La battaglia di Bucha spiegata

La battaglia di Bucha è una delle più significative della crisi russo-ucraina iniziata nel febbraio 2022. Prende il nome dalla località situata a nord ovest della capitale Kiev in cui le due parti contrapposte si contendono il territorio per almeno un mese, fino alla fine di marzo del 2022. Rispetto alle altre battaglia che coinvolto i sobborghi attorno Kiev, la battaglia di Bucha diventa più tristemente famosa per via della presenza, all’interno della cittadina, di fosse comuni ritrovate dopo il ritiro russo dall’area. La fine dei combattimenti in questa zona coincide con la fine dell’assedio di Kiev.

 

La battaglia di Bucha si inserisce nel quadro dell’assedio di Kiev provato dai russi all’inizio del conflitto in Ucraina. Il riferimento è all’azione tentata dalle truppe di Mosca per accerchiare la capitale ucraina e mettere immediata pressione, tanto politica quanto militare, al governo ucraino guidato dal presidente Volodymyr Zelensky.

Per accerchiare Kiev, i russi devono immancabilmente prendere possesso dell’area urbana circostante. A tal fine vengono ingaggiate numerose battaglie nei sobborghi confinanti con la più importante metropoli ucraina. Bucha, per la sua posizione strategica, viene investita dai combattimenti e subisce conseguenze molto gravi sia dai bombardamenti che dai colpi di artiglieria dei due eserciti in lotta.

La prima direttrice di avanzata russa verso Kiev è quella del settore nord occidentale che si dipana da Gostomel. Quest’ultima è la cittadina in cui ha sede il più importante aeroporto dell’area. È qui che le forze del Cremlino atterrano con un’azione attuata dai paracadutisti poche ore dopo il via libera del presidente russo Vladimir Putin all’operazione in Ucraina.

Il territorio di Gostomel confina con quello di Bucha, il quale a sua volta è separato da pochi chilometri con Irpin, ultimo sobborgo prima di Kiev nell’area nord occidentale. La cittadina di Bucha è quindi fondamentale per i russi per consolidare, da un lato, l’avanzata da Gostomel e, dall’altro lato, per dare l’assalto a Irpin da cui poi poter puntare verso il centro di Kiev.

La presa dell’aeroporto militare di Gostomel rappresenta forse il primo vero obiettivo di Mosca. Qualcosa però va storto. Lo scalo viene sì occupato, ma i russi che raggiungono la zona trovano un’inaspettata resistenza ucraina. I soldati di Kiev, emerge poi qualche settimana dopo, già a gennaio vengono avvisati dagli Stati Uniti circa la volontà russa di iniziare l’accerchiamento della capitale dall’aeroporto di Gostomel.

La risposta ucraina non vanifica del tutto l’avanzata russa, ma complica e non poco i piani del Cremlino. Le truppe paracadutate su Gostomel iniziano a prendere terreno e a provare incursioni verso il centro di Kiev, favorite anche dall’arrivo da nord dei soldati che la sera del 24 febbraio hanno già in mano l’area della centrale nucleare di Chernobyl. L’avanzata è però lenta.

Le prime avanguardie russe raggiungono Bucha il 27 febbraio. A darne notizia è il giornalista ucraino Andriy Tsaplienko, secondo cui soldati russi sparano contro diversi veicoli all’interno della città. In questa fase tuttavia, il vero obiettivo delle forze di Mosca non è la presa di Bucha ma delle arterie principali che conducono a Irpin. E infatti il 28 febbraio si ha notizia, sia tramite reporter locali che dalle testimonianze social dei cittadini, di un primo tentativo di sfondamento russo verso Irpin.

La situazione attorno Kiev è comunque confusa. La capitale è colpita da diversi bombardamenti durante la prima settimana di guerra, molti dei quali riguardano le periferie e i sobborghi. Gli abitanti scappano e provano a prendere gli ultimi treni per l’Ucraina occidentale, meno coinvolta dai combattimenti. Il centro di Kiev appare deserto e i cittadini si aspettano da un momento all’altro una prova di forza da parte russa.

