Himalaya
Sotto i colpi dei cambiamenti climatici

Così i cambiamenti climatici mettono in crisi l’Himalaya

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Questo reportage è stato finanziato da InsideOver in quanto progetto vincitore del corso di fotogiornalismo della Newsroom Academy tenuto da Marco Gualazzini

Il vento soffia forte lungo il letto roccioso del fiume Khali Gandaki, un canale desertico incastonato tra le montagne dell’Upper Mustang, lungo il confine con il Tibet. Una regione arida, caratterizzata da polvere e detriti che offuscano lo splendido scenario himalayano nelle calde giornate primaverili. Jomsom, porta di ingresso per l’antico regno di Lo Manthang, pullula di gente dalle prime ore dell’alba, quando il cielo privo di nuvole permette l’atterraggio ai piccoli aeroplani che scivolano veloci tra il Nigiri e del Dhaulagiri, carichi di trekkers e pellegrini diretti all’antico tempio di Muktinath.

Il letto roccioso del fiume Khali Gandaki 

L’aria frizzante d’alta montagna entra subito in circolo e sbrigate le pratiche burocratiche con la polizia locale, minuziosa nei controlli sotto l’occhio vigile del “dragone”, lasciamo il piccolo porto d’arrivo per addentrarci lungo i sentieri d’alta quota verso il confine cinese. Una scritta in stile “Hollywood” posizionata su una parete montuosa dà il benvenuto agli esploratori, mentre il vento aumenta d’intensità il suo impeto. La vita da queste parti scorre molto lentamente e le distanze tra un villaggio e l’altro richiedono ore di cammino, nonostante la nuova strada sterrata ancora in costruzione, frequentata esclusivamente da Jeep e Bus spietati che si perdono nella polvere del loro passaggio.

Camminando verso nord, oltrepassando i villaggi di Kagbeni e Chuksang, seguendo il letto del fiume Kali Gandaki quasi privo di acqua, si entra in un’altra dimensione dove la presenza dell’uomo è costantemente messa a dura prova dell’evoluzione climatica che sta colpendo la regione già da diversi anni.

Man mano che si sale infatti, il silenzio diventa sempre più assordante, interrotto soltanto dal respiro del vento che spazza via la neve dalle alte quote e che soffia forte tra gli stretti vicoli dei piccoli villaggi tibetani. Vivere in questo angolo di mondo è diventato difficile e la crisi climatica sta accelerando l’esodo dell’uomo verso territori meno ostili. Da diversi anni però si sta assistendo ad un vero e proprio esodo delle comunità montane appartenenti a questa regione estrema del Nepal; Qui, l’evoluzione dei cambiamenti climatici infatti è già realtà al punto da compromettere seriamente la vita nei piccoli villaggi d’alta quota dalle fragili casupole tibetane. Molte persone sono costrette a migrare verso nuovi territori in cerca di corsi d’acqua e terre da coltivare. L’apporto di acqua dalle montagne infatti è diminuito drasticamente negli ultimi trent’anni con forti ripercussioni sulla fertilità del suolo e sulla superficie coltivabile.

La crisi climatica a Samdzong

Da Jomsom fino a Lo Manthang, la popolazione locale è ben conscia della crisi climatica che sta colpendo la propria terra, a tal punto che sono state prese delle decisioni drastiche per la sopravvivenza delle comunità montane. Come nel piccolo villaggio di Samdzong, a nord est di Lo Manthang,  a ridosso del confine cinese, che raggiungiamo dopo quattro ore di trekking, percorrendo gli antichi sentieri tibetani sui passi montani oltre i 4000 metri. Salite ripide e discese veloci spezzano il fiato, mentre tutto intorno si colora di un giallo ocra, tra gli altopiani rocciosi bruciati dal sole e il terreno arido e deserto.  Scorgiamo in lontananza la sagoma di una donna piegata su se stessa impegnata a scavare nel terreno intorno ad un villaggio a ridosso delle montagne. Insieme a lei, alcuni yak solitari dall’aspetto trasandato, che cercano nel terreno qualche forma di verde da brucare.

Climate change and people migration in Himalaya
La moglie di Wangdi, Sangmo, mentre lavora la lana

Samdzong è un villaggio fantasma, colpito duramente dalla crisi climatica e dalla mancanza di risorse idriche dovuta alla grave siccità che ha trasformato la regione negli ultimi decenni. Molti abitanti che lo popolavano si sono trasferiti nel nuovo insediamento di Namashung, dall’altro lato della valle, più vicino al fiume e soprattutto più accessibile al villaggio di Lo Manthang.

