Sarajevo: spettri di guerra

Sarajevo, spettri di guerra

“La guerra era entrata nelle vite come una condizione presente, quasi un futuro obbligato’’. Con queste parole, alle fine degli anni ’90, il giornalista e scrittore italiano Luca Rastello, nel suo libro La guerra in casa, faceva comprendere come il conflitto nell’ex Jugoslavia, dopo anni di orrori, barbarie e massacri, fosse divenuto un’entità che si sedimentava e cristallizzava in chiunque si imbattesse in essa, indipendentemente che fosse un profugo, un prigioniero, un miliziano, un reduce, un cooperante, o un volontario pacifista. Oggi, a 30 anni di distanza esatti dall’inizio dell’assedio di Sarajevo, le parole del compianto reporter italiano assumono di nuovo un significato concreto e tangibile proprio nella capitale della Bosnia Erzegovina, dove le divisioni sociali ancora pulsano e si ravvivano nella gangrena dell’odio etnico, gli estremismi nazionalisti aumentano sulla spinta della guerra in Ucraina e tutto ciò che ha significato e comportato la guerra nei Balcani, solo in apparenza, è stata archiviato e confinato nei manuali di storia.

Srebrenica, Restituzione dei corpi delle vittime del genocidio Serbo 1996 _ Donne davanti alle lapidi degli 8900 nomi delle vittime di Mladic
Srebrenica, Restituzione dei corpi delle vittime del genocidio, Donne davanti alle lapidi degli 8900 nomi delle vittime di Mladic

La capitale della Bosnia, adagiata nella valle della Miliacka e bagnata dall’anonimo fiume, accoglie turisti e visitatori da tutto il mondo. I luoghi iconici del conflitto sono ricordati dalle guide turistiche e dai tour organizzati. Il ‘’viale dei cecchini’’, l’arteria principale dove erano annidati i franchi tiratori nei giorni del conflitto, conserva solo il nome che la popolazione e i reporter gli diedero durante i mesi degli scontri. La Biblioteca Nazionale, dopo tre decadi dai giorni dei cannoneggiamenti da parte dei soldati serbo bosniaci, è stata restaurata ed è ritornata ad essere un’icona della città e il mercato di Markale, dove si è consumata la strage del 5 febbraio 1994, ogni mattina, vede un brulicare di cittadini che caracollano tra banchi colmi di frutta, verdura e alimentari. La Baščaršija, lo storico quartiere musulmano ferocemente bombardato durante l’assedio, punteggiato dai minareti e dai locali da cui fuoresce il dolciastro sapore del fumo dei narghilé, è meta delle passeggiate di famiglie e fidanzati. Niente quindi, a un primo sguardo, fa presupporre che invece una tensione politica sempre più crescente, una crisi economica galoppante, conti col passato mai saldati, disattenzioni internazionali e precarietà costituzionali stanno di nuovo facendo cigolare le deboli impalcature dello stato balcanico. 

