Nella chiesa-rifugio per sfuggire alle bombe

Nella chiesa-rifugio per sfuggire alle bombe

(Shevchenkove) Il sibilo arriva all’improvviso, come sempre. Il primo ad accorgersene è il grosso contadino in giaccone mimetico spuntato dal nulla nel villaggio fantasma devastato dalle bombe. Nessun riparo, nessun bunker, solo la possibilità di buttarsi a terra davanti ad un cancello verde nella speranza che il colpo d’artiglieria piombi un po’ più in là. L’esplosione è fragorosa e vicina, ma non abbastanza per mandarci all’altro mondo. Nicolai, il sergentone di scorta, inforca gli occhiali balistici, si mette l’elmetto e tira fuori il kalashnikov dal fuoristrada. Non facciamo in tempo ad alzarci per capire cosa fare che arriva il secondo colpo. Il sibilo mortale che annuncia la granata russa si ripete per cinque volte e l’unica “difesa” è il cancello verde di ferro. A 20 chilometri da Mykolaiv, la città del sud bombardata ogni giorno, corre la prima linea nascosta fra gli alberi. Shevchenkove è un villaggio a 35 chilometri da Kherson, occupata dai russi, dove le truppe di Mosca hanno issato la bandiera sovietica con la falce e martello, come quella che sventolò nel 1945 sul Reichstag a Berlino.

“Bombardano giorno e notte. Difficile farci l’abitudine, ma sono rimasto dopo aver evacuato la famiglia” racconta Mikail, il contadino con la giacca mimetica, prima anima viva del villaggio che sembra morto. Quando ci ha visto è uscito sorpreso e la stretta di mano assomigliava ad una morsa. Un attimo dopo i russi hanno ricominciato a martellare Shevchenkove.

Dopo un quarto d’ora di paura schizziamo via in macchina a tutta velocità alla ricerca di un rifugio. L’unica ancora di salvezza è una piccola, scintillante, chiesa ortodossa incredibilmente intatta in mezzo alle case centrate dalle bombe. Non ci resta che catapultarci all’interno. Il pope nel tradizionale abito talare dorato strabuzza gli occhi con un misto di paura e curiosità. Attorno a lui una decina di fedeli dagli sguardi terrorizzati che si rifugia in chiesa durante i bombardamenti.

“La mia casa non ha più i vetri alle finestre e le porte sono divelte per le esplosioni. I volontari ci portano ogni tanto dei viveri altrimenti rischiamo di morire di fame. Non c’è acqua e manca l’elettricità. Come sopravvivremo?” si lamenta Masha (Maria) una vecchietta appesantita dagli anni. Con lei altre donne ed un giovane, che raccontano: “Quando iniziano a bombardare veniamo in chiesa oppure ci barrichiamo nelle cantine, ma non sono dei veri bunker”.

L’arma più forte sembra la fede. I sopravvissuti di Shevchenkove si inginocchiano davanti alla croce, e guidati dal pope, pregano per la salvezza. Una scena di altri tempi, ma per ora neppure una scheggia ha colpito la piccola chiesa.

A differenza del villaggio spettrale. Un grande magazzino agroalimentare all’ingresso è incenerito dai razzi. Le casette basse degli abitanti sono quasi tutte con il tetto sfondato o le mura scarnificate dalle schegge. L’unico segno di vita è l’abbaiare dei cani lasciati da soli di guardia.

All’ultima postazione militare hanno intimato di non proseguire: “Bombardano a  tappeto poco più avanti”. L’artiglieria russa ci ha rincorso, ma anche preceduto. Un razzo Grad, inesploso, arrivato da poco, si è conficcato inesploso nell’asfalto in mezzo ad una stradina del villaggio aprendo un piccolo cratere.

A Kherson gli invasori vogliono organizzare un referendum per una fantomatica repubblica, che ricalca il mito della Novorossiya, il territorio della zarina Caterina dal Donbass ad Odessa.

Lo stato maggiore ucraino sostiene che le truppe russe stanno progettando di “mobilitare con la forza” la popolazione locale per farla combattere al fianco di Mosca. Kherson è una città di 238mila abitanti, ma gli ucraini sono scesi coraggiosamente in piazza per protestare contro l’occupazione.

Sulla strada del ritorno verso Mykolaiv uno dei posti di blocco è trasformato in un mini museo dell’invasione all’aperto. Sui blocchi di cemento dove i soldati hanno scritto a caratteri cubitali “Kherson è Ucraina” sono appoggiati i reperti di guerra. Un razzo Smerch con la spoletta a tempo che porta in grembo le bombe a grappolo. L’elmetto di un soldato di Mosca sfondato, la borsa nera con la stella e la scritta “esercito russo”. E un giubbotto antiproiettile verde mimetico: su una delle protezioni è riportato il nome di un fuciliere russo della 5° brigata motorizzata che lo indossava, M. Kagermanov.