Che cosa significa parlare di “economia di guerra”

Il presidente francese Emmanuel Macron è stato solo l’ultimo di una serie di leader occidentali che ha parlato di “economia di guerra” in seguito allo sdoganamento delle conseguenze del conflitto russo-ucraino. Altri leader, come Viktor Orban, sono arrivati a dichiarare veri e propri stati d’emergenza per la guerra in Ucraina e la condotta di Mario Draghi alla guida del governo italiano, secondo la prestigiosa Frankfurter Allgemeine Zeitung, assomiglia sul fronte energetico e finanziario all’antesignana di un’economia di guerra.

Ma nessuno ha parlato con la chiarezza di Macron. “La Francia e l’Unione europea sono entrate in una economia di guerra” per la quale “dovremmo organizzarci per molto tempo”, ha dichiarato il presidente francese nella giornata del 13 giugno intervenendo a Eurosatory, la più grande mostra internazionale di difesa e sicurezza del territorio. Macron ha parlato di “un’economia in cui dovremo andare più veloci, pensare diversamente su ritmi, aumenti di carico, margini. Per poter ricostituire più velocemente ciò che è essenziale per le nostre forze armate, per i nostri alleati, o per chi vogliamo aiutare. Un’economia, in fondo, in cui non si può più vivere al ritmo e con la grammatica anche di un anno fa. Tutto è cambiato”. Di nuovo, due anni dopo il Covid, siamo al nuovo mantra: “niente sarà più come prima“.

Ieri il Covid, da Draghi stesso paragonato a una “guerra” nel celebre editoriale del marzo 2020 sul Financial Times, ha riportato nel gergo giornalistico e politico la retorica bellica, oggi il conflitto a Est fa sentire all’Europa quanto, in realtà, una guerra combattuta sia molto peggio di una pandemia: costringe a schierarsi, impone costi immediati, genera incertezza, ridefinisce strutturalmente le priorità. E se l’Europa, come gli Usa, non è in campo boots on the ground contro la Russia, lo è di fatto sul fronte economico, finanziario, tecnologico, energetico, industriale. Dimensioni di una competizione multilivello che nemmeno Macron, alla guida del fronte dei mediatori, può ignorare. Tanto che il termine economia di guerra torna in campo con tutte le sue sfaccettature. Da capire oggi più che mai.

 

Chiariamo un concetto preciso: l’economia di guerra non si sovrappone con la guerra economica se non in minima parte. Laddove la guerra economica è l’utilizzo, sia in un contesto esplicito che in una situazione di pace, della finanza, dell’industria, delle imprese strategiche come volano per mettere sotto pressione un Paese ostile, l’economia di guerra fa riferimento all’allocazione delle risorse e alla gestione degli approvvigionamenti di un sistema impegnato in uno scenario di conflitto.

Parlare di economia di guerra è dunque oggigiorno la maniera più facile per parlare dello stato di conflittualità di fatto in cui l’Europa si trova, via Occidente, con la Russia e del fatto che esso impone politiche degne di una fase in cui bisognerebbe combattere sul campo una campagna: razionalizzare le forze produttive nei settori in cui si ritiene che l’avversario possa sfruttare le vulnerabilità e, dunque, operare azioni di guerra economica contro il tessuto produttivo nazionale.

Per fare un esempio relativo alla Seconda guerra mondiale, economia di guerra era la razionalizzazione produttiva imposta dal governo di Winston Churchill grazie a Lord Beaverbook per ingenerizzare la produzione aeronautica ai tempi della Battaglia d’Inghilterra; guerra economica era la campagna di bombardamenti contro la Germania mirante a colpire la forza lavoro e i settori della componentistica (cuscinetti a sfera in testa) ove il Reich era deficitario. Fu economia di guerra la scelta di Stalin di spostare oltre gli Urali buona parte della capacità industriale sovietica nel 1941 di fronte all’invasione nazista; fu guerra economica quella che portò l’anno successivo l’Armata Rossa a incendiare Majkop e i pozzi del Caucaso per non lasciarli cadere in mano ai tedeschi.

La guerra economica è stata una costante nella storia: le azioni pirate di Sesto Pompeo ai tempi delle guerre civili romane, la Quarta Crociata dirottata da Venezia contro Costantinopoli nel 1204, le azioni corsare inglesi contro i galeoni spagnoli, il blocco continentale di Napoleone Bonaparte sono solo alcuni degli esempi di strategie esplicite di guerra economica del passato. L’economia di guerra è parte invece della storia recente, dell’era dell’industrializzazione, del fordismo-taylorismo, della pianificazione strategica dello Stato. L’idea stessa di mobilitazione totale in determinati settori delle capacità produttive nazionali per ovviare a un’emergenza sistemica è stata messa in pratica dai Paesi coinvolti, in forma compiuta, non prima della Grande Guerra, per poi evolvere in guerra totale nel successivo, ancora più devastante conflitto mondiale.

 

Le parole di Macron collegano, per la prima volta in questa crisi, l’idea di “economia di guerra” in Europa al potenziamento dell’esercito, del resto già affermato come principio dalla Francia ben prima della guerra d’Ucraina. Pictet del resto ha scritto che questo è, lessicalmente, il senso compiuto di un’economia di guerra: “L‘economia di guerra, dunque, trasforma completamente l’organizzazione di uno Stato, facendo del conflitto, degli armamenti e del mantenimento dell’esercito le priorità assolute. Con un altro effetto collaterale: l’economia di guerra tende ad accelerare e assorbire alcune tecnologie, favorendo l’osmosi tra innovazioni civili e belliche. Basti pensare a telegrafo, motore a scoppio, energia nucleare. La stessa Internet ha le proprie radici in un progetto militare statunitense ai tempi della Guerra Fredda”.

