La battaglia di Mariupol, spiegata

La battaglia di Mariupol è inquadrata all’interno del conflitto russo-ucraino scoppiato il 24 febbraio 2022. Ha per teatro la città di Mariupol, importante scalo portuale sul Mar d’Azov all’interno dell’oblast di Donetsk. I combattimenti vanno avanti dal primo giorno di guerra fino al 21 maggio, quando Mosca dichiara la città integralmente nelle proprie mani. Oggi Mariupol è controllata da forze russe e filorusse.



 

Quando il 24 febbraio scatta l’operazione russa in Ucraina, si intuisce subito come Mariupol appaia uno degli obiettivi più importanti per il Cremlino. I motivi sono tanti. In primo luogo, la città (di quasi mezzo milione di abitanti) si trova all’interno dell’oblast di Donetsk e dunque in un territorio rivendicato dalla Repubblica Popolare di Donetsk (Dpr), l’entità filorussa autoproclamatasi indipendente dall’Ucraina durante i moti del 2014.

In secondo luogo, Mariupol è un importante centro portuale situato sul Mar d’Azov. Per Mosca quindi prendere lo scalo significa dominare l’intero specchio d’acqua a est della penisola di Crimea. Infine, la città viene storicamente identificata come “russofona”. Tanto è vero che proprio nel 2014 più volte passa di mano tra l’esercito ucraino e i combattenti filorussi della Dpr.

In quell’anno, a seguito delle rivolte di Piazza Maidan a Kiev e dell’insediamento nella capitale ucraina di un governo filo-occidentale non favorevole al mantenimento del bilinguismo russo-ucraino nell’est, a Donetsk e Lugansk vanno in scena contromanifestazioni sfocianti per l’appunto nella creazione delle repubbliche autoproclamate. Proteste del genere vanno in scena anche a Mariupol, lì dove per l’appunto il controllo del territorio varia più volte tra esercito regolare e milizie filorusse.

Alla fine però Kiev riesce a mantenere la città sotto la propria ala. Questo grazie anche al supporto di un gruppo di combattenti, provenienti dai settori più estremisti della destra nazionalista, che inizia a farsi riconoscere con il nome di “Battaglione Azov”. Dal 2014 in poi il gruppo stanzia la sua sede proprio a pochi passi da Mariupol. E forse è questo un quarto motivo per cui la Russia vuole concentrare, nell’operazione iniziata nel febbraio 2022, le sue forze in questo angolo di Mar d’Azov.



Negli otto anni che separano gli eventi del 2014 dalla guerra del 2022, Mariupol appare in continua mutazione. La città di fatto diventa confine dei possedimenti ucraini del Donbass, visto che la linea di contatto proclamata con il cessate il fuoco e con i successivi accordi di Minsk siglati tra il 2014 e il 2015 passa proprio a pochi passi dalla periferia di Mariupol. Molte famiglie russofone emigrano altrove, cambiando quindi anche la composizione etnica e linguistica. In poche parole, la città diventa un bastione di Kiev nell’est del Paese.

Non c’è quindi sorpresa nel constatare che, a poche ore dal discorso della notte del 24 febbraio 2022 con cui il presidente russo Vladimir Putin dà il via libera all’attacco contro Kiev, i primi bombardamenti riguardano proprio Mariupol. Si ha anche notizia di un possibile sbarco anfibio di unità russe, circostanza però smentita durante il primo giorno di guerra.

Mosca si muove comunque in Ucraina sia a nord che a sud. Nelle regioni settentrionali entra dalla Bielorussia, in quelle meridionali dalla Crimea. Su quest’ultimo fronte, molte unità sembrano puntare verso Melitopol e verso quindi le coste del Mar d’Azov. Oltre che per i bombardamenti, i cittadini di Mariupol avvertono di essere nel mirino delle operazioni militari anche per via dei primi movimenti delle truppe russe in territorio ucraino.

La mattina del 24 febbraio le truppe del Cremlino entrate dalla Crimea conquistano la cittadina di Nova Kachova, lungo le sponde del Dnepr. Nel giro di poche ore appare chiaro come l’intenzione russa sia quella di dilagare dirigendosi verso est. A inizio marzo i soldati inviati dal Cremlino controllano Melitopol e avanzano verso Berdyansk, altro porto importante ad appena 30 km da Mariupol.

