Papa Francesco, alla fine del prossimo marzo, si recherà in Marocco, dove avrà modo d’incontrare il re Mohammed VI. Bergoglio prosegue così. attraverso visite internazionali extraeuropee, nella promozione di una “Chiesa in uscita”, centrata sul dialogo interreligioso e sul contatto diretto con le periferie del mondo. Sempre che il Marocco possa essere considerata una di queste. 

Ma a far discutere, specie tra le frange più conservatrici (qualcuno direbbe “tradizionaliste”), è il simbolo selezionato per il ventiseiesimo viaggio apostolico del pontefice della Chiesa cattolica: una croce posizionata all’interno di un’altra immagine religiosa: la mezzaluna musulmana. Qualcuno ha osato evidenziare la differenza di grandezza che intercorre tra le due: troppo piccola – sostengono – la croce di Cristo, troppo risaltata – di rimando – la mezzaluna islamica. Quasi come se il vescovo di Roma e le gerarchie vaticane avessero avallato una sorta di subordinazione. Quasi, ancora, come se la Santa Sede, a questo giro, si considerasse ospite in casa altrui. 

Tra i più critici c’è la dottoressa Silvana de Mari, la cui riflessione, che è stata pubblicata dal quotidiano La Verità, può essere sintetizzata così: “Eppure – ha scritto – la nuova Chiesa 2.0 adora dialogare, adora dire a tutti che, certo, avete proprio ragione, tutte le religioni portano a Dio, che è assolutamente lo stesso…”. Il primato gerarchico del cattolicesimo, riscontrabile nella Buona Novella, sparito dai radar: questa è la tesi della De Mari.

Le modalità che papa Francesco ha individuato per la dialettica col mondo musulmano non soddisfano chi ritiene che l’islamizzazione del Vecchio Continente stia mettendo in discussione la nostra stessa identità. Chiedetevelo leggendo Michel Houellebecq. Chi volesse approfondire il fatto che in Europa siano state chiuse centinaia di chiese solo nel corso di questi ultimi anni, può invece approfondire la visione del cardinale Eijk

William Kilpatrick, giornalista statunitense, ha sostenuto di recente che Bergoglio non ha ben chiaro il rischio apportato dal numero di parrocchie che vengono sigillate in Europa per mancanza di fedeli: “Così come ha poca ansia per l’ondata di chiusure delle chiese – ha scritto, come riportato su Facebook da un altro giornalista, che è Giulio Meotti – , Papa Francesco sembra avere poca ansia riguardo all’islamizzazione dell’Europa. E come dimostra il suo incoraggiamento alle migrazioni di massa, sembra non avere obiezioni all’islamizzazione”.

Sono accuse forti, che segnalano come a essere preoccupato per l’avvenire della nostra civiltà religiosa(e culturale), non siano soltanto le correnti cardinalizie dottrinalmente agitate – i presuli conservatori degli Stati Uniti, quelli polacchi, quelli ungheresi, alcuni tra quelli africani – ma anche una parte di mondo laico. 

Viene in mente un episodio: Benedetto XVI, dopo il discorso di Ratisbona, dovette fare i conti con la chiusura dei canali diplomatici con l’imam al-Azhar. Quello di cui oggi si raccontano gli abbracci con il pontefice della Chiesa cattolica. Sono differenze di stile, di comunicazione – dicono i sostenitori della continuità tra l’ex arcivescovo di Buenos Aires e il “mite professore” di Tubinga – ma sostanziali, verrebbe da aggiungere a noi.  

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