Padre Sava e i suoi monaci:
l’ultimo baluardo ortodosso in Kosovo

Padre Sava e i suoi monaci: l’ultimo baluardo ortodosso in Kosovo

Padre Petar cammina verso la chiesa. Il silenzio – interrotto solo dal vento tra gli alberi, dagli uccelli e da un rivolo d’acqua – circonda e custodisce tutto il monastero di Visoki Decani, mentre il verde dei pascoli e delle montagne del Kosovo fa da cornice a un eremo che da quasi 700 anni rappresenta un vero e proprio bastione dell’ortodossia serba. All’interno di esso, la luce che penetra dalle finestre si mescola al profumo di incenso, mentre le pareti affrescate fino alle volte più alte offrono una scenografia fatta di immagini bibliche, raffigurazioni di Cristo e quelle legate a Stefano Uroš III Dečanski, il re serbo a cui si deve la fondazione del monastero. Non un semplice luogo sacro: ma un simbolo. Perché Visoki Decani è stato testimone di tutti i passaggi più importanti di questa terra nel cuore dei Balcani. Sotto le sue mura hanno marciato eserciti serbi e ottomani, ha subito saccheggi e ricostruzione, e si sono visti e sentiti gli effetti terribili delle due guerre mondiali.

Poi, sul finire degli Anni Novanta, la guerra tra Kosovo e Serbia è entrata prepotentemente nella vita di questa comunità al punto da costringere la Nato a porlo sotto la sua protezione con i militari italiani giunti da subito a guardia del sito, e che ancora oggi ne hanno la diretta responsabilità. Nelle fasi più cruente del conflitto, in questo monastero hanno trovato riparo civili serbi e albanesi, mentre la violenza ha letteralmente assediato questo eremo fino a minacciarne la scomparsa. Le cronache raccontano di diversi fatti di sangue avvenuti intorno al monastero durante il conflitto. Mentre negli anni successivi, a guerra finita, Decani è stato oggetto di minacce, lanci di granate, di un assedio con molotov pronte all’uso, attirando anche le mire di alcuni seguaci dello Stato islamico.

Nonostante gli attacchi al santuario siano ormai un lontano ricordo, i membri della comunità monastica si sentono ancora oggi sotto assedio. Una sorta di enclave ortodossa in uno Stato che, dall’indipendenza proclamata nel 2008, non sembra averli mai considerati come sua parte integrante. Padre Sava Janjić, archimandrita e abate del monastero – una delle figure più importanti del Kosovo sia sotto il profilo religioso che sotto quello politico e anche diplomatico – racconta proprio questa sensazione che hanno lui e i “suoi” monaci: quella di sentirsi una comunità non integrata nella nuova realtà nazionale, visti come estranei sia a livello confessionale che politico, eppur presenti lì dalla notte dei tempi.

Per spiegare cosa provano i membri della comunità di Decani, l’abate parte da lontano. Ricorda, con sentimenti di sincera gratitudine, l’arrivo dei militari italiani durante il conflitto: una missione internazionale che ha rappresentato una vera e propria ancora di salvezza mentre la guerra stava per distruggere il monastero e cancellarne l’eredità. E ha ben chiaro, lui come i suoi monaci, che la quotidianità di oggi non è lontanamente paragonabile agli anni della guerra né ai periodi immediatamente successivi.

Tuttavia, secondo l’archimandrita la strada per una vera pacificazione è ancora lunga e non priva di insidie. E nelle sue parole, pronunciate in un inglese fluente e con una scelta estremamente precisa di cosa dire e come dirlo, traspare una sorta di frustrazione. Padre Sava racconta, non senza una punta di sgomento, come sia impossibile anche solo trovare un cartello stradale che fornisca indicazioni per arrivare al monastero, e sottolinea la tristezza che lo invade quando ascolta le scolaresche in visita a Decani parlarne come di un monastero “albanese”.

