In occasione della visita in Italia di Hassan Rouhani, qualcuno ha ben pensato d’inscatolare le statue dei Musei capitolini, per non “offendere la sensibilità” dell’illustre ospite. Gesto che ci ha procurato critiche e sarcasmi da parte della stampa internazionale. “Che problema avete con le statue?” ci hanno apostrofato i francesi. Ovviamente non è un episodio isolato, ma l’ennesimo esempio di uno sfibramento culturale e spirituale che non di rado si tramuta in una “sottomissione spontanea” di fronte a realtà spiritualmente ben più forti della nostra. Abbiamo chiesto a Gianfranco de Turris, osservatore controcorrente dell’attualità, quale significato simbolico rivesta un gesto di questo tipo.

La sua “spontaneità” è la cosa peggiore. Abbiamo coperto le statue e ci siamo coperti di ridicolo. La realtà è che siamo sottoposti a un autentico lavaggio del cervello; addirittura, come avvenne in Germania nel dopoguerra ad opera degli Alleati, ad un vero e proprio “lavaggio del carattere”. Di esempi ce ne sarebbero tantissimi. Una delle ultime cose – folli – che ho letto in proposito è che a Casalecchio di Reno il sindaco e la giunta hanno deciso di levare il crocifisso… dal cimitero, per non “offendere” i non cristiani. È semplicemente demenziale. È un ulteriore passo – non è il primo, né sarà l’ultimo – verso la sottomissione, verso il cedimento dei nostri valori. E questo dovrebbero pensarlo anche coloro che non si sentono o professano cristiani…

Un atteggiamento che non ci aiuta, specie innanzi al radicalismo islamico.

Di fronte a una civiltà così aggressiva, non solo in senso negativo ma anche positivo (per il fatto, cioè, che ha valori molto forti), invece di appoggiarci ai nostri principi li dimentichiamo, ci pieghiamo, ci auto-sottomettiamo, per così dire. È un suicidio, a tutti gli effetti, il suicidio di una civiltà. E, tra l’altro, non sono nemmeno gli altri a chiederci di rinnegare ciò in cui crediamo. È noto che gli islamici disprezzano coloro i quali non difendono i propri valori, come invece fanno loro… Siamo noi, cioè chi ci rappresenta e ha potere decisionale sul piano amministrativo e politico: sindaci, assessori, provveditori, presidi, maestre… Per quale motivo? Ce ne sono parecchi: il senso di colpa, il politicamente corretto, il buonismo assoluto, un ostentato rispetto molto gesuitico, un progressismo fondamentalista e la necessità di venire incontro alle idee (indipendentemente da quali esse siano) degli altri, che spesso sono i primi a non rispettare le nostre, quando siamo all’estero… È una specie di ossessione esasperata che si può riassumere in un termine: il conformismo imposto dal Pensiero Unico, genericamente “progressista”. Tutto ciò, lo ripeto, è un suicidio.

Ma quali sono i valori che dovremmo difendere?

Qui bisogna fare delle precisazioni, per evitare fraintendimenti: io mi riferisco ai valori tradizionali e spirituali dell’Occidente, che ci hanno fatto quali siamo almeno da mille anni. Il problema è che la vera crisi generale è quella dei valori illuministi, positivisti e materialisti, che non sono più sufficienti a darci un fondamento saldo. Teoricamente, per chi ha una posizione “tradizionale”, questo crollo di valori non dovrebbe essere importante, anzi dovrebbe addirittura essere auspicabile: sennonché, come controparte c’è il problema pratico di cosa verrebbe a sostituirli. Cioè una civiltà in cui non ci riconosceremmo, nel suo aspetto fondamentalista ed estremista. Non mi riferisco ovviamente ai valori dell’islam tradizionale, nei confronti dei quali non avrei assolutamente niente da dire, ma ai fondamentalismi, iconoclasti e tagliagole, che dicono di seguire alla lettera i precetti del Corano, gli stessi che secoli fa crocifissero il sufi Al Hallaj.

