo importante, sia militare che politico, che hanno avuto le milizie cristiane e in generale i cristiani nell’evoluzione della guerra in Iraq e in Siria. Milizie composte da centinaia di uomini che hanno imbracciato le armi come reazione alla barbarie dell’Isis e che hanno contribuito in modo sensibile, magari non decisivo visto il numero esiguo, alla liberazione di molti centri abitati soggetti allo Stato islamico, e che hanno reso una testimonianza fondamentale in questa guerra. Divise sotto il profilo politico, poiché non tutte legate al governo siriano, hanno comunque sempre messo in primo piano la difesa della propria comunità dagli attacchi dello Stato islamico, riuscendo a portare migliaia di soldati contro i terroristi di Daesh, Al Nusra, Ahrar al-Sham e Jund al-Aqsa (oggi nota come Liwa al-Aqsa) e contribuendo all’avvicinarsi della fine della guerra.

Oggi i cristiani in Siria combattono su due fronti diversi la loro guerra allo Stato islamico. C’è chi è arruolato nelle forze armate del governo siriano, e partecipa attivamente alla liberazione della Siria e alla ricostruzione di uno Stato che aveva sempre tutelato le comunità cristiane più antiche del Medio Oriente riconoscendo loro diritti e libertà civili che le frange sunnite radicali hanno voluto strappare, nonostante i millenni di storia alle spalle e le comuni radici etniche. Sono in particolare i cristiani siriani dell’area più vicina al Mediterraneo, legati da una vicinanza politica ma anche geografica a Damasco e all’esercito guidato da Bashar Al Assad. Ma ci sono anche milizie cristiane, abbastanza rilevanti a livello numerico e politico, che si sono unite alla coalizione internazionale, lasciando da parte la fedeltà al governo di Damasco ma avendo comunque come unico obiettivo quello di colpire l’esercito del Califfato. Tra queste milizie, particolare rilevanza ha assunto nel tempo il Syriac Military Council (SMC), gruppo cristiano assiro di matrice politica e militare che fa capo alle SDF (Syrian Democratic Forces) e collegato al comando statunitense. Oggi, il Syriac Military Council sta combattendo a Raqqa per liberare la città e gli ultimi cristiani rimasti sotto il gioco del Daesh, con la speranza di ricostruire il prima possibile la comunità dispersa e le chiese che per secoli hanno rappresentato il nucleo della loro cultura e del loro popolo.

Brett McGurk, inviato della coalizione anti-Isis, ha specificamente citato la comunità cristiana siriaca come parte integrante dello SDF. In un briefing con i giornalisti ad agosto dichiarò che “bisognava avere un ombrello che avrebbe portato il maggior numero possibile di persone – i curdi, gli arabi, i cristiani – facendoli lavorare insieme come forza coesa, non lavorando insieme come unità diverse”. L’obiettivo politico è chiaro. I cristiani rappresentano una fetta non indifferente della popolazione siriana, ma soprattutto un elemento strutturale della stessa società con cui si fondava la Siria prima della guerra e su cui dovrà fondarsi la Siria del futuro. L’esercito siriano ha sempre potuto vantare di avere fra i suoi valori quelli dello Stato guidato da Assad: dunque di aver garantito politicamente ai cristiani il loro spazio. E questa garanzia ha fatto sì che la stessa Russia, con l’intervento militare in Siria, abbia avuto un certo consenso anche da parte delle Chiese occidentali e orientali. Gli Stati Uniti, invece, avendo dalla loro parte le forze dei ribelli in maggioranza sunnite, con importanti frange collegate al sunnismo radicale, e con rapporti a volte ambigui con unità militari salafite, devono in qualche modo dimostrare ai cristiani siriani di poter essere garanti di una livello di vita e di protezione almeno pari a quello precedente il 2011. Il fatto che siano stati inseriti nel comando dell’assedio di Raqqa insieme ai curdi, dimostra pertanto la logica di voler costruire un fronte anche politico per usarlo come piattaforma sociale nella prossima fase post-Califfato. I cristiani, dopo la guerra, torneranno a essere uniti, perché il loro nemico è stato sconfitto. Ma adesso, la guerra politica, sarà quella per riuscire a integrarli in uno dei progetti politici della nuova Siria.

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