Le premesse erano eccezionali, e lo svolgimento non è stato da meno. Recep Tayyep Erdogan, primo presidente della Turchia a chiedere un’udienza al Papa e primo presidente della Turchia a mettere piede in Vaticano dal 1959, si è presentato a Francesco con un seguito almeno inusuale (16 persone, tra le quali la moglie Emine, la figlia Esra e cinque ministri), e il colloquio a porte chiuse tra i due, durato 50 minuti, è andato ben oltre le usanze tipiche in questi casi.

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È la dimostrazione che i temi sul tappeto erano importanti e che l’incontro tra due personaggi così diversi era in qualche modo dettato dalle urgenti necessità dei tempi. Come abbiamo scritto nei giorni scorsi, sia alla vigilia sia durante la visita, i “rischi”, in questo caso, erano tutti a carico del Pontefice. Il tema di Gerusalemme, caro al Papa e politicamente caldo per Erdogan, si prestava all’evidente speculazione politica del Presidente turco, che ha cercato di “arruolare” Francesco in una ambigua campagna per la liberazione di Gerusalemme.

Ambigua non perché la situazione non sia chiara (per le Nazioni Unite e per il diritto internazionale, Gerusalemme Est è “territorio occupato” dal 1967 che Israele ha illegalmente annesso), ma perché le posizioni sono molto diverse: Erdogan vorrebbe Gerusalemme Est capitale dello Stato autonomo di Palestina, il Vaticano dal 1949 sostiene che tutta Gerusalemme (l’Ovest come l’Est) dovrebbe essere una “città internazionale” amministrata dall’Onu.

Papa Francesco si è sottratto a qualunque speculazione politica ricordando all’ospite la necessità del dialogo e della trattativa come via primaria alla pace. Un messaggio ancor più importante e significativo perché trasmesso proprio mentre l’esercito turco è impegnato in una massiccia offensiva contro i curdi siriani del cantone di Afrin, parte di quel Rojava appoggiata dagli americani ma da Erdogan considerato null’altro che un covo di terroristi.

A ribadire il concetto, subito dopo Erdogan il Papa ha ricevuto ad limina i presuli della Chiesa cattolica caldea dell’Iraq, guidati dal patriarca Louis Raphael I Sako, una delle minoranze più perseguitate dell’odierno Medio Oriente, scacciati e decimati dall’Isis quando le milizie nere occuparono, nell’estate del 2014, la Piana di Ninive e la città di Mosul. Così Erdogan, da decenni alle prese con il problema curdo, in patria e ora anche oltre confine, si è sentito ricordare che i diritti delle minoranze non possono essere conculcati né repressi. Un proseguimento indiretto dell’incontro con il Papa, che sul tappeto dei colloqui ha messo anche la difficile situazione della Chiesa latina, che si muove con grande rispetto per la realtà locale islamica e non fa proselitismo ma in Turchia non gode di alcun riconoscimento giuridico (di cui invece godono le Chiese armena, caldea e siriaca) ed è perciò fortemente limitata nell’esercizio della libertà di culto.

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