L’India è un grande Paese dalla storia complessa e affascinante come ogni altro grande epicentro della civiltà umana. Singoli, deplorevoli e non sistemici episodi lasciano da più parti pensare, per fare un semplice esempio, che l’India odierna di Narendra Modi sia un territorio ostile per ogni minoranza non conforme al ceppo dominante di lingua Hindi e religione Hindu. In particolar modo, la modifica costituzionale dello statuto del Kashmir è stata associata all’ipotesi che in India potesse prendere piede un pericoloso giro di vite contro i musulmani residenti nel Paese. Nulla di tutto ciò sembra esser sul campo.

“Rivendico la mia posizione: non mi sento di appartenere a una minoranza, e non mi sento discriminata né in quanto musulmana né in quanto donna”, dice a Inside Over Subuhi Khan. Classe 1986, avvocato e attivista per i diritti sociali, Subuhi Khan è attualmente in carica presso la Corte Suprema di Delhi, e rivendica la sua totale fedeltà a Bharat, la patria. “La storia stessa dell’India ci dice che fin dall’antichità questa terra non è mai stata legata a un solo popolo o una sola religione”, ribadisce, aggiungendo che “la forza dell’India sta nella capacità di popoli, etnie, lingue e tradizioni religiose di dialogare tra loro e convivere” e che le campagne anti-indiane intensificatesi a livello mediatico dopo l’ascesa di Narendra Modi vedono una forte regia straniera di  Paesi ostili a Nuova Delhi. Il profilo Twitter di Subuhi Khan, in tal senso, è un vero e proprio inno alla tolleranza e al convivenza. Musulmana, la Khan rivendica, come ha fatto in una recente intervista all’Hindustan Times, la sua aderenza alla cultura nazionale.

Shubuhi khan

Quanto la Khan sottolinea conversando con noi richiama la realtà dei fatti che la demografia presenta: 200 milioni di persone, in India, sono musulmane, un numero di abitanti del Paese che sfiora la somma delle popolazioni di Italia, Francia e Germania e rappresenta circa il 15% del totale nazionale. Se di minoranza si tratta, è una minoranza demograficamente immensa, una parte integrante del corpo sociale nazionale. “I musulmani, così come i cristiani e gli ebrei, vivono in pace in India”, aggiunge la Khan, che ne ha anche per la retorica che vorrebbe l’India un Paese chiuso alle donne. “Rifiuto questa narrativa: l’India, nella cultura nazionale è pensata come una donna”, sottolinea, “nella cultura e nelle scritture della religione Hindu l’universo e le sue forze vivificatrici sono viste avere un’anima tanto maschile quanto femminile”. E questo, in una terra che vive impastata di storia come l’India ha una sua importanza. Secondo le stime del Pew Research Center, nel 2050 l’India avrà la più grande popolazione musulmana al mondo, superando tanto l’Indonesia quanto il confinante Pakistan. Le minoranze vere sono altre, ma non appaiono messe ai margini: l’India è patria delle comunità mazdea (Parsi e Irani), Sikh e Bahá’í più grandi del mondo che convivono all’interno del Paese da ben prima dell’indipendenza e erano già presenti durante la serie di imperi e dominazioni che si alternarono nel Subcontinente, ultimo tra tutti il dominio dei Moghul. Impero musulmano che portò l’India al massimo livello di fulgore tra il XVI e il XVII secolo.

Per Subuhi Khan è dunque naturale ritenersi interprete e custode di una lunga tradizione, così come vale per Khushbu Sundar, attrice e politica 51enne esponente proprio del partito di Modi, associato al nazionalismo indù, pur essendo a sua volta musulmana e di etnia Tamil.

Secondo la tradizionale retorica sull’India, dunque, dovrebbe essere lontana dalla politica o da ruoli di rilievo. Ma la sua carriera dice ben altro: 200 film in oltre 35 manni in cinque lingue diverse, una popolarità trasversale, uno sbarco in politica in un partito, il Partito popolare indiano, associato nella narrativa al semplice nazionalismo indù, una figura emancipata e che parla con trasparenza della sua esperienza. “Politica, affari, finanza, spettacolo, scienza”: gli esponenti delle etnie minoritarie e delle culture non Hindu, e in particolar modo le loro donne, sono ovunque in posizione di responsabilità nel Paese, ci dicie Khushbu. “E negli ultimi anni stiamo migliorando vistosamente”. Questo vale sia per le minoranze che per le donne, per le quali a sua detta, “in India, come in altri Paesi, più che di discriminazioni bisogna parlare di necessità di rompere il soffitto di cristallo” per l’accesso a determinate posizioni.

L’opinione di due donne affermate, non Hindu e di chiara popolarità in India, ci trasmette dunque una visione diversa del Paese rispetto alla narrazione dominante. L’India è complessa e va capita con voci di prima mano. Se no, si scade nel sentito dire. Quello che più offenderebbe, e offende tuttora, una terra dalla storia unica e profonda.

 

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