L’Iraq si sta spopolando di cristiani. Negli ultimi anni e, in particolare, a partire dal 2003, più di un milione di fedeli autoctoni ha abbandonato il Paese, a causa di guerre e persecuzioni.

Prima del 2003, nello Stato mediorientale viveva più di un milione e mezzo di cristiani. Questa comunità, una delle più antiche al mondo, rappresentava una minoranza consistente, equivalente a circa il 6% della popolazione. Liberi di professare il loro credo all’interno delle Chiese, i cristiani erano tollerati all’interno dello Stato, ma non era consentito loro fare proselitismo, soprattutto tra i musulmani.

Dalla guerra del Golfo all’ascesa dell’Isis

Con lo scoppio della seconda guerra del Golfo, sono iniziati gli attacchi settari che hanno decimato il numero di fedeli. La situazione è ulteriormente peggiorata nel 2013, quando dopo due anni di guerra civile, il numero di cristiani rimasti in Iraq era inferiore al  mezzo milione. I cristiani venivano torturati e perseguitati perché accusati di sostenere le truppe americane presenti sul territorio iracheno.

Nel 2014, annus horribilis che coincide con l’ascesa dell’Isis, ha inizio il vero e proprio “genocidio” dei cristiani iracheni. Le loro usanze e i loro costumi più vicini all’Occidente vengono presi a pretesto dai fondamentalisti, per dar vita a un’ondata di intolleranza e di violenza.

Ad oggi, si stima che i cristiani autoctoni rimasti in Iraq siano soltanto 225mila, circa l’1 per cento della popolazione irachena, che conta ben 39,3 milioni di persone.

Vittime della persecuzione settaria, molti cristiani iracheni, sopravvissuti all’oppressione dello Stato islamico, hanno abbandonato i loro territori di origine – la capitale, Baghdad, e le città situate nella Piana di Ninive, in particolare Mosul – e sono fuggiti alla volta del Kurdistan iracheno o dei Paesi vicini, in particolare Giordania, Turchia e Libano.

Il post-Isis

Nel 2017, lo Stato Islamico è stato definitivamente sconfitto in Iraq: tuttavia la maggior parte dei cristiani espatriati ha paura di tornare a casa. Essi temono sia i jihadisti dello Stato Islamico, alcuni dei quali continuano a nascondersi negli ex territori del Califfato, sia ritorsioni e rappresaglie. Secondo il coordinatore per gli aiuti internazionali del governo della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, Dindar Zebari, al momento circa l’85% della popolazione fuggita dalla Piana di Ninive non avrebbe ancora fatto rientro nei territori di origine.

Le violenze contro i cristiani iracheni proseguono ancor oggi nella forma di attacchi diretti e indiretti. In molti casi, le abitazioni da cui sono fuggiti sono state occupate illegalmente. Secondo la testimonianza di Zebari, le “terre appartenenti a proprietari cristiani o yazidi sono state confiscate per alterare gli equilibri demografici dell’area”. Le aree urbane in cui vivevano i cristiani si troverebbero in uno stato di totale degrado, ridotte a un ammasso di macerie e trasformate in discariche.

Per fronteggiare le minacce, i cristiani sollecitano la protezione dei Peshmerga, le forze armate della regione del Kurdistan iracheno. Dopo l’occupazione dell’Iraq da parte dello Stato Islamico, molti fedeli hanno trovato rifugio nel territorio curdo, situato a nord dell’Iraq, dove sono stati appunto protetti dai militari curdi, impegnati nella lotta contro i jihadisti. Ora i cristiani ne chiedono la presenza anche nei territori iracheni controllati da Baghdad.

Il rischio di una persecuzione etnica

Anche rimanere nel Kurdistan iracheno, che li ha ospitati e protetti negli ultimi anni, non può essere considerata un’opzione. La regione settentrionale dell’Iraq sta attuando una politica di “curdizzazione”del territorio. Sfuggiti, dunque, alla crudeltà dello Stato Islamico, i cristiani arabi sopravvissuti rischierebbero di essere perseguitati anche dai curdi, questa volte su base etnica.

Nonostante tutte queste difficoltà, un segnale di speranza per il futuro giunge dal patriarca caldeo, Louis Raphael Sako, creato cardinale da papa Francesco il 29 giugno 2018. In un messaggio diffuso il 31 gennaio, in occasione del sesto anniversario della sua elezione patriarcale, il primate della Chiesa caldea riferisce di alcune iniziative positive intraprese in Iraq, quali “la risistemazione delle finanze patriarcali, il rinnovamento della liturgia, l’ istituzione della Lega caldea e la creazione di un comitato di dialogo interreligioso con sunniti, sciiti, yazidi e mandei per contrastare l’ estremismo settario”.

L’Iraq condivide con la Siria le medesime difficoltà, causate dall’occupazione violenta dello Stato Islamico. Recentemente, il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, ha diffuso notizie preoccupanti sulla situazione dei cristiani, affermando che essi “rischiano concretamente l’estinzione”. Zenari ha inoltre ricordato come dopo la seconda guerra mondiale i cristiani fossero circa il 25 per cento della popolazione siriana, contro l’attuale 2%.

Come in Iraq, anche in Siria il rischio di estinzione è dovuto non solo agli attentati e alle persecuzioni, ma anche alle difficoltà economiche di vivere in un Paese sopravvissuto a otto anni di guerra. La situazione complessiva costringe inesorabilmente i cristiani a emigrare, lasciando un vuoto incolmabile nelle comunità cristiane di appartenenza.

Per questo, come ha ricordato Sako, la situazione negli ex territori del Califfato deve essere risolta “aprendosi gli uni agli altri”, in uno sforzo collettivo di riconciliazione, che rimuova le macerie esteriori e sani le ferite interiori di un’ intera collettività.

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