Prova di forza che in realtà, nel cuore della più grande metropoli ucraina, non avverrà mai. I russi nel settore di nord ovest sembrano impantanati lungo l’asse che da Gostomel attraversa Bucha e arriva a Irpin. A più riprese si assiste a scambi di posizioni tra le parti. In particolare, a fine febbraio le forze di Mosca rivendicano la conquista di Bucha. Ma gli ucraini sono ancora in condizione di contrattaccare.

Il 3 marzo, in un video pubblicato sui social della Difesa di Kiev, alcuni soldati ucraini issano la bandiera gialloblu davanti il municipio di Bucha. La città quindi torna nuovamente in mano ucraina dopo poco più di 48 ore di occupazione russa. A confermalo è anche il sindaco Anatoliy Fedoruk.

La confusione registrata in questo settore è da attribuire a diversi fattori. In primo luogo, il mancato completo possesso dello scalo di Gostomel, il quale non diventa mai una vera e propria base da cui i russi possono controllare l’avanzata verso Kiev. In secondo luogo occorre considerare la strategia delle truppe di Mosca, vocata all’occupazione delle infrastrutture essenziali per avanzare verso la capitale ucraina e non alla copertura integrale del territorio. Un contesto che lascia molti margini alle imboscate ucraine nelle retrovie e a ulteriori difficoltà per i russi. C’è poi un terzo fattore, determinato dalla composizione dell’area, dove si alternano importanti insediamenti urbani e industriali con foreste e aree paludose e umide. A Gostomel e ancora di più a Bucha e Irpin, i russi non sembrano in grado di vincere facilmente le battaglie urbane ingaggiate con gli ucraini, nelle foreste il terreno fangoso è un grande alleato per chi difende.

Per questo dal Cremlino si decide di inviare rinforzi nell’area a nord di Kiev. Documenti diffusi in seguito dai media ucraini, attesterebbero la presenza a Bucha ed Irpin della 64esima Brigata di fucilieri motorizzati proveniente dall’estremo oriente russo. Così come, stando ai video pubblicati sui social dagli stessi ceceni, tra Gostomel e Irpin ci sarebbe la presenza delle brigate agli ordini del presidente ceceno Ramzan Kadyrov. Gli ucraini rispondono con i soldati di diversi battaglioni dell’esercito nazionale, così come con la presenza di gruppi delle milizie popolari. Nelle settimane successive attestato anche l’arrivo di membri del Battaglione Azov. Inoltre tra la prima e seconda decade di marzo non è raro vedere video con combattenti occidentali impegnati tra Bucha e Irpin.

Dal 4 marzo i russi, grazie anche ai nuovi rinforzi, tornano ad attaccare Bucha. Questa volta la sensazione è quella di una battaglia volta a consegnare alle forze di Mosca la città nella sua interezza. I combattimenti si svolgono casa per casa e vengono descritti come molto cruenti. Si spara da tutte le parti e in tutti i quartieri della cittadina. Il consiglio comunale di Bucha parla di cittadini rifugiati negli scantinati impossibilitati a uscire per via dei colpi di artiglieria giunti da ogni direzione. Da un lato sparano i russi e dall’altro sparano gli ucraini.

L’8 marzo il sindaco di Bucha annuncia che i russi hanno oramai il controllo di tutte le vie di accesso principali. Le forze di Mosca stanno avanzando anche in diversi quartieri dell’area urbana centrale. Si ha quindi uno scenario da vero e proprio assedio, tanto che diversi media parlano di Bucha come di una “Mariupol” a nord di Kiev.

Il 13 marzo in un articolo della Bbc si descrive la situazione talmente critica da costringere i cittadini a seppellire alcuni civili morti all’interno di una fossa comune dietro la Chiesa di Sant’Andrea, non lontano dal centro di Bucha. Alcune famiglie riescono a scappare verso Kiev sia in autonomia che a bordo di autobus organizzati dal governo per l’evacuazione dei settori più vulnerabili dell’hinterland della capitale.

La fase caratterizzata dalla seconda avanzata di Mosca termina il 15 marzo: quel giorno i russi rivendicano l’ingresso nel municipio di Bucha e il totale controllo della città.

La situazione a Bucha viene confermata il 22 marzo da Oleksandr Pavlyuk, governatore militare della regione di Kiev, il quale dichiara come la città è da considerarsi completamente in mano russa. E, soprattutto, in quel frangente non sono previste controffensive ucraine per riprendela. Questo perché gli alti comandi di Kiev giudicano essenziale controllare Irpin ed evitare che i russi sfondino verso la capitale.

