L’ultimo italiano di Kharkiv: “Io non scappo”

L’ultimo italiano di Kharkiv: “Io non scappo”

(Kharkiv) «Una ventina di esplosioni, una dopo l’altra, hanno fatto tremare la casa come una foglia. Erano bombe a grappolo che domenica hanno ammazzato dei civili qui vicino. Adesso proteggerò le finestre con dei pannelli di legno» spiega Andrea, l’ultimo italiano di Kharkiv, la seconda città del paese. Nel 2017 si è sposato con Anya, che ha lasciato il Donbass, in mano ai filo russi, dove vivono ancora i suoi genitori. «A Kharkiv si viveva benissimo. Una città moderna, giovane. Nessuno voleva questa guerra e tanto meno ci aspettavamo l’invasione» racconta l’italiano di Bolzano, che preferisce non pubblicare il cognome per motivi di sicurezza. Omaccione, maglietta, occhi chiari e pizzetto racconta: «Il 24 febbraio, quando i russi hanno attaccato la città, è scoppiato il panico, la grande fuga. Tanti ucraini dopo aver ritirato un prestito in banca si sono diretti verso l’Europa pensando che sia Las Vegas o un Eldorado, ma non è così».

Nella seconda città del paese erano registrati, ai tempi d’oro, 300 italiani. «Penso che a parte me non sia rimasto nessuno – spiega Andrea in cucina davanti un buon caffè – I ristoratori che conoscevo, uno aveva anche una pizzeria non lontano da casa mia, sono andati via tutti alla prima bomba». Andrea ha comprato e ristrutturato una bella casetta, che gli sta a cuore. «Mio fratello vive a Monaco e fin dal primo giorno mi scongiurava di scappare – racconta – Ma io non abbandono questa casa costruita con sudore, sangue e con l’anima. Resto qui fino a quando non mi tirano un razzo in giardino». Domenica, per i suoi 55 anni, ha organizzato addirittura una grigliata con gli amici ucraini «che non vedevano l’ora di uscire di casa o dai rifugi per rilassarsi un po’». Per la prima volta nella sua vita ha sentito piovere le bombe, ma lo preoccupano anche gli sciacalli ed i sabotatori. «Ladri ce ne sono tanti, soprattutto drogati che entrano nella case della gente sfollata o in quelle bombardate per portare via qualsiasi cosa – spiega – Se li prendono vengono legati con il nastro adesivo ai lampioni tenendoli così per un giorno. Più che per picchiarli per svergognarli».

Il pericolo vero, secondo l’ultimo italiano di Kharkiv, sono le quinte colonne russe. «Adesso prendono in ostaggio i sindaci per ottenere in cambio il rilascio dei prigionieri in mano agli ucraini – rivela – Ma puntano anche alle persone influenti, che hanno soldi o gli imprenditori e temo pure gli stranieri come il sottoscritto. Per questo non voglio farmi fotografare e individuare». Anya è appena tornata a casa dal lavoro come manicure. «I genitori sono del Donbass e la mamma teme per me perché non si fa imbottire la testa solo dalla tv russa» racconta la moglie di Andrea, che ama l’Italia e gli spaghetti. «Noi speriamo solo nella pace e basta – sottolinea la coppia – Onestamente a molti civili non interessa quale bandiera sventoli, ma vogliono solo sicurezza e tranquillità».

Fra i soldati al fronte Andrea ha tanti amici: «Mi raccontano che molti soldati russi sono ragazzini. Li avevano convinti che si trattava di un’esercitazione non della guerra. Per questo motivo muoiono come mosche». Gli abitanti pensano che «10mila o 20mila russi non riusciranno mai a controllare una grande città con due milioni di abitanti (anche se la metà è fuggita nda). E poi ogni civile ha un’arma in casa ed è pronto ad usarla contro gli invasori».

Nonostante nella regione di Kharkiv sia scattato l’ordine di evacuazione in molti ritornano in città. «La vita del profugo non è facile – osserva l’italiano di Kharkiv – Anche fra chi è rifugiato in Italia aumenta il malcontento. Erano convinti di trovare il Bengodi. Adesso stanno pensando di tornare a casa nonostante le bombe».