Un declino responsabile dell’escalation di foreign fighters che abbandonano le proprie case per marciare sotto le bandiere nere del Califfato…

È proprio questo il punto. Dobbiamo smetterla di ragionare in termini semplicemente politici ma vedere le cose da un punto di vista spirituale. I tanti ragazzi occidentali che si arruolano nell’ISIS non sentono più di avere come base interiore i valori illuministici che questa Europa ha fatto propri. Vedono nel Califfato e nei suoi esponenti dei valori cui appoggiarsi, pur se può sembrare assurdo e terribile, mentre noi li abbiamo abituati al nulla assoluto. Hanno bisogno di credere in qualcosa – anche di negativo. In chi si sgozza o decapita vedono la morte di una civiltà che disprezzano e odiano. Per poi non parlare delle conversioni… Lo conferma una recente inchiesta de Il Giornale tra gli italiani convertiti all’Islam. Perché lo fanno? Le risposte sono simili: nell’Islam vedono «un argine al disordine delle forme dei tempi», «un rapporto diretto con Dio», «il desiderio di contrastare una modernità ostile al sacro»… In tal modo – sono le loro parole – si riempie «un vuoto spirituale», si raggiungono «certezza e stabilità» che non offrono più né l’attuale cattolicesimo, né una «società liquida» in cui tutto è volubile, transeunte, mobile e incerto. Siamo a quasi cent’anni dalla prima edizione del Tramonto dell’Occidente di Spengler. Un libro che aveva già analizzato e in un certo senso previsto tutto: la caduta dei popoli, degli Stati deboli, in decadenza, di fronte a realtà forti, solide – anche aggressive – che credono in se stesse e hanno un riferimento superiore, sacro, tradizionale. La storia ne è piena. È quel che sta succedendo oggi, anche se la situazione è assai più complessa.

In che senso?

I capi dello Stato islamico vogliono riconquistare un potere non solo religioso, ma anche temporale. Di fatto, si stanno lanciando contro loro stessi. L’ISIS fa terra bruciata culturale e religiosa là dove si installa: distrugge templi di tutti i generi, opere d’arte e manufatti, perseguita tutti coloro che non sono sunniti. Ma è un conflitto anche contro l’Occidente, contro gli islamici moderati che vivono da noi.

Il problema è che l’Occidente pensa che tutto l’islam sia estremista.

Oppure, cosa ancora peggiore, distingue tra un islam fondamentalista e uno moderato secondo quelli che sono i suoi valori. Chi sono, per noi, gli intellettuali moderati? Quelli laici, occidentalizzati, che vivono e pubblicano da noi. E un islamico di tipo tradizionalista? Verrebbe considerato un moderato?

Eppure, più di centocinquanta esponenti dell’islam tradizionale hanno firmato una lettera aperta contro al-Baghdadi.

Sarà pure, agli occhi di molti occidentali, una questione tecnico-religiosa, ma è un fatto concreto che diversi importanti esponenti religiosi del mondo islamico, non solo in Oriente ma anche in Occidente, abbiano preso posizione contro lo Stato islamico. Hanno duramente confutato l’interpretazione del Corano fatta del Califfo e in base alla quale egli giustifica quel che sta facendo, anche le cose più efferate, muovendo da presupposti ben diversi da quelli a cui siamo abituati. Intendo dire religiosi, non laici. Eppure, non ci passerebbe mai per la testa di considerare personaggi di questo tipo “moderati”. Documenti come questi dovrebbero essere presi in considerazione e diffusi, soprattutto da noi. Nel mondo islamico non ci sono solo fondamentalisti, ma molte altre realtà. In Occidente s’ignora, si fa di tutta l’erba un fascio. Questa lettera è stata silenziata – eppure, è la testimonianza di uno scontro frontale, non solo politico, ma anche spirituale ed esegetico, nei confronti di al-Baghdadi.

Abbiamo parlato di un punto di vista “tradizionale”. Non potrebbe costituire un’alternativa rispetto a quel fumoso conservatorismo e a quell’antioccidentalismo diffuso che esauriscono quasi del tutto le analisi nostrane sul fenomeno islamico?

