Divisioni e ferite: la fragilità profonda del Kosovo

Divisioni e ferite: la fragilità profonda del Kosovo

Da una parte alcune migliaia di serbi, dall’altra una città completamente albanese. È questa l’immagine che definisce la composizione etnica di Kosovska Mitrovica, la città del nord del Kosovo divisa dal fiume Ibar e che a sua volta separa la parte serba, a nord, e la parte albanese, a sud. A unire le due sponde del fiume, due ponti e una passerella, con il controllo costante dei Carabinieri della Multinational Specialized Unit come deterrente di fronte a qualsiasi aumento di tensione. Perché le tensioni, tra due entità così divise eppure così facilmente unite dal punto di vista geografico, possono sfociare in episodi di violenza o rischiare di compromettere la convivenza tra questi due mondi. E le ultime notizie che giungono proprio da Mitrovica illustrano un processo di integrazione complicato e non privo di ostacoli.

Il passaggio del ponte sul fiume Ibar è il percorso tra due dimensioni completamente diverse: apparentemente tra due diversi Stati. Se da una parte dominano le moschee, le bandiere del Kosovo (ma soprattutto dell’Albania), le scritte in albanese e una forma di timida occidentalizzazione forgiata dal legame con la forza Nato, a nord la situazione è completamente diversa. Le bandiere albanesi e kosovare cedono il passo a quelle serbe, che campeggiano su tutti gli edifici costruiti sul viale che inizia dal cosiddetto “ponte di Austerlitz”. Sui negozi, le scritte sono in caratteri cirillico ed esclusivamente in lingua serba.

I muri sono coperti da manifesti che ricordano il problema – molto sentito per la comunità serba – delle targhe automobilistiche kosovare. Una questione che è tornata in auge proprio in questi giorni, con la popolazione della parte settentrionale della città che è tornata in piazza per manifestare contro le scelte di Pristina di imporre una nuova immatricolazione. Una scelta che i serbi vivono come un attacco alla propria identità. E girando per alcune vie, particolarmente vicine al corso dell’Ibar, l’occhio non può che cadere su alcuni muri segnati dalla ormai nota “Z”, simbolo dell’invasione russa in Ucraina, o sul murale che inneggia a “Kosovo serbo e Crimea russa”. Immagini simboliche, anche se non per forza frutto del sentimento di un’intera comunità, ma che fanno capire come qui ancora vi sia un tema legato al recente passato.

Se Mitrovica è la parte più evidente di questa integrazione difficile, perché la comunità serba è non solo presente ma anche fortemente ancorata alla propria identità, è tutto il Kosovo a mostrare ancora oggi le ferite di una guerra che ha lasciato inevitabilmente un segno forse indelebile. Il Paese – nato dal terribile conflitto che sconvolse i Balcani sul finire degli Anni Novanta del secolo scorso – oggi vive in un limbo esistenziale in cui la fragilità – unita a una speranza di sviluppo – sembra essere la sensazione dominante. Un senso di debolezza esistenziale che si unisce a una non meno drammatica assenza di una vera prospettiva di pacificazione e di crescita.

L’impressione che si ha percorrendo le strade del Paese è che la divisione sia ancora latente, in grado di esplodere per questioni di natura burocratica così come per temi di carattere più squisitamente politico o etnico o religioso. Non è l’anticamera di un conflitto come quello visto alla fine dello scorso millennio, ma quello che si percepisce è un senso di vivere con un costante problema mai davvero risolto.

Chi lavora sul campo sottolinea i passi in avanti compiuti in questi anni. E questo è evidente soprattutto dal fatto che i più gravi episodi di violenza sono ricordi di parecchi anni fa, imparagonabili rispetto a quello che vediamo oggi con manifestazioni pacifiche e proteste che, pur simbolicamente potenti, non sono sfociate in azioni pericolose. Ma non può non sfuggire, girando per le cittadine che compongono il mosaico kosovaro, quello che gli inglesi chiamerebbero “l’elefante nella stanza”: una verità che tutti minimizzano o addirittura ignorano, nonostante sia ben visibile. Il Kosovo è oggi uno Stato che faticosamente riesce a scrollarsi di dosso il passato più recente e sembra ancora poco proiettato in un futuro di reale compromesso tra componenti etniche. Un cantiere di identità che non sembra ancora farcela da solo, mentre le divisioni rischiano di sovrastare quello che è un lavoro costante di una società civile desiderosa di mettere la parola fine.

