Per poter parlare di persecuzione devono essere registrabili atti continuativi contro una minoranza. Per citare un genocidio, invece, c’è bisogno pure di sistematicità, quindi di un disegno sostenuto da più parti e nel tempo. É un distinguo sottile, magari un po’ pleonastico, ma dice tutto. Quando a parlare sono i dati, rimane poco da filosofeggiare. Quando le cifre vengono stilate da fonti governative britanniche, poi, la materia si sveste dalla natura indefinita e assume i lineamenti di una certezza inossidabile: nel mondo è in atto uno sterminio di cristiani.

A segnalare la prossimità di uno scenario proprio di un’ecatombe e quello che sta succedendo nel mondo – come riportato da Tempi – non sono pareri allarmisti di fronti tradizionali, ma è stato un documento ufficiale: un rapporto fatto fare da Jeremy Hunt, che il ministro degli Esteri del Regno unito. Tra le persone che professano una confessione religiosa che sono costrette a subire atti persecutori – questo è il dato da cui vale la pena partire – l’80% del totale crede in Gesù Cristo. I perseguitati rimanenti, quelli che appartengono ad altre religioni, rappresentano quindi meno di un terzo della statistica. Che Joseph Ratzinger lo avesse in qualche modo previsto nel 1968, parlando del destino nefasto e del ruolo minoritario che la Chiesa cattolica avrebbe ricoperto in un futuro prossimo,  lo abbiamo scritto in più circostanze. Ma che qualcuno debba portare la croce è testimoniato in fonti che lo stesso Benedetto XVI considererebbe ben più rilevanti delle sue riflessioni profetiche.

L’interpretazione del “politicamente corretto” come motivo scatenante o comunque come causa ancillare di questa situazione da parte di un capo di dicastero inglese – questo sì – era davvero difficile da pronosticare. Ma Jeremy Hunt ha ricercato e detto la verità e gli alleati del cristianesimo non devono per forza essere ricercati tra gli ecclesiastici. Tra gli ultimi ad ammettere la sussistenza di una vera e propria persecuzione operata ai danni dei fedeli in Cristo, tuttavia, è possibile annoverare il cardinale Pietro Parolin. Si può apprendere su Vatican News. Più di qualcuno, quando è emersa la natura di quello che accade in Iraq, avrà notato la comparsa su molti profili Facebook della lettera Nun.

La cifra stilistica è quella dell’alfabeto arabo. L’evocazione riguarda la scritta che viene apposta in Iraq come in altri luoghi sulla porta di chi professa la fede in Cristo. Quelli che la indossano in Occidente – via social o in maniera più pragmatica – lo fanno per solidarietà. Basterebbe far notare come i cristiani, nel Medio Oriente, siano diminuiti, riducendosi a un quarto del numero che poteva essere decretato fino a qualche anno fa, per indicare la drammaticità del rapporto e la necessità che i gesti di solidarietà, così come l’attenzione verso questo genocidio, si moltiplichino. Poi ci sono altri numeri, che fanno tutti spavento: in Palestina i cristiani costituivano il 15% della cittadinanza, ora sono appena il 2%.

Il documento si sofferma sulle nazioni medio orientali, ma è difficile non notare come venga citata pure la Cina. La stessa Repubblica popolare con cui la Santa Sede ha stipulato un “accordo provvisorio” che dovrebbe riguardare – il contenuto del patto è rimasto abbastanza celato – la nomina congiunta e partecipata dei vescovi. C’è una cifra che può essere fissata nella memoria collettiva occidentale: sono 245milioni – lo evidenzia il rapporto – i cristiani interessati da persecuzione. Se non è un genocidio questo, allora cos’è un genocidio?

L’Europa viene esclusa dal novero. Dalle parti nostre non c’è bisogno di una lettera su i portoni. Basta contare quelli delle chiese che sono stati sigillati o chiusi per accorgersi di come il relativismo culturale non abbia bisogno di violenza fisica per combattere la cristianità.

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