Pugno duro e tolleranza zero contro qualunque minaccia in grado di mettere in discussione l’unità etnica della Cina. Il Dragone, più volte criticato per presunte violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, torna a far parlare di sé per alcune azioni politiche nei confronti della religione islamica. Questa volta il teatro in cui va in scena l’azione del governo cinese è la provincia dello Henan. Secondo quanto riferito da Bitter Winter, Pechino avrebbe utilizzato la scusa di un evento sportivo per attuare una vera e propria persecuzione religiosa ai danni dell’islam.

Lo scorso 8 settembre a Zhengzhou, capitale dello Henan, si sono svolti gli XI Giochi nazionali tradizionali delle minoranze etniche. La tradizione va avanti dal 1982 e prevede otto giorni di gare in cui si sfidano esponenti di squadre che rappresentano comuni, province, regioni autonome ed esercito. I numeri dell’ultima edizione sono stati imponenti: 34 squadre, più di 7mila atleti e 17 sport etnici, tra cui le famose “barche drago” e la corsa sui trampoli. Quest’anno il Partito comunista cinese è stato accusato di utilizzare i Giochi per lanciare un messaggio politico chiaramente volto a sinizzare le altre minoranze etniche. In particolare, il significato sportivo della kermesse sarebbe stato traviato per diffondere l’immagine della cosiddetta “famiglia felice di nazioni”.

Creare un’unica famiglia

Questo concetto è stato ideato proprio in vista dei giochi sportivi delle minoranze etniche. Il messaggio è apparso subito chiaro agli abitanti locali quando la città è stata invasa di manifesti sui quali si potevano leggere affermazioni del tipo “Tutti i gruppi etnici in Cina costituiscono un’unica famiglia”, oppure “Grande unità delle nazioni cinesi”. L’obiettivo di Pechino è dare una forma armoniosa alla sua società, anche se dietro le apparenze si celano diverse tensioni, a cominciare da quelle che antepongono gli han, cioè la maggioranza etnica cinese, e le altre minoranze che vivono nell’ex Impero di Mezzo. L’unita tra i gruppi è un termine chiave più volte ripreso anche in passato, ma che non si è sempre concretizzato nei termini sperati dalle autorità.

L’epurazione dello Henan

Tornando allo Henan, qui vive il popolo hui, e molti dei suoi membri appartengono alla minoranza musulmana. Ecco: per loro, i manifesti apparsi Zhengzhou, sono un vero e proprio affronto. Il motivo è presto detto: gli hui musulmani possono toccare con mano il vero volto di Pechino, che non mira tanto a unire i gruppi quanto ad annichilire le minoranze. A conferma di ciò, prosegue Bitter Winter, le moschee della città sono state purificate con metodi estremi; i simboli etnici e religiosi presenti sulle facciate degli edifici sono stati rimossi, molti addirittura distrutti da operai armati di mazza. La moschea del villaggio di Duizhou, sempre nello Henan, è stata epurata di ogni tratto arabo. Un musulmano del posto ha dichiarato che “la politica statale impone a tutti i 56 gruppi etnici di avere caratteristiche cinesi”. Tradotto: non c’è più spazio per influenze esterne di alcun tipo. Niente più cupole, mezze lune, simboli religiosi e altre frasi collegabili alla fede musulmana. Il termine halal? Ammesso, ma solo se scritto in cinese.

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