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La guerra in Yemen continua a mietere vittime: indicibili sofferenze e violenze inaudite colpiscono indiscriminatamente i civili ormai da diversi anni. Lo scontro che vede contrapposti le forze della coalizione sunnita a guida saudita e i ribelli houti foraggiati dalla Repubblica iraniana sembra non avere fine: su un totale di 28 milioni di abitanti, sono già 9mila le vittime, in maggioranza civili. Sette milioni di essi si trovano sull’orlo della carestia e sono 2,3 milioni i bambini malnutriti impossibilitati alle cure mediche; senza contare i morti che di giorno in giorno aumentano a causa della spaventosa epidemia di colera che da questa estate infesta i campi profughi degli sfollati (ormai un milione di infetti). I sauditi, intervenuti direttamente a partire dal marzo del 2016 hanno dovuti fare i conti con una guerriglia sciita, molto più motivata ed equipaggiata di quanto si aspettassero. Ormai bloccati nel pantano yemenita sono stati in grado di utilizzare efficacemente soltanto l’aviazione, ma l’hanno fatto in maniera talmente indiscriminata da essere recentemente finiti nel mirino dell’Onu per l’uccisione di diverse centinaia di civili.

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Per far fronte a quello che molti hanno definito come il “Vietnam Saudita”, il principe ereditario Mohammed bin Salman ha recentemente ordinato il blocco totale di ogni tipo di rifornimento in Yemen. Se questa decisione può avere un senso dal punto di vista strategico, impedendo ai ribelli sciiti di ricevere nuovi armamenti dall’alleato iraniano; dal punto di vista umanitario questa mossa non ha fatto che acuire i problemi già disastrosi dei civili yemeniti. Perfino le ONG che prestano soccorso alla popolazione martoriata dalla fame e dalla carestia hanno trovato le porte sbarrate e chiedono a gran voce la fine del blocco per evitare “un deterioramento senza precedenti”.

In questo tremendo disastro, i gruppi di estremisti islamici hanno trovato terreno fertile: Isis e Aqap (Al-Qaeda nella Penisola Arabica) imperversano in quella che ormai è diventata terra di nessuno, portando con sé la loro scia di sangue e violenza settaria non contro solo gli sciiti Houti, ma anche nei riguardi degli ultimi fedeli cristiani rimasti in Yemen.

Alcuni giorni fa il cimitero cattolico della città portuale di Aden è stato profanato da individui mascherati. Secondo la testimonianza di Mons. Paul Hinder, raccolta dall’agenzia cattolica Asia News. Durante la notte, “gli assalitori hanno danneggiato le croci e divelto alcune tombe” tra cui quelle delle quattro suore di Madre Teresa trucidate proprio ad Aden insieme ad altre 12 persone il 4 marzo del 2016. In quell’occasione solo una delle religiose presenti riuscì a fuggire nascondendosi dietro una porta mentre le sue consorelle, dopo essere state trascinate nel cortile e legate ad un albero, venivano eliminate con un colpo alla testa da militanti islamisti che quel giorno rapirono anche il sacerdote indiano, padre Tom Uzhunnalil, rilasciato soltanto pochi mesi fa. Il rilascio di Padre Tom è stata un’operazione alquanto delicata a cui hanno partecipato in maniera diretta anche eminenti personalità del sultanato dell’Oman, stato che, a differenza dei suoi vicini wahabiti è notoriamente più benevolo nei confronti delle minoranze cristiane.

Ci sono diversi modi di sostenere i cristiani che soffrono. 
Questi sono tre progetti, tutti con un unico obiettivo: non lasciare soli i cristiani di Aleppo

Iban: IT67L0335901600100000077352 Banca Prossima
Causale: ilgiornale per i cristiani

 

Nessuna pietà dunque per le quattro piccole martiri in sari, che nemmeno da morte hanno ottenuto il diritto alla pace. Lo scempio delle tombe non è stato ancora rivendicato; potrebbe non esserci una sigla islamista dietro questa minaccia, ma la cosa non renderebbe il fatto meno grave; sarebbe anzi un sintomo dell’odio anticristiano che ormai da decenni fa scorrere sangue innocente in Medio Oriente. “Non è la prima volta che accade un fatto simile – prosegue il vicario apostolico Paul Hinder – ma il danneggiamento di un cimitero resta un fatto grave. Certo, questi episodi di violenza non toccano solo i cristiani, ma confermano la situazione di difficoltà e di violenza che persiste”. Non è la prima volta dunque che i cristiani in Yemen sono oggetto di violenze efferate. L’eccidio delle suore è infatti stato l’ultimo di una serie di attacchi incendiari alle chiese di Aden e della capitale Sana’a. Nel Settembre 2015 fu Al-Qaeda ad assaltare la chiesa intitolata alla Sacra Famiglia, la più antica tra le tre di Aden: risale alla seconda metà dell’800, quando al tempo della dominazione coloniale britannica qui arrivarono a svolgere il loro ministero i cappuccini e le suore comboniane. Continuando a ritroso nel tempo ci si rende conto che la situazione per i cristiani yemeniti è da sempre stata critica. Anche prima dello scoppio della guerra civile la fragile comunità cristiana ha dovuto ha dovuto comunque pagare il prezzo del martirio. Altre tre missionarie della Carità furono uccise nel 1998 da un fanatico a colpi di mitra: furono sepolte nel cimitero oggetto della profanazione della scorsa notte. La legge yemenita prevede la pena di morte per chiunque si converta al cristianesimo. I cristiani yemeniti vengono controllati e spesso uccisi dalle milizie di musulmani sunniti. Una comunità quella dello Yemen, che ha resistito a ogni sorta di angheria e violenza, una coraggiosa chiesa di frontiera formata soprattutto da stranieri giunti negli anni precedenti al conflitto dalle Filippine e dall’India in cerca di lavoro.

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