Contestualmente, primi movimenti si hanno anche a est e a nord della città portuale. Il leader della Dpr, Denis Pushilin, il primo marzo rende noto che alcuni reparti dell’esercito dell’autoproclamata repubblica filorussa avanzano verso Volnovakha, cittadina a nord di Mariupol. La località, nel giro di pochi giorni, viene circondata e conquistata. Si tratta di un episodio forse decisivo per le sorti della battaglia: perdendo Volnovakha, le difese ucraine attorno Mariupol iniziano a cedere e russi e filorussi possono seriamente pensare di attaccare il centro urbano, adesso a portata di artiglieria. Per questo la battaglia di Volnovakha appare molto cruenta: molti cittadini sono costretti a fuggire, altri sono morti e gran parte delle abitazioni al termine dei combattimenti sono distrutte.

Intuendo l’imminenza della battaglia per Mariupol, centinaia di persone provano a scappare. Le strade però sono blindate. Diverse testimonianze sui social riportano l’impossibilità di andare via dalla città e il nervosismo soprattutto dei membri del Battaglione Azov nei posti di blocco organizzati alle porte di Mariupol.

A contribuire all’aumento della tensione sono i continui raid sulla città. I russi bombardano per via aerea e con l’avanzata nelle campagne attorno Mariupol anche con l’artiglieria. Sui social nei primi giorni di marzo si leggono testimonianze relative a continui bombardamenti, i quali oltre a mettere paura provocano danni e morti.

E infatti la situazione umanitaria peggiora rapidamente. Il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko, denuncia carenze nell’erogazione dei servizi essenziali, il tutto a causa del danneggiamento di condotte idriche e di impianti di energia elettrica. Molte famiglie rimangono al buio e senza riscaldamenti, fatto grave considerando che a inizio marzo le temperature sono ancora rigide e la neve imperversa tra le strade di Mariupol.

Da Mosca i vertici della difesa sottolineano di colpire unicamente obiettivi militari. Il 9 marzo però avviene il primo grave episodio legato ai raid sulla città. In particolare, viene bombardato e distrutto l’ospedale pediatrico. Secondo le autorità ucraine, l’esplosione provoca decine di vittime soprattutto tra le donne e i bambini ricoverati al suo interno. L’episodio ha un volto simbolo, quello di Marianna. Quest’ultima viene presentata dai video rilanciati dagli ucraini come una donna in procinto di partorire ferita a seguito del raid. Viene filmata mentre, con il volto tumefatto, scende le scale aiutata dai soccorritori.

La donna viene data per morta alcuni giorni dopo. In realtà Marianna, una influencer e blogger prima della guerra, poi riappare sia nelle tv ucraine che in quelle russe. Per Mosca la sua storia risulta manipolata da Kiev per fini propagandistici. La difesa russa sostiene come in realtà l’ospedale preso di mira già da giorni risulta evacuato e trasformato in una base militare del Battaglione Azov. La stessa Marianna riappare in un’intervista diffusa da canali filorussi alcuni giorni dopo e dichiara di aver visto trasformare la struttura in un obiettivo militare. Di certo la donna, probabilmente oggi rifugiata in un’area controllata dai separatisti filorussi, rimane invischiata in un gioco propagandistico molto più grande di lei.

I bombardamenti intanto proseguono in tutto il territorio di Mariupol. Il 12 marzo viene centrato dalle bombe il teatro di arte drammatica. Si tratta di una delle strutture più emblematiche e storiche di Mariupol, in quel momento usato come rifugio. Per le autorità ucraine quando il teatro viene raggiunto dal raid al suo interno ci sono almeno mille persone e le vittime potrebbero essere 600. Per Mosca invece i rifugiati si trovano in un sotterraneo non raggiunto dai crolli. Anche in questo caso è difficile accertare la verità.

Ad ogni modo, episodi come quelli narrati denotano una città in preda alla guerra e devastata già nelle prime settimane di conflitto. Scarseggiano i generi di prima necessità, gli ospedali non riescono a lavorare a pieno regime, nella gran parte delle case mancano acqua e riscaldamento, i rifugi sono ricavati in località di fortuna.

La gente è in preda al panico e alla disperazione in molti distretti. I primi contatti diretti tra delegazioni russe e ucraine danno il via libera a corridoi umanitari per evacuare i civili. Vengono aperte le strade dirette a Zaporizhzhia per far confluire verso lì i profughi, ma spesso i bus preposti alle evacuazioni sono costretti a rimanere fermi. Con un successivo rimpallo di responsabilità per il fallimento di molti dei corridoi organizzati. Kiev accusa Mosca di voler portare i rifugiati in territorio russo, dal canto suo il Cremlino accusa il Battaglione Azov di voler usare i civili come scudi umani.

