A partire dall’inizio degli Anni Novanta, la crescita dell’immigrazione proveniente da Paesi a prevalenza religiosa musulmana ha portato alla formazione di comunità di seguaci dell’Islam abbastanza consistenti nel continente europeo; l’impatto demografico di tale flusso di immigrati è difficile da calcolare per diversi motivi: in primo luogo, esso ha acquisito intensità variabili anno dopo anno; in secondo luogo, si è sovrapposto alla precedente, consistente immigrazione in Francia e Gran Bretagna da parte di cittadini delle loro ex colonie; infine, l’aleatorietà dei sondaggi e dei report statistici rende difficile identificare la religione dei cittadini europei.

Studi demografici seri e ben ponderati sono stati condotti in tutta Europa nel corso degli ultimi anni al fine di definire la dimensione reale della presenza islamica in Europa e le prospettive per il suo sviluppo, molto spesso oggetto di dibattito in sede giornalistica e accademica. Un’analisi particolarmente sofisticata sia delle principali stime sulla presenza musulmana nel Vecchio Continente che delle implicazioni sociali che essa comporta è stata realizzata dal professor Massimo Livi Bacci, tra i “pesi massimi” della demografia italiana, per l’ultimo numero di Limes.

Gli scenari per i musulmani d’Europa da oggi al 2050

Livi Bacci, nel suo articolo, spiega come l’evoluzione della presenza musulmana in Europa, pari al 4,9% della popolazione totale nel 2016 (25,8 milioni di persone), sarà frutto della sommatoria,  nel corso del XXI secolo, di due vettori distinti: quello dell’incremento delle comunità già stanziate (il cui tasso di natalità si prevede destinato a decrescere), al netto di ritorni in patria e conversioni, e quello del versante migratorio, vero nodo cruciale in quanto, spiega l’autore, “i movimenti migratori sono, tra i grandi fenomeni sociali, quelli di più difficile previsione per la complessità dei fattori che li sospingono e li frenano”.

Tutto ciò andrà ovviamente ponderato in funzione delle dinamiche demografiche dell’Europa, che sembrano proiettare verso un futuro contraddistinto da un decremento della popolazione non musulmana. Secondo tre distinti scenari elaborati dal Pew Research Center, sarà il livello migratorio a determinare le future dinamiche.

Il report del Pew, spiega Livi Bacci, si fonda sull’assunto che il tasso di fecondità medio della popolazione musulmana europea (2,6 figli per coppia) arriverà entro il 2050 ad approssimare la media continentale di 1,6 e, al tempo stesso, si prospetta un’immigrazione che, a seconda dei modelli, può presentare saldi grossomodo nulli, saldi pari a quelli sperimentati nel 2010-2016 escludendo i rifugiati e saldi pari a quelli complessivi di migranti e rifugiati nel 2010-2016.

Nelle tre proiezioni, il numero dei musulmani d’Europa si attesta rispettivamente a 35,8 (incidenza del 7,4%), 57,9 (11,2%) e 75,6 milioni (14,6%). Le ipotesi estreme, in ogni caso, appaiono irrealistiche, dato che non sembra prospettarsi né una fine completa delle migrazioni né uno sdoganamento totale delle stesse, sulla scia delle nuove politiche di chiusura e “selezione” messe in atto dai Paesi europei. 

Rischiamo l’invasione?

Le stime Pew coincidono con le proiezioni di Eric Kaufmann, professore all’Università di Londra, e sembrano prevedere un futuro in cui le comunità musulmane arriveranno a costituire una quota consistente, per quanto largamente minoritaria, della popolazione europea. Come riporta Livi Bacci, nessun Paese avrà nel 2050 tassi di popolazione musulmana compresi tra il 20 e il 30% come i Regni di Aragona e Valenza prima dell’espulsione dei moriscos dalla Spagna tra il 1609 e il 1613, eccezion fatta per i singoli casi di Albania, Kosovo e Bosnia-Erzegovina.

Le linee di faglia tra società europee ed immigrazioni sono notevoli e innegabili, tuttavia tra queste ci sentiamo in dovere di escludere la questione demografica, che al tempo stesso va mediata con le notevoli frammentazioni interne ai vari “Islam nazionali”, legate sia all’origine geografica dei musulmani d’Europa che alla divisione confessionale tra sunniti e sciiti.

Del resto, nessuna soglia quantitativa sulla presenza musulmana in Europa sarà mai realmente indicativa di un potenziale o presunto rischio per la tenuta dei tessuti sociali del continente. Come conclusione, sottoscriviamo quanto riporta Livi Bacci nel suo articolo su Limes: “C’è la falsa convinzione che oltre certe “soglie” di incidenza – che peraltro nessuno è in grado di determinare – l’immigrazione sgretoli la coesione della società. Meglio sarebbe dire che questa funzione viene messa a rischio quando i processi di integrazione non funzionano e quando le società di destinazione non investono su di essi”.

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