Due tradizionalisti di culture diverse – occidentali, orientali o mediorientali – avrebbero molti punti in comune, si rispetterebbero e riconoscerebbero reciprocamente nelle loro idee, per quel riferimento spirituale superiore che accomuna tutte le vere tradizioni. Il problema, riferendoci alla situazione attuale, è che o questa ala tradizionalista non esiste – ed è il caso dell’Occidente – oppure è ignorata, come nel mondo islamico.

 Tocchiamo un tasto dolente: chi sono i tradizionalisti occidentali?

Chi si pone oggi su questo piano da noi? Vogliamo considerare tradizionalista l’abbraccio del papa con il rabbino capo, oppure con il patriarca della Chiesa ortodossa? Sono gesti di natura spirituale o solamente politica? Come considerare un pontefice romano che va alla celebrazione dei cinquecento anni della riforma di Lutero? A mio parere, è pura follia. Posso capire l’abbraccio con il patriarca di Mosca (anche considerando che il cristianesimo ortodosso è oggi molto più “tradizionale” di quello cattolico), ma che un erede della Controriforma vada a rendere omaggio a quello che, dal punto di vista cattolico, è stato una serpe in seno, mi sconcerta.

Quo vadis, ecclesia?

Quello che sta succedendo alla Chiesa cattolica è un altro effetto di quella accelerazione dei tempi a cui mi riferisco spesso. Ma dobbiamo vedere le cose da un altro punto di vista. Ricordo quel che scrisse Evola all’amico Girolamo Comi negli anni Trenta, e poi ripeté in altre occasioni: essere dei tradizionalisti cattolici equivale a essere tradizionalisti a metà. Ma scrisse ancora a Comi, quando questi si convertì al cattolicesimo, che è meglio avere una tradizione a metà che non averne nessuna, che essere atei, nichilisti, laici e materialisti. Quanto meno si ha qualcosa cui appigliarsi. È quanto, in sostanza, hanno detto i convertiti italiani all’islam che ho ricordato in precedenza… Ora, nonostante tutto, questa è la religione del popolo. Se si va nelle province, nei paesi, questo tipo di religiosità è ben saldo. Se intacchiamo questo aspetto, non ci rimane più niente. Il cattolicesimo ha perso quasi del tutto il suo carattere sacro, ha quasi cancellato ogni riferimento alla spiritualità superiore, è diventato una semplice forma di moralismo, ma come religiosità è ancora assai diffuso. L’unica alternativa, allo stato attuale delle cose, è la cancellazione di ogni identità e la sottomissione a chi ha una identità più forte e la sa far valere. Non si può lasciare il vuoto assoluto: va riempito, a prescindere che ci si dica cristiani, cattolici o altro. Bisogna mettere qualche argine, soprattutto nel momento in cui il cristianesimo ufficiale non ha più la funzione di katechon, di agente frenante. Invece noi, come ho ricordato prima, facciano masochisticamente il contrario: piuttosto che rafforzare questa identità, la indeboliamo, la demoliamo, la critichiamo, addirittura la ridicolizziamo…

Non vi è alcun ambiente, da noi, che possa in qualche modo arrestare questa deriva?

È molto difficile. Ce ne possono essere, nel mondo cattolico (penso a quegli ambienti che Evola frequentava negli anni Trenta per cercare tracce di un esoterismo cristiano), ma spesso sono settari e autoreferenziali, incapaci di dialogare con altre realtà spirituali, anzi ipercritici nei confronti di esse. Ma esistono. Così come esistono cenacoli o organizzazioni non necessariamente cattolici che mantengono ferme certe idee, indipendentemente da quel che succede intorno. Forse non avranno sbocco, ma almeno sono testimonianze. È questo che possiamo ancora fare, anche se non è facile dire il contrario di quel che dicono tutti: testimoniare queste idee, o, meglio, questa visione del mondo, senza lasciarla cadere. Indicare esempi, tracce, indicazioni, segnali. Fare il proprio dovere sino in fondo, agire senza vergognarsi di quel che si pensa o scrive. Fare quel che deve essere fatto. Essere testimoni, qua e là, che non permettono che si spenga questa fiammella, di modo che continui a brillare, mentre intorno tutto pian piano si sta disfacendo, tra l’incoscienza generale che laicamente si preoccupa soltanto dei fatti concreti, politici, con l’occhio fisso agli smartphone. 

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