A Samdzong vivono 15 persone tra adulti e bambini che malgrado tutto, hanno deciso di rimanere. Tra questi Wangdi, un uomo di 38 anni, sguardo fiero e viso consumato dal sole, che vive insieme alla moglie Sangmo e al piccolo Tsering. Ci invita a bere un Thé a casa sua dal momento che siamo i primi stranieri che visitano il piccolo villaggio da quando è iniziata la pandemia:  “Nonostante la siccità e la carenza di acqua, noi abbiamo deciso di rimanere. Anche se sappiamo che non sarà a lungo” afferma Wangdi che racconta il perchè di tale decisione: “Da questo lato della valle, a ridosso del confine con il Tibet, il clima è meno rigido e le raffiche di vento meno intense rispetto al nuovo villaggio di Namashung dove, grazie alla concessione di circa 11 ettari di terreno da parte della famiglia reale di Lo Manthang, è stato possibile costruire il nuovo insediamento e quindi ottenere una nuova abitazione. Di fatto potremmo trasferirci ma finchè ci sarà l’ultima goccia d’acqua in questa terra, preferiamo rimanere qui: questa è casa nostra”.

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Sangmo fuori dalla propria casa a Samdzong

Gli abitanti infatti si dividono tra il vecchio e il nuovo villaggio costruito a partire dal 2013 ma ad oggi non vi è ancora una strada comoda per arrivarci e quindi diventa ancor più difficile lo spostamento nelle diverse zone della valle. Le poche persone rimaste lottano ogni giorno per salvaguardare i piccoli corsi d’acqua e deviarli verso i campi utilizzati per la coltivazione. Il terreno intorno a Samdzong infatti è arido e richiede un apporto notevole di acqua, il che mette a repentaglio il raccolto e di conseguenza il sostentamento della comunità. Delineare le zone coltivabili senza sprecare ogni singola goccia d’acqua è diventato ormai indispensabile per la piccola comunità. 

Mentre Wangdi continua il suo racconto, la moglie Sangmo ci mostra orgogliosa il suo lavoro fatto con la lana raccolta dai pochi yak che popolano i campi intorno al villaggio, decimati negli anni a causa dei cambiamenti climatici e dalla scarsità di acqua.

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Naya Dhey (o Thangchung) sulla sponda del fiume Kali Gandaki. Intorno al nuovo insediamento, la fattoria sociale con gli alberi di mele

Wangdi ricorda infatti come in passato vi fosse abbondanza di cibo e il raccolto in eccesso talvolta veniva venduto ai villaggi vicini. Oggi invece a causa dei cambiamenti climatici, il vento ha aumentato significativamente la sua potenza trasportando polvere e sabbia che accelerano il processo di scioglimento della neve e dei ghiacciai in quota, limitando significativamente la presenza di acqua nei villaggi. Si stima che entro i prossimi 50 anni i ghiacciai presenti nella regione del Upper Mustang scompariranno, rendendo di fatto impossibile la sopravvivenza in questa terra.

Nonostante ciò, Wangdi e gli altri abitanti di Samdzong hanno deciso di rimanere per ora, pur adattando le proprie abitudini al nuovo flusso climatico e per sopravvivere nel breve termine, alcuni di loro, come ad esempio Sangmo, si dedicano all’allevamento di bestiame per venderlo o per raccogliere la lana. Ma come in un circolo vizioso, la carenza di acqua rende difficile anche questa attività.

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All’interno della piccola casa di Wangdi nel nuovo villaggio di Namashung. In questa foto, il piccolo Tsering con la nonna

Dhye, un villaggio fantasma

Purtroppo però Samdzong non è l’unico villaggio a dover far fronte alla crisi climatica. Nella zona est dell’Upper Mustang, superato il Passo Dhi La tra sentieri mozzafiato sulle creste a strapiombo da togliere il fiato, raggiungiamo Naya Dhey, un nuovo insediamento nato ai margini del fiume Kali Gandaki, quasi privo di acqua a primavera inoltrata. L’ingresso nel nuovo villaggio è in sordina, sotto gli occhi curiosi degli abitanti che di rado incontrano stranieri da queste parti. Il nuovo complesso di case ospita gli abitanti di Dhey, un villaggio situato tra le montagne nell’est dell’Upper Mustang, cui negli anni è toccata la stessa sorte di Samdzong. Tashi Gyatso Gurung si è trasferito nel nuovo villaggio e coordina il progetto di sviluppo del nuovo insediamento: “Vivere nel nuovo villaggio è più facile, sono state costruite le nuove case e grazie al supporto di alcune associazioni internazionali come la francese Du Bassin au Nepal, riusciamo a garantire uno sviluppo sostenibile nelle nuove aree affinché gli abitanti non siano costretti ad emigrare nuovamente”.