Lo stesso archimandrita ammette le difficoltà nel mantenere rapporti positivi con le autorità civili, sia locali che nazionali, ribadendo sentenze mai attuate dal governo. Critica gli esecutivi di Pristina per non avere attuato nei confronti della comunità una vera politica di uguaglianza, e fornisce la sua visione su diversi problemi che affliggono questa minoranza del Kosovo. Non ultimo quello delle targhe delle automobili, questione che ha scatenato proteste già questa estate provocando tensioni anche tra Pristina e Belgrado.

Quello di padre Sava è un punto di vista personale, e come tale da ritenersi necessariamente non imparziale. Ma quanto affermato dal rappresentante ortodosso racconta un’altra parte del Kosovo: una voce diversa rispetto a quella della maggioranza, ma non meno importante per comprendere i mille rivoli in cui si distribuisce la verità di questo territorio così complesso e con un peso specifico così rilevante per la stabilità dell’intera regione balcanica. Le sue parole si uniscono ad altre immagini che aiutano a interpretare meglio le sensazioni di monaci che rappresentano oggi una minoranza non solo religiosa, ma anche politica. A poche centinaia di metri dalle mura di Decani, il cimitero serbo-ortodosso è completamente abbandonato, con le lapidi distrutte o quasi, in cui si riescono soltanto a percepire le scritte incise in cirillico. E mentre un monaco cammina tra le foglie passando la mano sulle lapidi per ripulirle, il canto di un muezzin che invita i musulmani alla preghiera infrange il silenzio di Visoki Decani quasi a ribadire il caleidoscopio culturale che caratterizza il Kosovo: lì dove un tempo i sovrani serbi fondavano monasteri, oggi c’è una realtà diversa che sente il peso di una guerra troppo vicina nel tempo per essere metabolizzata.

Le fratture tra le diverse comunità non sono per forza insanabili. I militari del Regional Command West a guida italiana notano ogni anno i passi in avanti compiuti nel Paese. Dove c’erano delle mulattiere è arrivato l’asfalto. Le vecchie case, un tempo mucchi di mattoni senza intonaco, lasciano lo spazio a edifici nuovi, anche se molto spesso completamente vuoti e frutto della diaspora. Il sangue non scorre più e le armi non sono più una minaccia costante: evoluzione fondamentale per un Paese che piange ancora i suoi caduti.

(Foto di Lorenzo Vita)

Eppure, nonostante gli enormi sforzi, la percezione è che gli obiettivi dello sviluppo, della pacificazione e della completa integrazione siano ancora da raggiungere. Le bandiere albanesi, i cimiteri disseminati su tutto il territorio e differenziati tra albanesi e serbi, i monumenti e i manifesti in onore dei caduti delle milizie Uck, le scritte in lingua serba cancellate dai cartelli stradali sono immagini che indicano che il conflitto, tanto più se etnico, lascia ferite profonde. Traumi che possono essere assorbiti solo dopo molto tempo e con un grande lavoro di tutta la società. La presenza della Nato rappresenta probabilmente la risposta più chiara a qualsiasi interrogativo sul presente del Kosovo. E il fatto che alle porte di Decani vi siano ancora gli uomini del contingente italiano sottolinea che la memoria non si sedimenta in pochi anni diventando patrimonio comune.

L’incertezza sul futuro sembra dominare il cuore di molti, anche quello dei religiosi che vivono nel monastero che da secoli osserva immobile gli stravolgimenti di questa terra. I (pochi) serbi rimasti si sentono guardati con sospetto, a volte come quinte colonne di Belgrado, a volte anche della stessa Mosca, che non intende riconoscere l’indipendenza del Paese. L’attualità, con le sue contraddizioni, divisioni e sfide geopolitiche, si è inserita così anche in questo fragile territorio incastonato nel cuore dei Balcani, dove si sono scritte pagine fondamentali e terribili della storia.