Papa Francesco andrà in Iraq. A dirlo è stato l’ambasciatore iracheno presso la Santa Sede. Un viaggio che, manco a dirlo, avrebbe una portata storica. Si aspetta, per l’ufficializzazione della visita pastorale, la formazione del nuovo governo di Baghdad. A fare da apripista, intanto, dovrebbe essere la segreteria di Stato. 

Omar Barzanji, che è il diplomatico citato, ha incontrato il “ministro degli Esteri” vaticano, il cardinale Pietro Parolin. La “Chiesa in uscita”, quella promossa dal pontefice argentino, è sempre più impegnata nel dare attenzioni alle periferie ecclesiastiche ed esistenziali del pianeta. Il papa ha un’idea di mondo multipolare e multilaterale. Questa visione è assecondata dalla strategia di Parolin in politica estera. Il porporato italiano, nei rapporti geopolitici con il resto del mondo, ha rilanciato la dottrina che viene definita Ostpolitik 2.0. Una Chiesa di nuovo protagonista nelle relazioni internazionali dopo alcuni anni di parziale isolamento. Il cardinale segretario di Stato precedente alla gestione di Parolin non era, del resto, un diplomatico di carriera. A non piacere è soprattutto la matrice assolutista degli americani. 

Da tempo si vocifera che Bergoglio avrebbe intenzione di toccare altre “periferie”. La Russia di Putin, con la quale il Vaticano mantiene un dialogo costante anche in relazione ai vari focolai mediorientali. Il Paese dello “Zar” non fa parte dei “confini del mondo”, anzi, ma un pontefice manca in Russia da parecchio. Ci sarebbe la disponibilità della Santa Sede, chiamata dai cattolici russi a difendere la libertà religiosa. Continuerebbero a permanere, però, le resistenze di una parte della confessione ortodossa. Viaggi complicati, dinanzi ai quali il papa non sembra disposto ad “arrendersi”. 

Un discorso simile vale per la Cina, dove la diplomazia vaticana è impegnata da mesi nella complessa questione della nomina dei cosiddetti “vescovi governativi”. Poi c’è l’Iraq: una meta inaspettata, ma che potrebbe essere la prima, tra quelle segnalate, a essere realmente raggiunta dall’ex arcivescovo di Buenos Aires. Bergoglio ne aveva già parlato ai vescovi caldei. Si aspetta soltanto che le condizioni di sicurezza migliorino. Il califfato è vicino alla sconfitta definitiva. Le possibilità di una visita aumentano e Papa Francesco ha appena fatto un annuncio che sembra assecondare l’ipotesi in questione.

Il papa ha annunciato, per il prossimo 29 di giugno, un nuovo concistoro e la creazione di quattordici nuovi cardinali. Nell’elenco c’è Louis Raphael I Sako, patriarca di Babilonia dei caldei. Una scelta anche simbolica. Sappiamo che il 50% dei cristiani siriani e iracheni, a causa della guerra in Siria e delle tensioni riguardanti le zone limitrofe, sono dovuti scappare. Sappiamo anche che quasi nessuno di loro è intenzionato a fare ritorno. Alcuni villaggi cristiani, tuttavia, stanno rinascendo.

Di “libertà religiosa” la Santa Sede ha parlato persino in Arabia Saudita attraverso la visita del cardinale Tauran. A invocare l’arrivo di Papa Francesco, attraverso un’intervista a Gli Occhi della Guerra, era stato anche Bashar Matti Warda, arcivescovo di Erbil.”Papa Francesco ti prego vieni a trovarci. È molto, molto importante. Abbiamo bisogno di te in mezzo a noi. La tua visita ci incoraggerà e ricorderà che abbiamo una missione: portare il messaggio di Gesù Cristo nell’agitato Medio Oriente. Vieni presto”. La preghiera dell’uomo di Chiesa sembra essere stata ascoltata. Il ministero degli Esteri iracheno, nel frattempo, ha ringraziato Bergoglio per la creazione a cardinale di Sako: il “patriarca combattente”, simbolo della tutela del Vaticano nei confronti dei cristiani perseguitati. 

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