Dalla firma degli accordi di Dayton nel 1995 ad oggi molte questioni sono rimaste irrisolte nella nazione dei Balcani occidentali. La Bosnia rimane una repubblica federale suddivisa in due entità politiche e amministrative: la Federazione di Bosnia Erzegovina, con una popolazione a maggioranza musulmana e croata e la Repubblica Srpska composta principalmente da serbi. La presidenza della nazione è un organo collegiale formato da tre membri ognuno dei quali rappresentativo di uno dei tre popoli costitutivi ma, dall’estate del 2021, il Paese sta attraversando una crisi politica poiché Milorad Dodik, il membro serbo della presidenza tripartita, sta sostenendo una campagna secessionista promuovendo politiche che mirano a un’ autonomia dell’entità serba in campo fiscale, giuridico e anche militare. Inoltre il leader serbo si è opposto alla legge contro il negazionismo del genocidio di Srebrenica, ha espresso la sua vicinanza a Putin e più volte ha parlato dell’esistenza di un unico popolo serbo indipendentemente dalle divisioni imposte dai confini nazionali. Oltre a una difficile situazione politica, lo stato balcanico, registra anche in queste ore una grave crisi economica dal momento che in Bosnia i tassi di disoccupazione oscillano tra il 25% e il 30%, l’inflazione ha superato il 13% e il costo della vita è ogni giorno in continuo aumento. ‘’E poi c’è un fattore che nessun grafico è capace di descrivere, ma che è molto importante per capire in che situazione siamo oggi: è il fattore storico e culturale. Qui, in Bosnia Erzegovina, un vero processo di riconciliazione e riunificazione tra i le diverse componenti etniche e confessionali del Paese non è mai avvenuto e ora stiamo assistendo a un qualcosa che è molto simile a ciò che avvenne negli anni ’90. La retorica nazionalista, l’odio nei confronti dell’altro, il radicalizzarsi delle posizioni dei partiti; è un qualcosa che fa temere che si possa rivivere ciò che hanno vissuto i nostri genitori. E questo, per me, è uno shock’’. Emina Toric ha ventisette anni, studia legge all’università di Sarajevo, fa la guida turistica ed è una giovane donna musulmana che appartiene a quella che lei stessa definisce la ‘’war generation’’, la generazione dei nati durante la guerra.

Sarajevo – Durante il passaggio del corteo che trasporta le bare verso Srebrenica

Emina passeggia per le vie centrali della sua città e indica in continuazione palazzi e monumenti latori di una storia  plasmata nel dolore, talvolta nell’orrore, ma spesso anche nell’ eroismo sconosciuto dei piccoli gesti di ogni giorno che hanno permesso alla gente di Sarajevo di sopravvivere a 1425 giorni sotto il costante bombardamento dell’artiglieria e dei colpi spietati dei cecchini di Ratko Mladic. “Io sono nata mentre era in corso la guerra. E poi, quando il conflitto è terminato, son tornata in Bosnia e, come molti altri miei coetanei, ho sempre creduto che ciò che era successo ai nostri i genitori e ai nostri nonni non si sarebbe mai più riproposto. In realtà, sin da quando sono bambina, mi sono dovuta scontrare con l’intolleranza che è sopravvissuta qua in Bosnia anche dopo la fine delle ostilità’’. Emina racconta di quando, a soli 8 anni, è stata allontanata da una festa per bambini perché musulmana e spiega che una delle cause del processo di radicalizzazione è proprio il sistema scolastico. ‘’Dal momento che con gli accordi di pace non si è stabilito alcun provvedimento in materia di educazione, le scuole sono state divise su base etnica e ogni entità della Bosnia insegna il passato e gli anni del conflitto dal suo punto di vista. Questa modello scolastico non ha fatto altro che coltivare vittimismo e intolleranza nelle nuove generazioni’’.

Srebrenica, Il dolore dei parenti sulla bara

 

Le vie del centro pullulano di giovani seduti ai cafè, da una kafana si leva il suono dolce di una fisarmonica e intanto il muezzin invita all’ultima preghiera della giornata. Basta attraversare la Ferhadija per trovarsi poi nella parte mitteleuropea della capitale, tra i  tavoli delle birrerie e i jazz club, proprio sotto le guglie della cattedrale cattolica. “E’ assurdo vedere una città così viva ed eterogenea e allo stesso tempo sapere che c’è chi ritorna a parlare di odio, di divisione su base etnica di separazione del Paese.- chiosa Emina- Ma questo è ciò che sta avvenendo e sono soprattutto i giovani ad avanzare certe tesi, a fare certe scritte nazionaliste sui muri e a promuovere certe teorie. Sono molto spaventata per questo: ma la sola cosa che vorrei fare è chiedere loro: perché? Perché di nuovo?’’.  Emina si accomiata con questa domanda e lo fa sotto una gigantografia, esposta sulla facciata di un palazzo in piazza Fra Grge Martić, che ripropone una scritta fatta da un soldato dei caschi blu olandesi nella caserma di Srebrenica: ‘’ No teeth…? A mustache…? Smell like shit…? Bosnian girl!” (Senza denti? Con i baffi? Puzza di merda? Una ragazza bosniaca!”). E mentre si leggono le parole che campeggiano sulla foto, continua ad echeggiare, nel silenzio della piazza, all’ora della cena, persistente e definitiva, la domanda di Emina: “Perché? Perché di nuovo?”.