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I canali per far defluire l’acqua del fiume a Naya Dhey e renderla accessibile a tutti sono ancora in costruzione. In questa foto, alcune donne usufruiscono dell’acqua nei silos per lavarsi il viso e i denti

Molti abitanti della vecchia Dhey hanno cominciato una nuova vita e appaiono felici del nuovo insediamento, come afferma Tashi Gurung: “Nel vecchio villaggio l’acqua è iniziata a scarseggiare all’inizio del nuovo millennio. Alle forti nevicate di trent’anni fa si sono sostituite pian piano forti piogge torrenziali che di fatto distruggevano il raccolto, allagavano il villaggio e non permettevano la raccolta dell’acqua da destinare ai campi, divenuti sempre meno fertili. Nel tempo questi fenomeni sono diventati molto più frequenti ed è per questo che siamo stati costretti a prendere la decisione di abbandonare le nostre vecchie abitazioni”.

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La vita quotidiana nel nuovo insediamento, dopo l’abbandono del vecchio villaggio a causa della carenza di acqua

Ma esattamente come a Samdzong, non tutti gli abitanti del vecchio villaggio hanno deciso di trasferirsi ancora. A circa due ore di macchina dal nuovo villaggio, su una strada sterrata a strapiombo che si inerpica tra le montagne rocciose, la vecchia Dhey è un villaggio sospeso nel tempo. Il cielo grigio fa da cornice ad un’atmosfera quasi apocalittica, con gli ultimi abitanti impegnati a salvare il possibile da una terra che non ha più molto da offrire. 

A Dhey vivono oramai solo 12 persone che nonostante tutto, non hanno ancora deciso di trasferirsi nel nuovo insediamento. Donne, uomini e bambini lavorano ogni giorno per fertilizzare i terreni intorno al villaggio e far defluire la poca acqua disponibile per irrigare le coltivazioni.

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Nelll’Upper Mustang molti uomini sono impegnati nella lavorazione del legno, fondamentale per le costruzioni di travi per la struttura delle case

“I problemi sono iniziati intorno al 2008, quando a causa della siccità, la terrà divenne arida e poco fertile. Le piogge erano molto rare e anche la neve depositata sulle montagne non era sufficiente a consentire un apporto di acqua in primavera” racconta Topri Gurung, 67 anni, memoria storica del villaggio, mentre il suo sguardo si perde tra i ricordi degli anni passati, sorseggiando una tazza di tè nella sua nuova abitazione a  Thangchung. “Il clima era diventato talmente poco prevedibile che ai lunghi periodi di siccità si alternavano forti piogge improvvise, il che rendeva davvero ostile la sopravvivenza nel villaggio”. Nel 2007 Dhey contava circa 300 abitanti e fu allora che tutti insieme decisero di migrare in una nuova zona vicino al fiume, dove fosse possibile l’approvvigionamento dell’acqua per l’agricoltura e permettere quindi il sostentamento dell’intera comunità, attraverso nuove iniziative rurali.

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La costruzione dei canali a Naya Dhey per deviare l’acqua del fiume e portarla vicino alle abitazioni per l’uso domestico

“Per garantire lo sviluppo economico del nuovo villaggio, è stata fondata una fattoria sociale per la coltivazione delle mele. Il Mustang è famoso per la produzione di questo frutto ed oggi, rispetto al passato, è possibile trovare diverse coltivazioni ad alta quota, per via di temperature più miti rispetto alla rinomata Marpha, nel lower Mustang, e anche di maggiore qualità grazie ai livelli di inquinamento ridotti” afferma Tashi. Tutti gli abitanti del villaggio sono impegnati nella piantagione degli alberi che contano circa 10 razze differenti provenienti dall’India, Giappone ed Europa. “Questo è un progetto comunitario e tutti gli alberi fanno parte della comunità. Ogni famiglia di Dhey ha diritto ad una pianta e può disporre dei suoi frutti, per uso familiare o anche per la vendita negli altri villaggi”.

La coltivazione delle mele sembra essere una delle poche risorse economiche in una regione fortemente colpita dall’evoluzione climatica. Osservando il nuovo insediamento di Naya Dhey dall’alto infatti, notiamo subito come tutto il nuovo complesso ruoti intorno alla coltivazione di questo frutto. L’aumento della temperatura infatti ha causato la diffusione della coltivazione delle mele nelle aree più miti dell’Upper Mustang e molti villaggi impiegano l’intera comunità per lo sviluppo della fattoria locale.

La situazione appare ben diversa più a valle: “La qualità delle mele nel Lower Mustang è cambiata profondamente negli ultimi anni” afferma Kamal Mirachan nella sua coltivazione di Mele a Marpha, mentre accarezza una foglia con lo stesso amore di un padre di famiglia. Qui infatti, la presenza delle imponenti vette del Nigiri e del Dhaulagiri garantiva un clima secco e temperato, garantendo condizioni ottimali per i meli. Purtroppo però, le condizioni atmosferiche sono alquanto peggiorate. Il riscaldamento globale sta sconvolgendo l’equilibrio meteorologico nella regione, modificando di fatto i tempi per la maturazione ottimale delle mele. Allo stesso tempo, il caldo non aiuta a preservare la qualità del frutto, colpito da parassiti e malattie che di fatto ne alterano la qualità e costringono gli agricoltori a ricorrere a malincuore all’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici per limitare i danni.

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Kamal Miracha, produttore agricolo, qui tra i suoi alberi di Mele a Marpha, nel lower Mustang

Lo scioglimento dei ghiacciai in Langtang

Il riscaldamento globale dunque è solo la miccia che innesca una serie di complicazioni che mettono a serio rischio la sopravvivenza e il futuro dell’umanità stessa. L’evoluzione climatica in Nepal si può realmente toccare con mano e le conseguenze tragiche riguardano anche altre regioni oltre all’Upper Mustang. Come in Langtang ad esempio, il parco nazionale a nord di Kathmandu, ricco di biodiversità e foreste, i cui ghiacciai stanno lentamente scomparendo, alterando di fatto l’intero ecosistema.

Il villaggio di Kyanjin Gompa è l’ultima frontiera di un trekking tra i villaggi pittoreschi nepalesi, prima di inerpicarsi su un sentiero ripido che porta a quota 5200 metri di altitudine, a ridosso dello ghiacciaio Yala,  in un paesaggio popolato dai soli yak che di fatto ne custodiscono il passaggio e talvolta ci bloccano la strada quasi a non gradire la presenza dell’uomo nell’estrema natura selvaggia.

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La valle dei ghiacciai in Langtang: la vista dal Kyanjin Ri a quota 4700m. In questa regione gli effetti dei cambiamenti climatici si abbattono sui ghiacciai e sulla biodiversità del parco naturale. Molti ghiacciai scompariranno entro i prossimi 50 anni

Il fiato diventa sempre più corto e la fatica dei giorni precedenti ci accompagna fino in quota ma in compenso veniamo ripagati da una bellezza sublime, quasi irreale, da lasciare davvero a bocca aperta.  Al cospetto della catena Himalayana, con lo Shishapangma che svetta oltre il confine cinese con i suoi 8.027metri sotto un cielo azzurro, incontriamo il gruppo di ricercatori e scienziati internazionali con cui siamo stati in contatto per tutta la durata della nostra spedizione. Il team di ricerca si reca sul ghiacciaio Yala due volte all’anno per misurarne la massa e monitorare  il volume di ghiaccio nel tempo.  

“Le importanti nevicate del passato si sono trasformate in forti piogge, il che non permette un aumento del volume di ghiaccio nel tempo: purtroppo il ghiacciaio Yala è ormai clinicamente morto” afferma Sharad Joshi, glaciologo del Centro Internazionale per lo Sviluppo Integrato della Montagna (ICIMOD – International Centre for Integrated Mountain Development). Dello stesso avviso Miriam Jackson, responsabile del programma di ricerca in Langtang di ICIMOD: “Negli ultimi anni la perdita di massa è accelerata notevolmente, soprattutto nella stagione estiva dove le temperature sono aumentate notevolmente rispetto a 20-30 anni fa, anche se in Inverno la crescita della massa è quasi pari a zero”, afferma.  Il ghiacciaio dunque sta letteralmente arretrando e potrebbe scomparire del tutto entro i prossimi 50 anni.

Fuori dalla sua tenda al campo base, Jacob Steiner, glaciologo e ricercatore impegnato nel fieldwork sul ghiacciaio, racconta le conseguenze di un tale disastro naturale:  “Lo scioglimento dei ghiacciai nella regione Hindu-Kush Himalayana dovuto all’innalzamento delle temperature provoca grossi cambiamenti all’intero ecosistema, alterandone l’equilibrio nella valle, esponendo la popolazione locale al rischio valanghe, sempre più frequenti a causa della neve fresca che fatica a ghiacciare. Ma non solo, lo scioglimento dei ghiacciai potrebbe provocare il ritorno di parassiti e batteri del passato, causando gravi danni per l’agricoltura e nuove forme di epidemie”.  Ciò che sta avvenendo in Nepal dunque è una fotografia in tempo reale delle conseguenze tangibili dei cambiamenti climatici sulla Terra. E’ molto probabile che le ripercussioni di tali effetti si verifichino in altre regioni del globo, con eventi estremi e difficilmente prevedibili. Stando alle previsioni dell’ONU, entro il 2050 un miliardo di persone dovrà abbandonare forzatamente la propria terra a causa di eventi meteorologici imprevedibili come inondazioni, tempeste, incendi e temperature estreme. E il ghiacciaio Yala, resistito per millenni, scomparirà nel giro di pochi decenni lasciando spazio ad un grande lago glaciale. 

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter