L’ultimo treno verso la salvezza: “Qui è il caos, bombardano dovunque”

L’ultimo treno verso la salvezza: “Qui è il caos, bombardano dovunque”

“Durante la seconda guerra mondiale le linee erano ben più definite quando sono arrivati i tedeschi. Adesso c’è il caos e bombardano dappertutto. Per questo vado a Leopoli a rifarmi una vita”. Pavel ha 87 anni e avanza lentamente sorreggendosi su un bastone per salire sull’ultimo treno verso ovest. Dopo la strage della stazione a Kramatorsk, a 20 chilometri di distanza, gli ucraini hanno organizzato l’evacuazione via ferrovia da Sloviansk, uno degli obiettivi primari della temuta offensiva russa nel Donbass. “È l’ultimo treno. La linea ferroviaria ha avuto un ruolo fondamentale per l’evacuazione dei civili”, conferma Serhii Serhiiovich. In camicia bianca con i gradi sulle spalline, il giovane capotreno ammette che «i russi potrebbero sempre bombardarci, ma non dobbiamo portare in salvo le 400 persone che stanno salendo sui vagoni». Altre 4mila sono state evacuate negli ultimi giorni.

Una lunga fila di civili in fuga, silenziosi e con i volti segnati dalla tristezza, invade la pensilina. Il papà che spinge la carrozzina con il figlio neonato, il mutilato su una sedia a rotelle che ha perso tutte e due le gambe, i bambini che aiutano i familiari a portare sacche e zaini. Una variegata umanità che soffre ed è costretta a lasciare le proprie case dopo l’impennata dei bombardamenti che preannunciano l’assalto alle difese ucraine. “Temo che l’esercito russo farà la guerra nel Donbass come un rullo compressore”, dichiara l’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell. Secondo il consigliere del ministro dell’Interno ucraino “la grande offensiva russa è già iniziata”. Fonti americane sostengono, al contrario, che Mosca vuole prima “raddoppiare, se non triplicare” le sue forze nel Sud Est del paese.

Nella sala d’attesa della stazione di Sloviansk giocano e corrono i bambini in fuga con le loro mamme. Nastia è una ragazzina sveglia con un cellulare viola. Quando chiediamo alla madre della guerra ci mostra una foto di macerie su Instagram: “La mia scuola bombardata. Per questo scappiamo”. La parola più usata dalle donne è “mir”, pace, che sognano per poter tornare alle loro case. Olga con sua figlia stava per morire: “Un missile ha centrato la nostra casa e abbiamo vissuto per un mese sotto terra terrorizzate». Due giovani con una bambina in braccio ammettono: “Non troviamo neanche le parole per dire cosa proviamo dopo aver visto cadere le bombe. Paura di morire e totale incertezza per il futuro”. Una signora con i capelli grigi e gli occhi azzurri deve asciugarsi le lacrime parlando “di russi e ucraini che vivevano come fratelli, assieme, senza problemi dai tempi dell’Unione sovietica”. Una coppia di una certa età non riesce a parlare: lei piange e lui si copre il volto con le mani.

Quando l’altoparlante annuncia che l’ultimo treno sta partendo i volontari distribuiscono bottiglie d’acqua e confezioni di viveri. I bambini si infilano sulle spalle gli zainetti di scuola, colorati e con i loro eroi preferiti come le Winxs. Trolley, carrelli e bimbi in braccio i civili salgono sui vagoni blu speranza di salvezza. I più anziani o chi non ce la fa viene aiutato dai militari. Pavel, nome di battaglia «Lupo», tifoso della Juventus e volontario della difesa territoriale racconta: “Loro sono fortunati perché hanno raggiunto la stazione. Da Izium (l’ultima cittadina a cadere fra Slaviansk e Kharkiv nda) abbiamo cercato di evacuare i civili. Un drone russo sorvolava quando la madre con la figlia sono uscite in strada e subito dopo l’artiglieria ha seminato morte e distruzione. La bambina era in fin di vita quando è arrivata in ospedale”.

Fra i disperati del Donbass in fuga pure una modella, che non vuole farsi fotografare, negli scompartimenti pieni. A bordo del treno qualcuno continua a piangere, ma altri mostrano il pollice all’insù consapevoli che stanno andando verso la salvezza. E una donna intona “Bella ciao”.