Per cui le truppe di Mosca oramai presidiano Bucha e ne controllano tutti i luoghi nevralgici. Il territorio viene usato come base per lanciare attacchi sulla vicina Irpin e per estendere una fascia di sicurezza attorno Gostomel.

La battaglia di Bucha non è comunque terminata. Il suo esito è direttamente collegabile a quello relativo all’assedio di Kiev. Il 29 marzo infatti il vice ministro della Difesa russo, Alexander Fomin, annuncia un ridispiegamento delle forze russe che prevede un graduale ritiro dalla regione di Kiev. Per il Cremlino si tratta di un semplice riposizionamento volto a rafforzare il fronte del Donbass, per gli ucraini invece è da considerare come un vero e proprio ritiro dovuto all’incapacità russa di prendere la capitale.

La volontà di lasciare i territori occupati a nord di Kiev viene ribadita il 30 marzo, giorno in cui delegazioni russe e ucraine si incontrano a Istanbul per un’opera di mediazione organizzata dalla Turchia.

Quello stesso giorno, approfittando dei primi ripiegamenti delle truppe russe verso nord, i soldati ucraini iniziano ad avanzare verso Bucha da Irpin. Lungo la strada ingaggiano pesanti combattimenti con i reparti di Mosca diretti verso il confine bielorusso. Il 31 marzo la città risulta completamente in mano ucraina. A confermarlo in un video pubblicato su Twitter anche lo stesso sindaco di Bucha. Nei giorni successivi a fare il proprio ingresso nella cittadina è la polizia ucraina, così come anche alcuni reparti del Battaglione Azov.

La situazione sul campo non è più variata. La battaglia si esaurisce di fatto con il ripiegamento russo e il ritorno degli ucraini. Ma a livello mediatico è proprio in quel momento che il nome di Bucha arriva prepotentemente alla ribalta. Nei primi giorni di aprile iniziano infatti a circolare voci sul ritrovamento di fosse comuni sia in centro che nelle foreste circostanti.

Kiev manda investigatori ma anche giornalisti sul posto. Si muove la stampa internazionale e vengono individuate e fotografate buche con all’interno alcuni corpi, molti dei quali con le mani legate. Dal canto suo Mosca parla di false flag, ossia una messinscena per accusare di gravi atrocità l’esercito russo.



Il 4 aprile a New York, nella sede del consiglio di sicurezza dell’Onu, i rappresentanti di Mosca danno la propria versione dei fatti e indicano soprattutto nel video del sindaco di Bucha, Anatoliy Fedoruk, la prova del loro sospetto di false flag. Il primo cittadino infatti non fa menzione a corpi ritrovati per strada o dentro fosse comuni.

Ma proprio il 4 aprile il New York Times pubblica un reportage nel quale vengono mostrate immagini satellitari risalenti al 19 marzo. Negli scatti, in particolare, si nota la presenza di cadaveri per le strade di Bucha, posizionati nello stesso punto in cui vengono trovati dopo il 2 aprile, quando cioè gli ultimi reparti fanno il loro ingresso a Bucha e si accingono ad ultimare la bonifica del territorio.

Altri civili uccisi sono trovati nelle foreste attorno Bucha e Irpin. I russi smentiscono si tratti di persone uccise a sangue freddo. Gli ucraini, al contrario, parlano di altre prove a sostegno della tesi secondo cui le forze di Mosca usano metodi brutali nei territori occupati.

Si prova a fare un bilancio delle vittime trovate, ma al momento non ci sono stime precise ufficiali essendo ancora in corso diverse indagini. La questione relativa a Bucha viene seguita dai network internazionali per diverse settimane, poi l’attenzione si dirige verso altre notizie di cronaca della guerra.

Ad oggi la dinamica di quanto accaduto non è chiarita e, come detto, sono in corso investigazioni. L’unica cosa certa è che Bucha, dopo la battaglia, si presenta distrutta, con diversi edifici inagibili e con i segni dei combattimenti ben presenti per le strade, tra carri armati abbandonati e crateri sull’asfalto. Immagini che diventano simbolo dell’assedio di Kiev.

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