“Quando mi hanno chiuso in prigione per tre giorni senza mangiare per costringermi a convertirmi, ho creduto di nonfarcela. Mi hanno torturato e violentato, ma non ho mai rinnegato la croce: quando mi chiedevano di professare la fede islamica recitavo il Rosario”. Rebecca Bitrus ha ancora negli occhi la furia dei suoi carcerieri mentre rivive quei due anni da schiava cristiana nelle mani dei jihadisti di Boko Haram. Sullo sfondo, mentre ci racconta la sua storia, c’è il Colosseo (Guarda la gallery). Tra poco si illuminerà di rosso per lei e per gli oltre duecento milioni di cristiani che nel mondo sono perseguitati a causa della propria fede.

Rebecca, rapita da Boko Haram: “Così hanno ucciso mio figlio per convertirmi all’Islam”

L’iniziativa della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre accende i riflettori su una tragedia che non ha precedenti nella storia. La nostra è “l’epoca dei martiri”. Non ha esitato a definirla così Papa Francesco. E i martiri del nostro tempo hanno il fisico minuto, lo sguardo umile e la forza straordinaria di Rebecca. Per obbligarla a diventare musulmana i suoi aguzzini l’hanno costretta ad abortire e hanno ucciso suo figlio di un anno gettandolo nel fiume. Ma lei non ha ceduto. “Ho sofferto tanto e alla fine sono anche rimasta incinta di uno di loro”, ci dice. Nonostante tutto è riuscita a “perdonare dal profondo del cuore” i suoi carcerieri “come ha fatto Gesù sulla croce”. “Il Signore è stato con me in quei momenti e l’unica speranza che avevo era quella di non perdere la mia fede”, ci confessa. Nel suo incontro di sabato mattina con Papa Francesco, Rebecca ha confidato al Santo Padre quanto sia stato “difficile accettare quel figlio frutto della violenza”. “Ma lui – racconta – mi ha dato coraggio e mi ha assicurato che il mio bambino, quello che hanno ucciso, è certamente un martire”.

“Il Colosseo rosso contro l’indifferenza”

La situazione dei cristiani in Nigeria, testimonia Rebecca, è ancora molto difficile: “Per loro non c’è lavoro né cibo, e spesso vengono discriminati anche nei campi profughi”. “Siamo qui in piazza non solo contro il virus del fondamentalismo ma anche contro quello dell’indifferenza”, spiega dal palco il direttore di ACS – Italia, Alessandro Monteduro. Ed è proprio per abbattere il muro del silenzio che il Colosseo si colora con il rosso del sangue di chi ha pagato con la vita per difendere la propria fede. Oggi, ricorda il presidente di ACS – Italia, Alfredo Mantovano, “i colossei nel mondo sono più d’uno”. Luoghi di persecuzione che spesso trovano poco spazio sulle pagine dei giornali. E allora l’abbraccio di largo Gaetana Agnesi arriva fino ad Aleppo e Mosul, dove anche la chiesa di Sant’Elia e quella di San Paolo, distrutte dalla furia jihadista, si sono tinte di rosso per ricordare le vittime del fondamentalismo.

La figlia di Asia Bibi: “Ho abbracciato il Papa da parte di mia madre”

Dal Medio Oriente al Pakistan non c’è pace per chi ha deciso di abbracciare la croce. Eisham Ashiq è la figlia di Asia Bibi, la donna pachistana chiusa in carcere dal 2009 dopo essere stata condannata a morte per blasfemia. “Quando l’hanno catturata l’hanno trascinata per strada con un collare e poi l’hanno presa a schiaffi strappandole i vestiti, perdeva molto sangue”, racconta questa ragazza esile, che all’epoca dell’arresto aveva solo nove anni, “dopo molte ore in cella ha chiesto dell’acqua e i poliziotti per schernirla le hanno offerto dell’urina”. Quando le hanno imposto di convertirsi e di sposare un musulmano Asia Bibi ha rifiutato. “Non voglio abbandonare né la mia fede, né la mia famiglia”, ha detto ai suoi persecutori. “Mi manca molto, ora che sono una donna ho ancora più bisogno di averla accanto a me”, spiega mentre tenta invano di trattenere le lacrime. Anche lei, come Rebecca, ha appena incontrato Papa Francesco: “Mi ha detto che prega spesso per mia madre e che la immagina nella sua cella per poter esserle più vicino”. “È un uomo semplice e pieno di luce – racconta – gli ho dato un bacio da parte di mia madre e abbracciandolo mi è sembrato di aver abbracciato mio padre”.

Tajani: “Le Nazioni Unite riconoscano il genocidio dei cristiani”

Dalla tribuna allestita davanti al Colosseo il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, ha chiesto che anche le Nazioni Unite, come l’Ue, “abbiano il coraggio di definire la persecuzione dei cristiani un genocidio”. “È insopportabile il silenzio di tante istituzioni sul dramma dei cristiani perseguitati”, ha affermato il segretario generale della Cei, mosignor Nunzio Galantino, che dice “no alla commozione a intermittenza”. “Gli atti di violenza vanno stigmatizzati tutti”, è il monito del segretario generale dei vescovi italiani. Ha fatto invece appello al rispetto della libertà religiosa il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin: “La Santa Sede e la sua diplomazia insistono sul concetto di libertà religiosa sul piano internazionale, ricordando che essa è il fondamento di tutte le altre libertà”. “Il Papa sente molto questa realtà e la vive con grande dolore”, assicura a Gli Occhi della Guerra. Il saluto all’iniziativa è giunto anche dal presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella. Il capo dello Stato si è congratulato con Aiuto alla Chiesa che Soffre per il lavoro della fondazione in “difesa dell’irrinunciabile principio della libertà religiosa” ed ha auspicato che “possa rafforzarsi una unanime condanna contro ogni forma di sopraffazione”.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.