La guerra tra Russia e Ucraina è uno scontro fratricida, una vera e propria guerra civile tra due popoli fratelli che, oltre a colpire una terra cruciale per la geopolitica europea, ferisce anche il cuore identitario dell’Est europeo: il cristianesimo ortodosso. Da tempo coinvolto nella geopolitica dell’Europa orientale: come le rotte del gas, che vedevano Russia e Paesi dell’Est europeo intenti in una partita a scacchi per le forniture con al centro l’Ucraina, anche le vie della fede sono state al centro del mirino in questi lunghi otto anni culminati nell’invasione russa del 24 febbraio scorso.

In questi anni è andata in scena una crescente balcanizzazione del mondo ortodosso che ha indebolito la posizione della Russia, forse per sempre, quale Stella Polare delle Chiese orientali.

I rapporti fra i patriarcati di Mosca e di Costantinopoli, i maggiori dell’ortodossia, si sono fatti sostanzialmente bellicosi dopo lo scisma di Kiev, la cui Chiesa ortodossa ha proclamato l’autocefalia tra il 2018 e il 2019. Un atto visto come provocatorio dal patriarca di Mosca Kiril e da Vladimir Putin, legittimato dall’importante patriarcato di Alessandria e dalla chiesa ortodossa di Grecia. L’ex presidente ucraino Petro Poroshenko ha lavorato per dare legittimità politica all’atto che ha fatto segnare un punto forse di non ritorno nel decoupling dell’Ucraina dalla Russia e dunque nell’allontanamento tra i due Paesi. Kiev parla di libertà religiosa e di giurisdizione autonoma, Mosca di un conflitto alimentato ad arte tra Oriente e Occidente.

Nella guerra di oggi riemergono anche queste ferite. Colpi inferti a una tradizione di convivenza e a un legame sistemico, umano, culturale che anche nella Chiesa occidentale è stato visto come cruciale per l’ecumenismo. Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno a lungo proposto la visione delle due Chiese, quella romana e quella orientale, come i due polmoni dell’Europa. Associando Cirillo e Metodio a Benedetto da Norcia e Francesco d’Assisi, la liturgia antica di matrice bizantina della Seconda Roma (Costantinopoli) divenuta Terza (Mosca) alla Prima, alla  Città Eterna, in nome dell’ecumenismo. Papa Francesco ha visitato l’Ucraina e incontrato Kiril all’aeroporto di L’Avana, nel 2015, pensando di vedere in lui il rappresentante unificato del mondo ortodosso. La guerra di religione andata in scena dopo i fatti del 2014, la secessione del Donbass, la proclamazione dell’autocefalia ucraina e rinfocolata dall’attuale conflitto può mandare in frantumi questo lungo processo di incontro.


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CAUSALE: Reportage Ucraina
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Le minacce velate di bombardamento russo alla cattedrale di Santa Sofia a Kiev, in quest’ottica, appaiono leggibili nell’ottica di una guerra che è anche conflitto identitario: Vladimir Putin, presidente cesaro-papista di cui Kiril è fedele alleato, “cappellano del Cremlino”, si presenta come vendicatore dell’ortodossia moscovita e il timore ucraino è che possa arrivare alle estreme conseguenze. Non accadrà: il danno è già fatto, il fiume secolare della storia che connette Russia e Ucraina ha preso la funzione di linea di divisione dopo che Mosca e Kiev si sono separate nel cuore della Chiesa ortodossa.

L’Ucraina ha conosciuto la divisione tra la Chiesa favorevole a Mosca, guidata dal patriarca Filarete, e quella scismatica guidata da Epifanio, primate d’Ucraina e metropolita di Kiev a cui i filaretiani hanno contrapposto un altro noto prelato, Onufriy.  Divise su tutto, durante l’attacco russo le due anime della Chiesa ucraina si sono ricompattate.

Il metropolita Onufriy di Kiev ha parlato di “guerra fratricida” in occasione dell’invasione russa dell’Ucraina. Difendendo la sovranità e l’integrità dell’Ucraina – ha dichiarato apertamente nel discorso del 24 febbraio – ci appelliamo anche al presidente della Russia affinché fermi immediatamente la guerra fratricida. I popoli ucraino e russo sono usciti dal fonte battesimale del Dnepr e la guerra tra questi popoli è una ripetizione del peccato di Caino, che uccise con invidia il proprio fratello. Una simile guerra non ha giustificazione né presso Dio né presso l’uomo”. Molto diverso l’atteggiamento di Kiril, il quale ha sì espresso una dura condanna, rivolta però al governo ucraino. In un’omelia tenuta mente presiedeva la Divina Liturgia nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca nella giornata del 7 marzo Kiril, riprendendo il discorso di Putin del 21 febbraio scorso, ha rimarcato le “sofferenze” provate dal popolo del Donbass a causa del governo di Kiev. In seguito il patriarca di Mosca ha indicato nel rifiuto dei valori cristiani da parte dell’esecutivo ucraino, comprendente tra le altre cose l’organizzazione dei gay pride, uno dei motivi per ritenere giustificata l’aggressione.

Ducentotrentasei chierici ortodossi russi, ha ricordato Francesco Boezi su IlGiornale.it, hanno mostrato dissenso verso le prese di posizione di Kiril. Ma il danno ormai è fatto: la rottura tra le due ortodossie è diventata bellica dopo esser partita come scisma. E questo, per Vladimir Putin e Kiril, è forse un passaggio decisivo: la dichiarazione di autocefalia del patriarcato del Kiev è stata una vera e propria riaffermazione dell’indipendenza ucraina dopo la secessione dall’Urss trent’anni fa; il peso della storia della cristianità ortodossa e dell’identità nazionale russa che fa riferimento a Vladimir I principe di Kiev arriva fino ad oggi mentre l’Ucraina vuole dissociarsi e separare una volta per tutte la sua strada. Di “guerra di religione” parla esplicitamente Andrea Molle, docente di Scienze Politiche alla Chapman University di Orange, California, ricercatore presso START InSight. Molle, contattato da InsideOver, ci spiega che a suo avviso in Occidente “abbiamo la certezza che Putin abbia invaso l’Ucraina per ragioni geopolitiche, strategiche o economiche” e ci dimentichiamo della religione, “fattore fondamentale della politica”. “La Chiesa ortodossa d’Ucraina non ha mai riconosciuto la pretesa di primato di Mosca”, nota Molle, e questo “è un problema serio per Putin, nella cui teologia ortodossa” la capitale ucraina, capitale del primo Stato russo della storia, “è religiosamente seconda solo a Gerusalemme”. Per il presidente, “la cui fortuna politica si deve anche alla sua capacità di fare leva sul sentimento religioso del popolo”, schierarsi contro Kiev “è necessario per legittimare le proprie aspirazioni politiche e religiose”.

Si tratta di una chiave di lettura interessante che mostra i nervi scoperti della storia, il peso sistemico di un’eredità plurisecolare convergente, oggigiorno, nella guerra più calda d’Europa dal 1945. In cui la battaglia per le città ucraine diventa battaglia per il cuore e le menti della storia, con alle spalle l’eredità comune di un passato che si è, improvvisamente, spezzato. E il rischio grande, quando di guerre di religione si parla, è che lo scontro diventi imprevedibile e irriducibile. Specie se, dal lato russo, il patriarcato diventa zelante sostenitore di nuove crociate piuttosto che pontiere per la pace.

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