Entro la prima decade di marzo, a seguito delle avanzate russe e filorusse sia a ovest che a nord di Mariupol, la città portuale risulta assediata. I combattenti ucraini al suo interno sono lontani e scollegati dal resto dei reparti di Kiev. L’assedio vero e proprio inizia il 18 marzo, quando le forze di Mosca conquistano l’aeroporto. Da allora in poi si assiste a un costante avvicinamento delle truppe russe verso il centro.

Il 23 marzo la guerra arriva nei distretti centrali di Mariupol e dunque all’interno della cinta urbana della città. Tanto è vero che in quello stesso giorno il sindaco Boichenko viene evacuato assieme agli altri membri dell’amministrazione cittadina. La battaglia urbana per la presa di Mariupol è oramai cominciata.

Sul versante ucraino combattono diversi reparti dell’esercito regolare, così come gruppi di volontari e, come detto, una corposa rappresentanza del Battaglione Azov. Kiev per difendere Mariupol schiera sul campo la 36esima Brigata fanteria di marina “Contrammiraglio Michajlo Bilyns’kyj”, il 501esimo Battaglione di Fanteria di Marina, così come reparti della polizia militare. In totale, le forze armate ucraine dispongo di almeno 3.500 effettivi. A questi si aggiungono 800 combattenti del Battaglione Azov e altri 300 tra volontari e miliziani.

Dall’altro lato, la Russia invia verso Mariupol almeno 14.000 soldati dell’esercito regolare, tra forze terrestri, truppe aviotrasportate e membri della guardia nazionale. Presenti nel contesto della battalia urbana anche membri della compagnia privata Wagner. A Mariupol a combattere ci sono però anche i ceceni. Il gruppo agli ordini del leader ceceno Ramzan Kadyrov è presente con decine di unità in città, le quali appaiono molto motivate e hanno una maggiore abitudine, rispetto alle forze regolari russe, alla battaglia urbana. I ceceni inoltre sono molto attivi sui social: specialmente su Telegram, pubblicano quotidianamente immagini e video dei combattimenti. Infine, a supportare l’azione russa ci sono ovviamente i soldati dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk. Le unità presenti a Mariupol sarebbero 1.500.

La prima svolta nella battaglia urbana si ha il 29 marzo. L’avanzata di russi e filorussi nei quartieri centrali di Mariupol, determina quel giorno la separazione in due sacche dei territori ancora in mano ucraina. Le forze di Kiev, già assediate e impossibilitate a ricevere rifornimenti, adesso faticano a comunicare tra loro e sono separate dalle avanguardie russe.

Il 2 aprile, con la conquista da parte di Mosca dell’edificio che ospita la sede dei servizi segreti ucraini a Mariupol, viene ritenuta conclusa la battaglia nel centro storico. Prosegue però nelle altre parti della città. I combattimenti sono letteralmente casa per casa. Spesso sono i ceceni ad assaltare gli edifici più alti, da cui poter avere il controllo del fuoco nelle vie circostanti. Si va avanti così in ogni ora del giorno, si combatte anche in piena notte.

Con il centro di Mariupol ormai in mano russa, le sorti della battaglia appaiono segnate. Il 4 aprile si ha la resa del 501esimo Battaglione di Fanteria Marina, con almeno 267 soldati ucraini che depongono le armi e si consegnano ai russi. Il 7 aprile inizia l’avanzata russa all’interno del porto. A cadere per prima è l’area dove sono ormeggiati i pescherecci. Al 10 aprile la situazione è la seguente: circa l’80% di Mariupol è in mano a Mosca, gli ucraini sono concentrati adesso all’interno di tre sacche. La prima è quella situata nella zona portuale, c’è poi quella dove sono presenti i soldati della 36esima brigata di fanteria marina, guidata dal colonnello Baranyuk, corrispondente all’area dell’acciaieria Illich. Infine ci sono i combattenti del Battaglione Azov all’interno dell’acciaieria Azovstal, comandati da Denys Prokopenko.

Nella notte tra l’11 e il 12 aprile, il colonnello Baranyuk prova a rompere l’assedio dell’acciaieria Illich, il tentativo però viene stroncato dai russi. Molti membri della sua brigata periscono oppure vengono catturati, altri si arrendono. In pochi riescono a raggiungere i membri dell’Azov nell’acciaieria Azovstal. Poche ore dopo più di mille marines della 36esima brigata si arrendono e le truppe russe possono quindi conquistare la Illich.

