Sul nostro cammino incrociamo pick-up con soldati curdi armati fino ai denti, i numerosissimi posti di blocco lungo la strada sterrata rallentano la nostra marcia verso Kobane, la città simbolo della resistenza curda alle bandiere nere dell’Isis. Siamo nel Nord della Siria al confine con la Turchia, la nemica di sempre dei curdi siriani. I tagliagole di Al-Baghdadi sferrarono l’attacco contro Kobane nel settembre del 2014. Dopo poco più di sei mesi di resistenza, i curdi delle forze dell’Unità di Protezione Popolare (YPG) supportati dai Peshmerga curdo iracheni e dai bombardamenti dell’aviazione statunitense, hanno respinto l’avanzata del Califfato marcando così il punto di svolta alla lotta contro lo Stato islamico nel Nord della Siria.

Quando entriamo in città veniamo immediatamente accolti da una maestosa statua di un angelo bianco dedicato ai “martiri”, come vengono chiamati i soldati e civili che, imbracciando le armi contro l’Isis, hanno perso la propria vita per la libertà della loro popolazione. Dei manifesti con i loro visi sono appesi sui lampioni lungo le strade, fuori dai negozi ed edifici. Ogni nucleo famigliare a Kobane è stato colpito duramente dalla guerra. Mogli e figli portano le icone dei propri cari morti in combattimento ancora attaccate ai vestiti.

I soldati cristiani del Syriac Military Council, che ci scortano portando sempre con loro dei kalashnikov, ci conducono dentro la città. I segni della lunga battaglia sono ancora evidenti ma si nota come la vita stia tornando lentamente a una sorta di normalità: notiamo alcune ragazze senza velo e con lo zaino in spalla che stanno tornando dalla scuola, dei bambini giocare per strada tra le macerie e negozi di abbigliamento aprire le saracinesche.

La sorpresa è notevole quando Kino Gabriel, portavoce delle milizie cristiane, ci invita a guardare una croce che spicca da un edificio. È una chiesa cristiana, l’unica nella città. Si trova dentro un appartamento al primo piano di una casa ristrutturata. Sull’uscio la scritta in inglese, curdo e arabo “Church of the Brethren”, la chiesa dei confratelli.

Veniamo accolti dagli occhi increduli dei pochi membri della comunità cristiana che si stavano riunendo in quel momento. Quattro famiglie e quaranta membri in tutto fanno parte della comunità di fedeli di Gesù Cristo a Kobane. Ci mostrano con orgoglio i loro rosari, le croci e le icone sacre.

Per la maggior parte sono curdi sunniti che si sono convertiti al cristianesimo, dato non da sottovalutare considerando come, in molti paesi mussulmani, la conversione è punita anche con la morte.

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“Viviamo fianco a fianco con gli altri membri della comunità musulmana di Kobane e ci sentiamo perfettamente integrati,” ci dice Omar. “Lo scorso anno abbiamo invitato i nostri vicini a celebrare il Santo Natale con noi e a decorare la chiesa con i tradizionali simboli natalizi.”

“Abbiamo anche una libreria cristiana al pian terreno dell’edificio, dove vendiamo Bibbie e altri libri cristiani tradotti in curdo e arabo per la nostra comunità ma anche per i musulmani che li richiedessero… e non sono pochi,” Omar ci racconta stupendoci notevolmente.

Scopriamo inoltre che le attività sociali della comunità cristiana di Kobane sono ben radicate: oltre alla chiesa e alla libreria cristiana, hanno una pasticceria e una clinica mobile per aiutare i rifugiati e tutte le persone che ne abbiano bisogno a prescindere dal credo religioso fornendoli cure mediche e viveri all’occorrenza.

Al tramonto, veniamo invitati a condividere con loro una semplice cena ed esattamente nel momento in cui i cristiani si accingono a pregare per ringraziare Dio per il pasto serale, il muezzin richiama i fedeli mussulmani alla preghiera serale da un minareto a pochi metri dalla chiesa cristiana dove ci troviamo. La libertà religiosa è tangibile in quello spicchio di Medio Oriente martoriato da guerre di religione e interessi economici. Da capire quanto questo spirito pacifico tra le diverse comunità religiose ed etniche potrà durare una volta sconfitto il nemico comune dello Stato Islamico.

Lasciamo Kobane quando il sole è già calato. I cristiani ci regalano alcuni crocifissi per auspicare un viaggio di ritorno sicuro nell’imprevedibile notte siriana.

Tre progetti diversi con un unico obiettivo: sostenere i cristiani di Aleppo
Iban: IT67L0335901600100000077352 Banca Prossima
Causale: ilgiornale per i cristiani

 

Ci guardiamo indietro verso quella croce fuori dall’edificio che ospita la chiesa. Stupisce notare come a Kobane, in Siria, le croci e la fede in Gesù Cristo stiano risorgendo dalle macerie di un’orrenda guerra civile mentre noi ci accingiamo a tornare in Europa dove le croci cristiane vengono rimosse e le chiese abbattute.

Il paradosso di questa situazione è osservare come in Europa, e proprio nell’Europa cristiana, onde evitare di offendere altre religioni, si decida di rimuovere le croci, di abolire le recite di natale e i cori natalizi, mentre in Sira, territorio prevalentemente mussulmano, i Cristiani espongono simboli natalizi e cristiani con fierezza e li utilizzino per integrarsi dandoci la lezione più importante: non è che nascondendo ciò che siamo o vergognandoci di ciò in cui crediamo che accettiamo le diversità, ma proprio riscoprendo la forza della nostra cultura possiamo aprirci al confronto con altre culture e accettarne tutte le differenze.

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