In quest’ottica qui, non essendo l’Occidente in campo contro la Russia sul piano militare, il fronte degli armamenti si limita al sostegno, tutt’altro che ridotto, a Kiev. Ma mutatis mutandis ci sono settori in cui i principi chiave dell’economia di guerra sono, in questa fase, riscontrabili:

  • Mobilitazione settoriale di tutte le energie a disposizione: sul campo energetico questo è divenuto palese. L’obiettivo politico di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia si è sostanziato in una serie di misure sanzionatorie contro Mosca e in un contesto di diplomazia globale dei Paesi europei per depotenziare il ricatto energetico russo.
  • Disponibilità al sacrificio: l’economia di guerra costa. Costa in termini di deviazione della produzione e dei redditi dai settori tradizionali e costa soprattutto in termini di rincari e inflazione. Con un atteggiamento controintuitivo per la nostra tradizionale visione, e sotto certi punti di vista indubbiamente miope, ad esempio l’Europa accetta di subire danni maggiori rispetto a quelli degli Usa e a vedere potenziare la propria difficoltà economica pur di perseguire l’obiettivo di piegare la Russia mentre i prezzi energetici sono in volo.
  • Accelerazione tecnologica:le discussioni sulla difesa europea parlano chiaro. L’economia di guerra impone il metodo di gestione delle risorse taylorista in virtù della massima efficienza di ogni denaro e ogni lavoratore impegnato. Logico che a essere favorite siano quelle branche che, nella Difesa o in altri settori, offrono i ritorni strategici più certi, mentre settori fragili possono essere lasciati indietro.
  • Keynesismo militare: l’accelerazione degli investimenti in Difesa, indubbiamente, esiste e la minaccia russa la giustifica. Oltre che per autodifesa, le spese militari tendono a inflazionarsi in un contesto di economia di guerra perché l’emergenza chiama la necessità del riarmo e questo mobilita una grande quantità di fondi pubblici.  Il budget della Difesa di un governo, secondo un’applicazione accelerata dei dettami di John Maynard Keynes stabilizza il ciclo economico espandendo notevolmente la domanda pubblica. Questo vale, nella situazione attuale, anche per energia e settori ad alta intensità tecnologica.
  • Programmazione governativa: gli Stati sono tornati in campo col Covid e puntano a farlo anche ora, stabilizzando i mercati più a rischio. Si sospendono in diversi settori le leggi del mercato (vedesi il proliferare di pratiche come il golden power e le minacce del loro utilizzo) mentre al contempo si analizza la possibilità di introdurre calmieri ai prezzi per ragioni di interesse nazionale.
  • Inflazione: investimenti, rincari e tensioni accelerano la crescita del costo della vita. Le piogge di fondi pubblici fanno il resto nell’accelerare un’inflazione in cui, oggigiorno, gioca un ruolo anche la carenza strutturali di fattori produttivi importanti in Europa. L’inflazione è in genere il ricordo più problematico di una fase post-bellica, come il drammatico caso della Germania di Weimar conferma, ma in questo caso sta facendo già danni in un’economia europea decisamente falcidiata dalla crisi.

La risposta al Covid aveva in parte messo in campo alcuni di questi principi e del resto anche Draghi nel 2020 aveva parlato della necessità di una “mobilitazione” contro il coronavirus. Rispetto a due anni fa non siamo ancora arrivati alle riconversioni di massa delle industrie in funzione di contrasto all’emergenza, allora rappresentata dalla carenza di farmaci e dispositivi sanitari, ma vi è sicuramente il problema aggiuntivo dell’inflazione, dell’accelerazione tecnologica, della pianificazione.

In economia di guerra viene meno, come anticipato ogni logica di mercato e la sicurezza diventa la priorità. Sicurezza degli approvvigionamenti delle materie prime, del controllo sulle filiere, della gestione di prodotti finiti in settori strategici ma non sicurezza della stabilità per i cittadini, spesso lasciati indietro e vittime del carovita e delle sue conseguenze. La guerra in Ucraina porta l’Occidente non schierato sul campo a combattere con l’economia bellica, e questa è l’immagine più forte di un evento che corona il lungo ventennio delle emergenze (terrorismo, finanza, pandemia, crisi climatica) a cui i decisori, soprattutto in Europa, hanno risposto spesso con nuovi strappi alle regole e nuove centralizzazioni dei sistemi produttivi.

Senza arrivare però a tenere in considerazione, se non minimamente, il vero danno causato da ogni situazione emergenziale come l’economia di guerra: le disuguaglianze legate principalmente al fatto che le perdite di un sistema emergenziale si distribuiscono su una platea ampia. Nel 2007-2008 la Grande Recessione colpì le imprese, nel 2020 il Covid recluse e costrinse alla cassa integrazione milioni di lavoratori in tutta Europa, oggi il caro-energia divora le prospettive del ceto medio assieme all’inflazione. Un copione consolidato, che rischia di fiaccare gradualmente le capacità delle popolazioni di resistere a situazioni tanto dure. E ai cui effetti i decisori non riescono a porre alcun rimedio che non sia un tampone temporaneo fatto di sussidi e bonus.

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