In alcune parti del mondo le sofferenze inflitte ai cristiani sono tante e si riflettono sui diversi aspetti della quotidianità, al punto da incidere profondamente in quelle che dovrebbero essere le normali abitudini di vita. Vittime di soprusi non solo donne ma anche uomini. Ecco una realtà a volte nascosta ma non per questo meno grave.

Le condizioni generali delle donne cristiane

La quotidianità fatta di piccoli gesti e attività che rientrano nella routine è qualcosa che in alcune parti del mondo non può essere data come scontata per i cristiani perseguitati. Se poi si analizzano particolari momenti di vita ancora peggio: innamorarsi e sposarsi per amore è qualcosa di impensabile. Le donne cristiane vengono quasi sempre costrette a sposare i non cristiani e convertirsi ad un nuovo credo. La percentuale dei matrimoni forzati è più alta in Asia con il 72% dei casi piuttosto che in Africa, dove si registra il 28% di queste situazioni. I cristiani in generale vengono violentati e molestati sessualmente “semplicemente” per motivi di carattere religioso sia in Africa che in Asia con maggiore incidenza in Nigeria e in Arabia Saudita.

“Proprio in Arabia saudita – afferma su InsideOver la specialista sulla persecuzione di genere di Porte Aperte Onlus Cristina Merola fonti riferiscono che, al di fuori del contesto matrimoniale, i casi di stupro e di violenza sessuale sono all’ordine del giorno per le migliaia di domestiche non saudite  che sono cristiane o più generalmente non musulmane. Questa posizione lavorativa- prosegue Merola – le espone comunemente ad abusi, essendo trattate praticamente come schiave. Ciò rispecchia pienamente la funzione subordinata delle donne nella società saudita e la loro condizione di mancanza di protezione quando sono sole e quando lavorano fuori casa”.

Lontani dalla carriera e dalla tecnologia: la “diversità” dei cristiani

Se fare uso dei cellulari e con essi dei social appare una cosa alquanto normale, non lo è nei Paesi dove i cristiani vengono discriminati. Soprattutto non è un lusso che le donne possono permettersi e questo a prescindere dalla fede: basti pensare ad esempio che solo il 50% delle donne pakistane possiede i telefoni cellulari rispetto all’81% degli uomini. Ed ancora, le donne che possono fare uso di internet sono il 19% contro il 37% degli uomini. Tutto ciò ha l’effetto di estraniare le donne dalle conoscenze, dalle informazioni e quindi dalla società al contrario degli uomini che monitorano tutto.

Anche tu puoi aiutare i cristiani (Qui tutti i dettagli).

Per sostenere i cristiani che soffrono potete donare tramite Iban, inserendo questi dati:

Beneficiario: Aiuto alla Chiesa che Soffre ONLUS
Causale: ILGIORNALE PER I CRISTIANI CHE SOFFRONO
IBAN: IT23H0306909606100000077352
BIC/SWIFT: BCITITMM

Oppure tramite pagamento online a questo link

Se però si fa riferimento ai cristiani, anche gli uomini devono subire le angherie in quanto minoranza religiosa. A chi professa infatti la fede cristiana vengono riservati posti di lavoro considerati bassi e impuri. Chi ha avuto la fortuna di studiare in settori più prestigiosi, può dimenticare di fare carriera. Questo vale per chi svolge l’attività di avvocato, dottore e insegnante. La discriminazione è così forte che si riflette anche sul diritto a ricevere le cure sanitarie. Non solo: sempre in Pakistan, come ha sottolineato la stessa Cristina Merola, nonostante i professanti la fede cristiana rappresentino il 2% della popolazione, sono vittime di un quarto di tutte le accuse di blasfemia.

Una situazione peggiorata negli ultimi anni

I riferimenti di Porte Aperte sono relativi soprattutto alle situazioni in Paesi come Pakistan oppure altri nel Medio Oriente dove, secondo la World Watch List del 2021 pubblicata a gennaio, le discriminazioni nei confronti dei cristiani sono in aumento. Eppure non sempre da questa regione del mondo negli ultimi decenni sono arrivati esempi negativi sulla situazione lavorativa, e non solo relativa alla sicurezza, delle minoranze cristiane. Basti pensare ad esempio alle immagini che entravano nelle case dei cittadini europei nel 2003, alla vigilia della guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. A fare da mediatore per evitare il conflitto a nome del governo di Baghdad, appariva sempre nei telegiornali un certo Tareq Aziz. In Vaticano, poi in alcune cancellerie del Vecchio Continente, il suo volto emergeva come diplomatico principale al servizio del rais.

Un uomo importante dunque, uno che de facto era a capo del governo di Saddam. Ed era un cristiano. Oggi proprio in Iraq è semplicemente impensabile che un appartenente della comunità cristiana vada al governo. Anzi, qui le minoranze religiose lottano per sopravvivere. L’Isis, che ha avuto in mano buona parte del nord dell’Iraq tra il 2014 e il 2017, ha ucciso o cacciato via migliaia di cristiani. Molte chiese da secoli attive nella piana di Ninive, sono state distrutte. Oggi nonostante il califfato islamista non ci sia più, per le comunità della zona è difficile ripartire. Seguire una messa potrebbe già rappresentare un pericolo per molti cristiani. Figurarsi avere figure politiche di rilievo a rappresentarli. Vale per l’Iraq, ma vale anche per molti Paesi della regione: negli ultimi anni per gli appartenenti alle comunità cristiane sono riservati solo posizioni sociali marginali. Ed è questo un altro grave aspetto della discriminazione.

La persecuzione sanitaria durante il Covid

Se si pensa che l’attuale emergenza coronavirus possa aver appianato alcune diseguaglianze sociali lì dove i cristiani sono perseguitati, purtroppo occorre ricredersi. In realtà, sempre secondo i rappresentanti di Porte Aperte, in alcuni Paesi anche sul fronte delle cure mediche sono state effettuate profonde discriminazioni e differenziazioni. Ancora una volta un esempio è arrivato dal Pakistan. Qui sulla carta le prestazioni sanitarie sono rivolte a tutti i cittadini, senza tener conto dell’appartenenza etnica o religiosa. Nella pratica però la situazione è apparsa opposta: “I cristiani hanno subito discriminazioni nel ricevere cure mediche e soccorsi d’emergenza legati alla crisi COVID-19”, ha dichiarato Cristina Merola.

La persecuzione sanitaria non ha rappresentato l’unico elemento negativo correlato al coronavirus. Oltre alle discriminazioni sulle cure, i cristiani hanno dovuto affrontare una maggiore vulnerabilità sociale ed economica generata dalla misure restrittive anti contagio prese in diversi Paesi. Lo si è intuito ancora una volta tra le righe del rapporto World Watch List: “Per molti cristiani perseguitati – si legge nelle dichiarazioni del direttore di Porte Aperte, Cristian Nani – il lockdown dovuto alla pandemia ha significato essere chiusi in casa con il proprio persecutore. La famiglia che non accetta la fede del cristiano è spesso una delle fonti immediate di persecuzione”. E con il proseguire dell’emergenza sanitaria, la situazione potrebbe rischiare di peggiorare.

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