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Il sangue continua a scorrere in Myanmar. La violenza ormai investe ha investito tutti, senza distinzioni etniche o religiose, e ha riportato in superficie rancori dal sapore antico, rimasti sepolti soltanto in apparenza.

Nello stato di Rakhine, ormai tristemente noto per le vicende legate ai massacri  e all’esodo della minoranza musulmana Rohingya, uno scontro a fuoco tra esercito birmano e manifestanti ha causato una decina di morti e 12 feriti gravi. Questa volta le vittime non sono musulmane ma buddiste. Nell’antica città di Maku-u diverse migliaia di persone ha sfidato le forze dell’ordine per protestare contro il divieto di svolgimento di un festival nazionalista dove annualmente i buddisti di Rakhine si ritrovano per celebrare e commemorare l’antico regno di Arakan invaso dai birmani nel 1785.

Il popolo Rakhine, a maggioranza buddhista, è uno dei tanti gruppi etnici che in Birmania lottano da anni contro il governo centrale per affermare la propria indipendenza. Basti pensare ai Karen che vivono al confine con la Thailandia e che dal 1949 combattono la loro personale battaglia per l’indipendenza. Sono circa 130 le etnie presenti in Myanmar, ognuna con le proprie differenze culturali religiose e linguistiche, raggruppati in otto macro-gruppi. Un vero e proprio crocevia di tradizioni e culture che nel corso dei secoli ha plasmato l’identità del Paese non senza spargimento di sangue.   

I rakhine vantano una storia millenaria che risale a tremila anni prima di Cristo. Un popolo la cui fierezza è custodita nel loro stesso nome. Infatti la parola Rakhine significa  “colui che mantiene orgogliosamente la propria razza”. Il regno di Arakan (Rakhine) ha goduto di una propria autonomia per millenni, fino al 1785, anno in cui furono sconfitti e assoggettati dai bamar, l’etnia oggi maggioritaria in Myanmar. Da allora ogni anno i rakhine si ritrovano in quella che fu la loro antica capitale per commemorare la fine del regno e per richiedere maggiore autonomia. La gente del posto commemora l’evento ogni anno il 15 e il 16 Gennaio con tradizionali incontri di wrestling e conferenze sulla letteratura di attivisti e politici indipendentisti influenti.

Quest’anno, a causa dei gravi disordini avvenuti proprio nella regione ai danni dei musulmani rohingya, le autorità avevano deciso di vietare i tradizionali festeggiamenti. Alla testa di alcuni monaci buddisti, migliaia di persone si sono radunati per le strade della città per poi dirigersi verso gli uffici amministrativi armati di pietre e bastoni. L’esercito, dopo aver intimato alla folla di disperdersi ha aperto il fuoco prima con proiettili di gomma. Molti dei manifestanti hanno iniziato a lanciare pietre e mattoni verso il palazzo del gvernatore. Quando alcuni di loro sono entrati nel complesso e hanno iniziato a distruggere camion della polizia, gli agenti hanno aperto il fuoco con vere pallottole . “Ho visto che le vittime sono state colpite almeno due volte, soprattutto nell’addome e nelle gambe”, ha detto U Tun Thar Sein, un parlamentare locale.

Si tratta di uno scontro che rivela la complessità della realtà birmana. I buddisti, uniti per scacciare i musulmani, ora si ritrovano a lottare gli uni contro gli altri, mentre i guerriglieri islamisti dell’ARSA agiscono indisturbati approfittando del caos in cui versa il Paese. Proprio le ultime notizie riguardanti la crisi umanitaria dei rohingya sembrano aver riacceso la rabbia dei buddisti di Rakhine nei confronti del governo centrale. Pochi giorni fa è stato trovato finalmente un accordo tra Myanmar e Bangladesh riguardo alla sorte degli sfollati rohingya.  L’accordo prevede la creazione di cinque campi di transito dal lato bengalese e due centri di accoglienza dalla parte birmana. I termini dell’intesa stabiliscono che il rimpatrio sia da completare “preferibilmente” entro due anni a partire dalla fine del mese di gennaio.

Se Aung San Suu Kyi e il suo omologo bengalese si sono detti soddisfatti dell’intesa raggiunta, lo stesso non si può dire dei diretti interessati, vale a dire i rohingya e la popolazione buddista di Rakhine. Rimangono infatti troppi i dubbi e le incertezze relative a questo accordo.  La minoranza musulmana, insieme a diverse organizzazioni umanitarie chiede più garanzie per la loro incolumità dopo aver visto distrutte le proprie abitazioni nei pogrom a opera dei militari birmani e di milizie di buddisti locali. Come verrà poi applicato il controllo dei requisiti per il rimpatrio non è dato saperlo: i rohingya anche prima dell’inizio delle violenze non erano considerati cittadini birmani, nessuno di loro potrà dimostrare la propria cittadinanza alle autorità e molti si dicono pronti a morire piuttosto che tornare nell’inferno da cui sono fuggiti.

“Col ricordo ancora fresco degli stupri, delle uccisioni e delle torture nella mente dei rifugiati rohingya, pianificare il loro rientro in Myanmar suona prematuro in maniera allarmante. L’accordo con Bangladesh è stato fatto senza consultare i rohingya e non contiene alcuna rassicurazione che le persone potranno rientrare di loro volontà” ha affermato James Gomez, direttore regionale di Amnesty international per l’Asia sudorientale e il Pacifico. “Non c’è alcuna ragione, date le politiche di diniego dei diritti umani attuate contro i rohingya, di sperare che al loro ritorno sarebbero protetti o che non sussisterebbero le ragioni per una nuova fuga. Ogni ritorno forzato costituirebbe una violazione del diritto internazionale”. 

Dall’altra parte della barricata ci sono i buddisti birmani, che non hanno alcuna intenzione di veder tornare i musulmani nei propri territori. Oltre ai tanti monaci, molti dei quali hanno attivamente partecipato ai violenti pogrom, anche diversi intellettuali nazionalisti stanno protestando in maniera sempre più veemente. Il giovane scrittore Wai Hun Aung dopo aver aspramente criticato il governo riguardo agli accordi col Bangladesh è stato arrestato all’alba di martedì 16 gennaio. Wai Hun Aung doveva tra l’altro essere uno di quegli attivisti che avrebbero dovuto parlare al festival indipendentista di Rakhine il cui divieto ha causato i violenti scontri di questi giorni.  

Secondo U Thein Won, fratello maggiore dello scrittore, le autorità hanno effettuato l’arresto ai sensi dell’articolo 505 del codice penale birmano secondo il quale “chiunque fa, pubblica o diffonde dichiarazioni o report, con l’intento di causare o allarmare il pubblico o in cui chiunque possa essere indotto a commettere un reato contro lo Stato o contro la tranquillità pubblica; deve essere punito con due anni di reclusione.”  Un vero e proprio bavaglio alla libertà d’espressione che non fa che incancrenire una situazione già pesantemente segnata da sangue, odio e violenza.

 

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