La “Chiesa in uscita” di Papa Bergoglio è arrivata in Arabia Saudita. Toccare le periferie ecclesiastiche ed esistenziali significa anche sfidare scenari confessionali opposti o poco compatibili con quello cattolico. Il cardinale Jean- Luis Tauran, per la prima volta nella storia della Chiesa, si è recato nell’emirato arabo per una missione diplomatica. Una visita, per la precisione, durata circa una settimana. 

Il cardinale francese è a capo del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, ma è anche il camerlengo di Santa Romana Chiesa. Tauran è quindi una personalità di vertice della Santa Sede. Papa Francesco non ha inviato un nunzio apostolico qualunque e gli incontri previsti nel regno whabita non sono stati di secondo piano: durante questi, Tauran ha avuto modo di interlocuire con il segretario della Lega musulmana mondiale e con il vicegovernatore di Riad. 

Lo sceicco Muhammad Abdul Karim Al-Issa si è recato in Vaticano durante il settembre del 2017. Lo scambio diplomatico è stato completato. Il discorso principale di Tauran, quello tenuto nella sede della Lega Musulmana, non ha precedenti storici. I virgolettati riportati da Sandro Magister all’interno del suo blogevidenziano come il cardinale abbia puntato sull’inesistenza dello “scontro di civiltà” tra cristiani e musulmani. Un argomento che deve far riflettere, specie se consideriamo il ruolo politico e ideologico che la corrente del wahhabismo ha assunto in questi ultimi anni nel mondo islamico.

Sui rapporti tra cristiani e musulmani, il porporato d’oltralpe ha detto che “ciò che sta minacciando tutti noi non è lo scontro di civiltà, bensì lo scontro di ignoranze e radicalismi”. E che:” A minacciare la convivenza è anzitutto l’ignoranza; pertanto, incontrarsi, parlare, costruire qualche cosa insieme, sono un invito a incontrare l’altro, e significa anche scoprire noi stessi”. Ecco, quale possibilità può esserci di “scoprire noi stessi” tra le mura della wahhabismo è una domanda cui solo il Vaticano, forse, può rispondere.

L’Arabia Saudita è accusata da più parti di avere un ruolo attivo nel finanziamento del jihad. Per quanto il wahhabismo sia nato molto prima,  i legami che intercorrono tra questa corrente musulmana e il terrorismo islamico risultano più che discussi. Osama Bin Laden, giusto per citare un caso dei tanti possibili, era un saudita. Pare, tra l’altro, che l’ISIS stesso abbia adottato testi scolastici sauditi e che l’Arabia Saudita abbia fornito più guerriglieri a Daesh di tutte le altre nazioni, esclusa la Tunisia. Terence Ward, in questa intervista rilasciata a EastWest sottolinea questi aspetti e aggiunge che: “Ad eccezione di dodici lavori di studiosi musulmani ripubblicati dallo Stato Islamico, sette appartengono a Muhammad ibn Abd al-Wahhab, fondatore nel diciottesimo secolo della Scuola Saudita dell’Islam”. E ancora:”L’ISIS rivendica essere i wahhabi più puri del regime saudita. I Talebani sono stati creati attraverso le scuole fondate dai wahhabi per i rifugiati afghani in Pakistan. La parola Talib in arabo significa ‘studente’ “.

I fondamentalisti islamici, insomma, userebbero i medesimi strumenti culturali dei sauditi, ma rimprovererebbero a questi ultimi di non essere abbastanza precisi nell’interpretazione dei testi. Il principe ereditario Muhammad bin Salman avrebbe tuttavia iniziato un’opera di riforma. La crisi dei wahhabi sarebbe testimoniata da provvedimenti come il rilascio della patente alle donne o la riapertura dei cinema dopo trentacinque anni di blocco. 

Ed è in questo contesto sociale e religioso che Tauran è andato a parlare di libertà religiosa e di manipolazione tesa a creare dei martiri fondamentalisti. La Santa Sede, con questa iniziativa diplomatica, sembra aver  invitato l’Arabia Saudita a prendere la strada che il principe ereditario ha dichiarato di voler seguire: quella che porta all’emarginazione dell’estremismo. Il pontificato di Papa Francesco è fedele a se stesso: i luoghi strategici del mondo contemporaneo vanno raggiunti (si veda la Cina o la Corea) e non si può restare fuori dai principali “tavoli geopolitici”. Il Vaticano è andato a predicare la non imponibilità di una religione ai verici sauditi. La Santa Sede, in questo caso, ha optato per una sfida all’esistente.

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