(Foto: Lorenzo Vita)

Da un lato c’è un impegno da parte di molte istituzioni, organizzazioni così come dello stesso contingente Nato. Una prova su tutte, quella radio Kfor che ogni giorno da Pristina parla in albanese e in serbo a tutti i cittadini senza schierarsi se non a favore di un Paese unito sotto l’egida occidentale. Dall’altro lato, però, è innegabile pensare che basta scavare poco sotto la realtà quotidiana per far affiorare un presente che ha ancora ben vivo il ricordo del passato. In larga parte i villaggi e le città più grandi sono costellati da bandiere albanesi, molto più numerose di quelle nazionali. I cimiteri e i monumenti ai caduti delle forze paramilitari dello Uçk (l’acronimo di Ushtria Çlirimtare e Kosovës, ovvero l’Esercito di liberazione del Kosovo) caratterizzano il paesaggio che si può osservare mentre si percorrono le strade di molte province. Spuntano, anche tra le case, steli commemorative per i caduti o gigantografie dedicata agli eroi di guerra sempre delle forze paramilitari albanesi.

Tutto questo si ripercuote su un’economia che è il vero tallone d’Achille del Kosovo, anche di quando era una provincia all’interno della Serbia e della Jugoslavia. Le molte case nuove, ma evidentemente vuote, rivelano come la diaspora di chi è fuggito dalla guerra sia ancora un volano fondamentale per un’economia molto debole. L’urbanizzazione fatica a prendere piede in modo capillare. Gli stipendi sono bassi, certamente non in linea con l’Europa agognata da tutti. E come tutto il continente, anche il Kosovo vive oggi il problema dell’assenza di energia e della spirale di crisi e di inflazione generato dalla congiuntura economica e sistemica.

Certo, ci dicono, la popolazione ha vissuto un conflitto talmente difficile che si dimostra molto spesso capace di reagire alle difficoltà. Oggi quelli bravi utilizzerebbero il termine “resilienza”. Ma per quanto la popolazione, sia albanese che serba, appaia in grado di resistere alle difficoltà contingenti, il pericolo è che sia proprio il fattore economico a essere l’innesco per il ritorno della tensione interetnica che cova sempre sotto la cenere.

La questione dei visti e delle targhe, tema che è stato in parte anche cavalcato a livello politico (e a volte esagerato da certa stampa), ha dimostrato che vi è sempre la possibilità che si inneschino nuove polemiche con effetti potenzialmente esplosivi. Le dimissioni dei funzionari, poliziotti e politici della minoranza serba in Kosovo è un segnale inquietante. Belgrado ha confermato il pieno sostegno alla causa della minoranza, da Pristina non arrivano segnali di compromesso, col governo nazionale che accusa il vicino di fare campagna per destabilizzare il Paese.

La situazione internazionale, in questo senso, non aiuta: la Nato oggi è lì con l’obiettivo di far rispettare gli accordi con la Serbia, mantenere la libertà di movimento e un ambiente sicuro, fare in modo che il ritiro sia graduale rispetto a una sempre maggiore preparazione delle forze kosovare. Non sfugge però che non solo Belgrado è un partner essenziale di Pechino e Mosca nei Balcani (pur volendo entrare in Ue), ma anche che a “pochi” chilometri da lì, in tutta la regione e nell’Europa orientale, lo scontro tra Occidente e Russia si fa molto più che vivo. Ed è chiaro che tutto può essere un pericoloso innesco.

L’Unione europea e la Nato sono perfettamente consapevoli dei rischi, e per questo sono arrivati appelli a entrambe le parti per cessare azioni unilaterali, con Peter Stano, portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas), che ha chiesto a tutti di assumersi “le proprie responsabilità per trovare una soluzione europea” e ribadendo anche gli obblighi legali del Kosovo “di istituire immediatamente questa associazione o comunità” per la minoranza serba. Il vicesegretario generale della Nato, Mircea Geoana, dal canto suo ha detto di avere sentito il rappresentante speciale per l’Ue, Miroslav Lajcak, e ha chiesto sia al Kosovo che alla Serbia di “dare prova di moderazione ed evitare un’escalation” ricordando che la missione dell’Alleanza “rimane vigile e pronta a intervenire se la stabilità dovesse essere messa a rischio”.