A questo punto, le sacche in mano agli ucraini sono due: quella riguardante l’area portuale e quella situata nell’acciaieria Azovstal.

Il 13 aprile fonti della Dpr danno per conquistata l’area commerciale del porto, mentre il 18 aprile l’intero scalo risulta nelle mani russe e filorusse. Il 21 aprile il ministro della Difesa russo, Sergej Shoigu, incontra al Cremlino il presidente della federazione russa Vladimir Putin. Nel corso del colloquio il numero uno della difesa rende conto degli aggiornamenti relativi ai combattimenti a Mariupol.

Vladimir Putin dichiara conquistata la città, dando ordine alle truppe di sorvegliare l’area attorno l’acciaieria Azovstal, ultima sacca controllata dagli ucraini. Il presidente russo decide quindi di evitare nuovi combattimenti, considerando la possibilità molto forte di perdere unità all’interno dell’impianto industriale e tenendo conto di come il resto della città è oramai nelle mani di Mosca. I russi puntano inoltre sulla difficoltà degli ultimi combattenti ucraini di ricevere rifornimenti e munizioni.

Tuttavia la mancata resa delle forze di Kiev relegate e rinchiuse dentro Azovstal non spegne del tutto la battaglia. All’interno dello stabilimento sono presenti soprattutto i membri del Battaglione Azov, oltre che i marines della 36esima brigata riusciti ad uscire dalla Illich. Il loro intento è quello di non consegnarsi alle forze russe. Dentro l’area industriale sono presenti anche i civili.

Viene invocata a più riprese una mediazione internazionale per garantire l’evacuazione tanto dei civili, quanto dei combattenti. Sono pochi i rifornimenti a disposizione, sia in termini militari che sanitari e alimentari. Si ha notizia di soldati feriti morti per mancanza di cure e di altri in grave pericolo di vita per lo stesso motivo.

Per tutto il mese di maggio vanno avanti importanti contrattazioni tra le parti, mediate soprattutto da Turchia e Nazioni Unite. L’episodio relativo all’assedio dell’acciaieria Azovstal è destinato a diventare uno dei più emblematici della guerra in Ucraina.

I primi giorni di maggio non sono contrassegnati soltanto dalle trattative, mediate anche dalle Nazioni Unite, per l’evacuazione dello stabilimento. Sono segnalate infatti importanti schermaglie attorno l’area di Azovstal. Probabilmente si tratta di tentativi russi di mettere pressione sugli ultimi combattenti ucraini, al fine di accelerarne la resa.

Si ha notizia però anche delle prime evacuazioni di civili. Diversi gruppi vengono fatti uscire, con l’ausilio della Croce Rossa internazionale inviata sul posto. All’interno dell’acciaieria ci sono diversi gruppi di cittadini che qui trovano rifugio già dai primi giorni di bombardamenti, così come parenti e mogli dei soldati. Alla fine, così come redatto dai vari report della stessa Croce Rossa e delle autorità ucraine, gli ultimi civili vengono fatti uscire il 6 maggio.

Da Kiev intanto si prende atto della situazione considerata oramai compromessa a livello militare. Il 5 maggio, così come riportato da diverse fonti governative, è lo stesso presidente Zelensky a dare ordine di resa “qualora le circostanze dovessero renderla inevitabile”. Tuttavia i vertici del Battaglione Azov rifiutano qualsiasi ipotesi relativa al deporre le armi.

Le trattative vanno comunque avanti e il 16 maggio arriva la svolta definitiva che sancisce di fatto la fine della battaglia di Mariupol. C’è l’ordine da parte dei comandi ucraini di uscire da Azovstal. Kiev non parla ufficialmente di resa, ma di compimento della missione da parte dei difensori ucraini “i quali hanno consentito all’esercito di rafforzarsi e guadagnare tempo”. Per Mosca si tratta invece di una vera e propria resa.

L’evacuazione inizia il 16 maggio e termina cinque giorni dopo con l’uscita degli ultimi combattenti asserragliati dentro l’acciaieria, i quali vengono portati in territori controllati dalla Dpr. I russi prendono possesso dell’ultima area in mano ucraina e Mariupol viene considerata interamente conquistata da Mosca.

Difficile attualmente stabilire una stima delle vittime civili e militari. Considerando la portata degli scontri e delle distruzioni all’interno di Mariupol, è possibile azzardare cifre nell’ordine delle migliaia di unità.

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