“Legati e picchiati come bestie”: i racconti dell’orrore dell’occupazione russa

“Legati e picchiati come bestie”: i racconti dell’orrore dell’occupazione russa

Il piazzale davanti alla stazione ferroviaria non esiste più. Devastato e trasformato in un campo di battaglia dove le carcasse dei mezzi russi si mescolano alle casse ancora intatte dei missili Grad. Sasha è nervoso, ma ci fa strada nel fango passando davanti ad un carro armato fuori combattimento che non sembra neanche scalfito dai combattimenti. L’ingresso della stazione è stato trasformato dai russi in una postazione trincerata con casse di munizioni vuote usate come barricata e sacchetti di sabbia. Trostianets è stata liberata da pochi giorni. Le ultime truppe di Mosca nella regione nord orientale di Sumy si sono ritirate il 3 aprile.

Sasha è un sopravvissuto. “Non sono un militare, ma tre soldati russi sono venuti a prendermi a casa. Mi hanno tenuto prigioniero per 12 giorni”, racconta con un velo di tristezza negli occhi. L’ucraino con baffetti e pizzetto è stato subito bendato e gli hanno legato le mani con un cappio d’acciaio flessibile usato per le costruzioni. “È insopportabile perché ti sega i polsi – racconta mostrando la brutale manetta -. E poi giù botte. Mi hanno anche frustato e sottoposto a finte fucilazioni”. I russi lo portavano all’aperto e gli sparavano vicino alla testa con il kalashnikov. “Venite. Vi porto a vedere dove ci tenevano come bestie assieme ad altri prigionieri, sia civili che soldati. È stato un incubo”, sottolinea Sasha superando i resti di una porta sfondata dell’edificio all’ingresso della stazione.

A sinistra si infila verso una scala che ci porta sottoterra. Alla fine si apre un’angusta stanzetta senza luce. Dentro ci sono ancora le buste delle razioni di combattimento russe che i prigionieri usavano per i bisogni. E degli stracci per terra utilizzati come giacigli. “In questa cella con gli altri prigionieri c’era anche un mio amico, Micola – racconta -. I russi lo hanno riempito di calci perché protestava fino a quando non è morto”. Poi gira la luce del telefonino e illumina l’orrore: le strisce rosse di sangue sulla parete più larga della cella. “Sbattevano contro il muro la testa dei prigionieri – denuncia Sasha -. Sono stato più fortunato. Mi facevano inginocchiare legandomi mani e piedi per picchiarmi”. Almeno sei prigionieri sono stati uccisi dalle forze di occupazione. Gli altri sono riusciti a fuggire quando è scoppiata la battaglia che ha espugnato i russi dalla stazione ferroviaria. Le sbarre nere dell’ingresso della cella sono ancora intatte. Sasha non si stacca mai dal cappio d’acciaio usato come manette. E non resiste a lungo nel buio e nel tanfo della cella sotterranea. Gli manca l’aria e gli sale un groppo alla gola.

“La città è stata occupata per 28 giorni – spiega Miroslav Shylo, giovane capo dei volontari -. All’inizio non ci sono stati grossi problemi con le truppe regolari russe. Poi hanno mandato soldati dal Daghestan ed i separatisti di Donetsk. Sono cominciati i saccheggi, le detenzioni arbitrarie, torture e sparavano senza problemi per strada se qualcuno non gli andava a genio”. Gli invasori hanno dipinto la Z, rossa, anche su un’ambulanza che ha il parabrezza sforacchiato dai proiettili. Un cannone semovente russo, diventato bianco per il calore delle esplosioni che lo hanno messo fuori uso, è il monumento alla sconfitta davanti alla stazione ferroviaria.

Per arrivare a Trostianets i genieri hanno messo in piedi un passaggio di fortuna a fianco del ponte accartocciato su se stesso. All’entrata della cittadina di 17mila abitanti c’è un cimitero di mezzi russi inceneriti. Il responsabile dei volontari lancia accuse di stupri ed esecuzioni, ma senza alcuna prova concreta. Dmytro Zhyvytskyi, capo dell’amministrazione militare di Sumy, rivela su Telegram che “tre civili torturati sono stati trovati nel distretto di Konotop, nelle aree appena lasciate dalle truppe russe”.


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CAUSALE: Reportage Ucraina
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A Trostianets, il prigioniero sopravvissuto, fuma nervosamente una sigaretta davanti a tre vagoni carbonizzati di un treno. E tira fuori dal giaccone il cappio d’acciaio che gli stringeva i polsi in cella. “Maledetti russi – sbotta – non uscirà più da quest’incubo”.