Srebrenica, Dolore di una madre che abbracia la lapide del figlio

La Gerusalemme d’Europa, così era chiamata Sarajevo, una città dove è ancora possibile vedere  una sinagoga, una moschea, una cattedrale cattolica e una ortodossa nel solo centro storico, ma parallelamente è inevitabile inciampare anche in quei luoghi che ricordano come la storia, ripetutamente, qui, sia implosa condannando l’uomo a tragedie titaniche e a dannazioni esiziali. Le colline del centro storico sono imbiancate dai cippi delle lapidi dei cimiteri, in lontananza il monte Igman rammenta il luogo da cui veniva bersagliata ossessivamente la città e poi ci sono i ponti: quello di Vrbanja dove vennero uccisi dal fuoco ineluttabile dei cecchini il pacifista italiano Moreno Locatelli e i fidanzati Admira e Bosko, lei musulmana, lui serbo. E poi c’è il ponte Latino dove Gavrilo Princip uccise l’arciduca Francesco Ferdinando dando inizio alla prima guerra mondiale. Ed è proprio difronte alla lapide che ricorda l’omicidio più celebre del XX secolo che ha sede un luogo oggi tanto angoscioso quanto necessario per comprendere il riaffiorare del passato in Bosnia. Su una vetrina appare in caratteri bianchi su sfondo mimetico la scritta ZELENE BERETKE,: è questo il museo dei Berretti Verdi, la milizia paramilitare musulmana che combatté a fianco dell’esercito di Sarajevo durante il conflitto. Una volta all’interno il rocchetto del tempo si riavvolge su sé stesso e rimanda ai giorni terribili dei combattimenti. Ovunque campeggiano foto dei caduti, e in ogni dove sono esposte le armi con cui i volontari musulmani combatterono contro gli eserciti di Karadzic e Boban. Le granate di mortaio e  le mine anti-uomo troneggiano sugli scaffali, alcuni manichini indossano le uniformi della milizia e, all’interno della struttura, è stata ricreata anche la postazione di un mitragliere con tanto di sacchi di sabbia a proteggere la mitragliatrice. “Noi abbiamo dato vita questo posto per mantenere viva la memoria di ciò che è stato e qui, le scuole, portano anche i bambini a conoscere un passato che altrimenti non avrebbero modo di apprendere”. Vahid Alic, veterano di guerra, è il presidente dell’associazione dei Berretti Verdi di Sarajevo e il direttore del piccolo museo e quando lui parla il confine tra futuro e passato diviene indefinito e il racconto si perde  in un perenne tempo presente popolato di fantasmi e inquietudini.

Presidente associazione Berreti Verdi Vahid Alic
Vahid Alic, Presidente dell’associazione Berreti Verdi

“Da quando Milorad Dodik ha iniziato a promuovere l’autonomia della Repubblica Srpska e la volontà di formare di un esercito di soli serbi, la nostra associazione ha ricevuto migliaia di nuove adesioni. Certe frasi nazionaliste, certi discorsi, per chi come me ha vissuto gli anni del conflitto, ricordano la retorica che occupava i media a inizio anni ’90 e oggi non vogliamo farci trovare impreparati come allora. Siamo pronti, come associazione dei Berretti Verdi, a dare il nostro contributo per difendere la Costituzione e l’unità della Bosnia Erzegovina”. Interrogato sul fatto che il suo Paese possa essere nuovamente travolto da disordini e scontri l’ex militare ha aggiunto: “La percezione che abbiamo sul nostro futuro è cambiata radicalmente dopo il 24 febbraio e l’aggressione di Putin all’Ucraina. Noi vediamo una situazione molto simile a quella che si è registrata nel Paese dell’est Europa: la Russia ha incominciato le provocazioni aumentando il suo arsenale e facendo esercitazioni militari, e lo stesso l’ha fatto la Serbia. Il Donbass ha parlato di secessione e lo stesso fanno i leader politici della Repubblica Srpska e inoltre ci sono state anche dimostrazioni ed esercitazioni della polizia di Banja Luka. Non posso prevedere il futuro ma posso garantire che questa situazione non fa stare tranquillo nessuno. Mi auguro solo che non ci sia un ritorno della violenza, perché io, che ho vissuto la guerra, so cosa significa questa parola”.

Tra coloro che sono stati vittime del conflitto c’è anche chi però non si è votato alla vendetta, non è divenuto una vittima di professione e non ha fatto del rancore il combustibile del proprio divenire. Fahrudin Kucuk che ha perso sua figlia Aida di soli 5 anni nei primi giorni dell’assedio a causa di una scheggia di mortaio, al termine della guerra, ha deciso di cambiare vita e dedicare sé stesso e il suo talento ai bambini e oggi è uno dei più affermati scrittori di libri per l’infanzia dei Balcani.

scrittore libri per lÕinfanzia -Fahrudin Kucuk. Vide morire sua figlia Aida, 5 anni, durante la guerra. Da alora scrive libri per bambini

 “Il 2 maggio ero con la mia unità in una piccola stanza, c’erano 15 persone ad ascoltare la radio e ogni 20 minuti ci arrivavano informazioni. A un certo punto sentì che c’era bisogno di un’ambulanza a Grabavica e dissero poi la strada e l’indirizzo dove viveva mia figlia”. L’uomo racconta la tragedia che l’ha investito e da dietro una spessa montatura degli occhiali osserva una tiepida primavera appropriarsi lentamente dei giardini della sua città. “Vedete, per tutto il mondo aprile e maggio sono i mesi dei fiori, dei colori, dell’arrivo della primavera, qui da noi ,a Sarajevo, invece, ricordano i giorni in cui l’inferno è venuto sulla terra. Il primo di maggio ero con mia figlia in tram e la stavo accompagnando a prendere un gelato in città, l’indomani lei morì dissanguata su un’ambulanza”. 

L’uomo racconta il suo passato con una dolcezza commovente e interrompe l’emozione, raccolta in due timide lacrime, proseguendo nel racconto della sua storia. “La tragedia che mi è capitata mi ha portato ad essere la persona che io oggi sono e a fare quel che faccio. Scrivo per i bambini, per i ragazzi giovani, perché sono convinto che la letteratura sia uno strumento che permette di prevenire che i bambini si trasformino nei carnefici del domani. Attraverso le storie i bambini imparano cos’è il bene e cosa il male e che c’è sempre la luce anche nel buio”. Fahrudin Kucuk spiega che nei suoi racconti non inserisce mai dei nomi propri per evitare che un bambino possa identificarsi con un personaggio piuttosto che con un altro, usa solo nomi di fantasia e ha addirittura inventato un grammelot balcanico perché, “in un Paese eterogeneo come la Bosnia- spiega- non devono esserci fattori di divisioni, nemmeno a livello linguistico”. Kucuk racconta che, tra tutti gli scrittori per l’infanzia, ce n’è uno nei cui ne confronti nutre un’ammirazione sconfinata: Gianni Rodari. E lo scrittore bosniaco  decide di accomiatarsi, al termine dell’intervista, recitando una frase dello scrittore italiano che lui considera “la più bella poesia di pace mai scritta”, e che oggi, qui, a Sarajevo, a trent’anni esatti di distanza dall’inizio dell’assedio, ha un significato unico e speciale: Kucuk racconta che, tra tutti gli scrittori per l’infanzia, ce n’è uno nei cui ne confronti nutre un’ammirazione sconfinata: Gianni Rodari. E lo scrittore bosniaco  decide di accomiatarsi, al termine dell’intervista, recitando una frase dello scrittore italiano che lui considera “la più bella poesia di pace mai scritta”, e che oggi, qui, a Sarajevo, a trent’anni esatti di distanza dall’inizio dell’assedio, ha un significato unico e speciale: