Hara, l’avamposto estone dei sottomarini sovietici

Hara, l’avamposto estone dei sottomarini sovietici

(Da Hara, Estonia). L’Estonia vive la guerra in Ucraina con la sensazione di un problema che si pensava di aver riposto nei cassetti della memoria. L’appartenenza alla Nato garantisce a Tallinn di vivere l’escalation con preoccupazione ma senza la paura di essere nuovamente nel mirino di Mosca. Ma quel passato non può essere dimenticato: riaffiora nella memoria delle generazioni che hanno convissuto con la Russia e con l’Unione Sovietica. E il Paese, pur piccolo, è disseminato di testimonianze. Ricordi vivi, che mostrano che l’Urss non era solo un sistema politico, ma anche una presenza fisica nel cuore degli Stati che facevano parte dell’orbita di Mosca.

Oggi che la crisi tra Russia e Occidente è di nuovo all’ordine del giorno, per l’Estonia è un déjà-vu che significa soprattutto due cose: il confine di Narva e il Mar Baltico. A est, la Russia è un vicino potente e che ha fatto capire di considerarsi nuovamente una potenza in grado di decidere i destini d’Europa. Ma a nord e ovest, è il mare a essere il grande teatro della sfida tra Nato e Cremlino. San Pietroburgo è a poche miglia, e quello è un corridoio strategico.

La paura quindi torna anche dal mare, il cui controllo è da sempre un elemento imprescindibile della strategia di Mosca. Lo è oggi, con le basi in Siria e l’annessione in Crimea. E lo era anche nel passato, quando la flotta russa era sovietica, e nella Guerra Fredda le sue unità contendevano la supremazia degli oceani agli Stati Uniti e alle forze occidentali.

Di quella sfida, rimangono testimonianze su tutte le coste che un tempo disegnavano il limite terrestre dell’impero sovietico. E l’Estonia non fa eccezione. A meno di un’ora di automobile da Tallinn, nascosta in un fitto bosco di pini e di betulle, si erge, come un vecchio tempio ormai sconsacrato, una delle ultime basi dei sottomarini sovietici: il porto di Hara. Due lunghi basamenti di cemento armato che si insinuano nel Golfo di Finlandia e che rivelano al visitatore un passato che riecheggia anche negli angoli più remoti del Paese baltico.

Battuta dai venti e dalle onde del mare, Hara vuole essere riconosciuta come una meta turistica e un luogo di villeggiatura. Qui ci sono barche da diporto, casupole dove le persone possono riposare godendosi la vista della baia. Arrivare dalla Finlandia è facilissimo e gli estoni possono godere della sua natura selvaggia.

Ma se questo è il presente, è il passato che ha posto in sigillo formidabile a quell’insenatura. Impossibile non posare l’occhio su quelle piattaforme di cemento che raccontano di quando l’Estonia faceva parte dell’universo russo e quella base era una delle roccaforti che controllavano le coste fino a San Pietroburgo.

Basta una carta geografica per comprendere perché il Cremlino abbia puntato tutto su quell’area: così vicina al territorio russo, ma soprattutto a poche miglia da quella Finlandia vista come l’ultimo avamposto dell’Occidente e oggi nuovamente al centro degli avvertimenti di Mosca.

La Marina sovietica ha lasciato ad Hara cemento, travi di legno, oggetti di metallo. Tutto abbandonato quando l’Urss crollava e Tallinn ritrovava l’indipendenza. Ma quello che in apparenza è soltanto un vecchio porto abbandonato, scarno e con i graffiti che sporcano i muri, racconta un passato che è ben piantato nella mente degli estoni. E ad Hara, lo si può comprendere camminando su quei basamenti che gli abitanti del posto hanno potuto toccare soltanto una volta che i russi hanno detto addio alla baia.

Mentre passeggiamo tra ghiaccio, piloni e ruggine, la nostra guida, Tarvi, ci descrive il luogo e come era vivere ai confini di quella base. Lui vive lì da sempre: è nato con quella base e l’ha vista svuotarsi dei marinai russi quando l’Urss si è dissolta. “Prima qui c’era un villaggio: quando hanno iniziato a costruire hanno mandato via le famiglie”.. “Per noi era impossibile avvicinarci” ci dice “bastava che uno studente, anche un bambino, non trovasse i documenti per bloccare la scolaresca e controllare tutti”.

Dentro quello che resta delle base, davanti ai nostri occhi un murale che raffigura l’inequivocabile profilo di un marinaio sovietico ci narra quella che è stata la quotidianità de luogo durante la Guerra Fredda. “Qui si fermavano i sottomarini, ma non quelli nucleari, mentre al largo era pieno di sensori per controllare le profondità del mare e le comunicazioni” ci racconta Tarvi, “a volte la corrente ci riporta pezzi di ferro utilizzati dalla Marina di Mosca”.

Parti di una roccaforte che oggi non è solo un ammasso di cemento e metallo, ma anche la fotografia di un duello che torna ciclicamente nei rapporti tra Russia e Nato. Le navi e i sottomarini di Mosca ora non possono più fermarsi sulle coste estoni. Ma le acque del Baltico e del Golfo di Finlandia sono continuamente solcate della flotta russa. E il confine tra Oriente e Occidente si è solamente spostato di qualche centinaio di chilometri a est.