La battaglia di Kiev, spiegata

La battaglia di Kiev, nell’ambito della guerra in Ucraina del 2022, ha inizio lo stesso giorno del conflitto, ossia il 24 febbraio, e termina tra il 30 marzo e il 3 di aprile. L’assedio prende le sembianze di un vero accerchiamento, operato dalle forze russe, ai danni della capitale ucraina. Le truppe di Mosca avanzano, durante questa fase, tra le direttrici di nord ovest ed est, colpendo particolarmente le cittadine di Gostomel, Bucha, Irpin, Makariv e Brovary. L’assedio termina con l’annuncio da parte russa di un ridispiegamento di forze nel Donbass e quindi un indietreggiamento delle proprie truppe dall’area di Kiev.



La capitale ucraina vive tumulti e tensioni tra il 2013 e il 2014, quando le proteste contro l’intenzione dell’allora presidente ucraino Yanukovich di aderire a un partenariato con la Russia degenerano in guerriglia. Kiev dal novembre 2013 fino al 22 febbraio 2014, giorno della destituzione di Yanukovich, è al centro di scontri violenti e una vera e propria guerriglia urbana. Prima della fine della presidenza Yanukovich, a scontrarsi sono soprattutto forze di Polizia contro gruppi nazionalisti di estrema destra, quali Svoboda e Pravij Sektor.

Successivamente le tensioni si spostano nelle regioni orientali dell’Ucraina. A marzo la Crimea, dopo le proteste scoppiate questa volta nei gruppi filorussi, è annessa alla Russia. Mentre nell’aprile sempre del 2014 la situazione degenera fino allo scoppio della guerra del Donbass tra l’esercito ucraino e i separatisti di Donetsk e Lugansk.

Kiev vive questo conflitto da lontano. La città torna alla sua normalità e gli abitanti non vengono coinvolti in scontri, anche per la distanza geografica tra la capitale e l’est del Paese. La tensione ritorna sul finire del 2021, quando dalla Russia arrivano notizie di assembramenti di truppe lungo i confini con l’Ucraina e dagli Usa gli allarmi su una possibile operazione russa nel Paese.

A Kiev si comincia a restaurare antichi bunker, la gente inizia a fare scorta di cibo e viveri. Per la verità, a dispetto dei timori statunitensi, buona parte della popolazione non crede subito all’eventualità di un’invasione russa. La situazione però precipita tra gennaio e febbraio, quando molte ambasciate occidentali decidono di trasferire la propria sede a Leopoli e un attacco russo è oramai dato per certo.

La capitale ucraina teme particolarmente le manovre svolte in Bielorussia dai soldati locali e dalle truppe russe. Kiev infatti si trova a meno di 200 km dal confine bielorusso e un ingresso da qui dei militari di Mosca rappresenterebbe la volontà russa di prendere la città. L’unica speranza per gli abitanti della capitale è data dalla distanza con il Donbass e dalla possibilità quindi che la guerra si concentri unicamente nell’est dell’Ucraina. Sotto il profilo prettamente strategico infatti, Kiev è molto lontana dai fronti in cui si combatte dal 2014 e dalle terre considerate russofone. Ma a livello politico è il cuore delle istituzioni ucraine ed è sede del governo del presidente Zelensky. Se l’obiettivo russo è quello di far crollare l’attuale Stato ucraino, Kiev non può sfuggire dall’accerchiamento.

Il primo vero intervento volto ad accerchiare Kiev si ha al mattino del 24 febbraio, poche ore dopo l’inizio delle operazioni militari. Un’azione compiuta da unità aviotrasportate prende di mira l’aeroporto di Gostomel, situato a circa 25 km a nord ovest dal centro della capitale. Mentre in città gli abitanti temono soprattutto i raid e si rifugiano nei bunker e nei tunnel della metropolitana, a Gostomel va in scena la prima battaglia di terra tra russi e ucraini.

Intorno alle 13:00, Mosca rivendica il controllo dell’aeroporto. Tuttavia gli ucraini affermano di essere riusciti ad abbattere alcuni mezzi russi. A dispetto delle dichiarazioni sorte poco dopo l’alba da parte dell’esercito russo, l’aviazione ucraina è ancora in grado di replicare e non appare annientata.

La battaglia a Gostomel va avanti per diversi giorni. Più volte, prima della fine di febbraio, le due parti ne rivendicano il controllo. L’aeroporto, a giudicare dalle prime immagini trapelate sui social, appare distrutto. L’hangar che ospita l’Antonov An-225, l’aereo più grande del mondo, è anch’esso distrutto e il mezzo ridotto in frantumi. I russi comunque, nonostante le controffensive ucraine, riescono a controllare la cittadina di Gostomel.

A dare manforte alle truppe aviotrasportate su Gostomel sono i reparti entrati, sempre il 24 febbraio, dal confine con la Bielorussia nell’area di Chernobyl. La regione si trova a 150 km dal centro di Kiev. Nel pomeriggio i russi riescono a conquistare la zona attorno l’ex centrale nucleare teatro del disastro del 1986.

In questo modo raggiungono nel giro di un paio di giorni la regione di Makariv e provano ad aiutare le truppe stanziate a Gostomel. Prende forma in questa maniera l’avanzata russa lungo il fronte nord occidentale di Kiev. È da qui che per gli ucraini arrivano le principali minacce per la difesa della capitale.

Nel frattempo il ministero della Difesa russo mostra alcune immagini di un lungo convoglio attestato tra il confine bielorusso e la regione a nord di Kiev. Secondo l’intelligence britannica, la prima a lanciare indiscrezioni in tal senso, il convoglio di carri armati e mezzi russi è lungo 60 km. Una lunga carovana con la quale Mosca intende mostrare l’intenzione di entrare nella più grande città ucraina.

Già a cavallo tra febbraio e marzo inizia quindi l’esodo di migliaia di cittadini verso ovest, zona dell’Ucraina meno coinvolta dal conflitto. Si teme una battaglia casa per casa, per cui i residenti della capitale preferiscono uscire. Si scappa con i treni oppure sfruttando l’asse meridionale della viabilità di Kiev.

Il 25 febbraio il presidente ucraino Zelensky dichiara di essere a conoscenza di “sabotatori russi già presenti in città”. Tra il 26 e il 27 febbraio alcuni scontri hanno luogo nel settore occidentale della periferia di Kiev e, in particolare, lungo Victory Avenue, non lontano dalla stazione di Beresteiska. Si tratterebbe, secondo gli ucraini, di un primo tentativo di infiltrazione di reparti russi all’interno della capitale. Un tentativo però respinto o comunque abbandonato dai soldati di Mosca.

Nel primo fine settimana di guerra si ha la sensazione di un imminente ingresso russo in città. A testimoniarlo è l’aumento dei raid attorno i quartieri occidentali e i continui allarmi che corrono via social. Sabato 26 i bagliori dei traccianti della contraerea ucraina vengono scambiati per paracadutisti russi in procinto di assediare il centro di Kiev. Nei primi giorni di marzo tuttavia i quartieri centrali appaiono risparmiati da sortite di Mosca. La battaglia è invece confinata lungo il settore nord occidentale.

Il 27 febbraio il giornalista ucraino Andriy Tsaplienko parla di violenti combattimenti in corso a Bucha. È la prima volta che il nome della cittadina viene menzionato nel conflitto. E, purtroppo, non sarà l’unica. Il suo territorio si trova a metà strada tra Gostomel e Irpin. Quest’ultima è la località che confina direttamente con il territorio di Kiev. Dunque sfondare su questo fronte per i russi appare importante per raggiungere la capitale.

Le truppe di Mosca nei giorni successivi avanzano su Bucha, anche sfruttando gli ulteriori rinforzi arrivanti dal fronte di Chernobyl e dalla paralisi dell’esercito ucraino nella zona di Borodyanka, località più a ovest rispetto alla periferia di Kiev. Tuttavia la battaglia appare molto aspra. Tanto è vero che il 3 marzo gli ucraini rivendicano la ripresa di Bucha e una bandiera ucraina viene di nuovo issata davanti il municipio della cittadina.

Le forze russe però controbattono. Per almeno dieci giorni il territorio risulta conteso. Nel frattempo i civili vivono una situazione drammatica. Bucha, assieme alle altre cittadine del fronte occidentale di Kiev, sono senza i servizi essenziali, senza acqua e con pochi viveri a disposizione. I raid da parte degli eserciti in lotta poi provocano la morte di molte persone. Tanto è vero che la Bbc, in un articolo del 14 marzo, sottolinea come gli stessi abitanti sono costretti a scavare una fossa dove seppellire i civili deceduti.

Il 13 marzo i russi annunciano di aver ripreso il controllo di Bucha e passano all’attacco anche sulla confinante Irpin. Qui va in scena un’autentica battaglia urbana, con gli ucraini che si difendono riuscendo a sfruttare la conoscenza del territorio e le tattiche delle imboscate tra i palazzi residenziali che caratterizzano la città.

Contestualmente vengono allagati diversi terreni attorno il fiume Irpin, corso d’acqua che divide l’omonima cittadina con la municipalità di Kiev. La battaglia a Irpin va avanti per giorni, tuttavia i russi non sembrano in grado questa volta di sfondare. La violenza degli scontri da queste parti è testimoniata anche dal decesso di alcuni giornalisti stranieri presenti non lontano dalle linee del fronte. Buona parte dei cronisti morti in Ucraina era a lavoro proprio nella zona di Irpin.

I civili con non poca difficoltà vengono evacuati verso Kiev, da cui poi è possibile salire a bordo dei treni diretti verso le regioni occidentali dell’Ucraina. Per tutto il mese di marzo la battaglia nel quadrante nordoccidentale della capitale appare in stallo. Con i russi che non riescono a superare le difese ucraine poste a Irpin e lungo i limiti della periferia di Kiev.

Le notizie dello stallo tra Bucha e Irpin assicurano agli abitanti della più importante metropoli ucraina il tempo necessario per procedere con le evacuazioni. Passato il timore per un’imminente invasione nel primo fine settimana di guerra, a Kiev si intuisce nella prima decade di marzo che il centro città è lontano dalle prime linee del fronte.

Questo tuttavia non permette ai cittadini di vivere normalmente. Vengono approvati diversi coprifuoco, in alcuni casi lunghi anche 36 ore. Le attività non basilari sono chiuse, stesso discorso vale per le scuole e diversi uffici. Migliaia di persone vivono nei rifugi e all’interno delle gallerie della metropolitana. L’unica zona dove tutto sembra normale è quella della stazione centrale. Qui ogni giorno in centinaia si ammassano per salire a bordo dei treni e fuggire via. Si calcola che a marzo un abitante su due di Kiev è riuscito ad andare via. Dei tre milioni di abitanti prima del conflitto quindi, la città dopo un mese di guerra potrebbe contare non più di 1.5 milioni di residenti rimasti.

La situazione si mantiene tesa poi a causa dei raid sempre più frequenti all’interno del perimetro cittadino. Diversi missili piombano su alcuni palazzi e in alcuni punti nevralgici di Kiev. Si piangono diverse vittime civili e, al contempo, chi rimane in città teme di ritrovarsi nel mezzo di un bombardamento.

Da est i russi già dal primo giorno di guerra provano ad avanzare lungo l’asse che va dalle province di Sumy e Chernihiv fino alla periferia orientale della capitale ucraina. Obiettivo principale qui è prendere Brovary, cittadina che segna il confine tra l’oblast e la municipalità di Kiev. L’azione russa si concentra soprattutto lungo le vie principali della regione.

Le truppe di Mosca, in particolare, provano da subito a consolidare le proprie avanzate nelle arterie autostradali che collegano il confine russo-ucraino con Chernihiv, importante città messa subito sotto assedio. Tuttavia i battaglioni inviati dal Cremlino raramente provano a sfondare nelle zone più interne. La strategia è quella di arrivare il prima possibile a Brovary, aumentando così la pressione su Kiev, già in parte circondata nella periferia occidentale.

A metà marzo le forze russe si trovano in prossimità di Brovary, ma riscontrano notevoli difficoltà nelle retrovie. Avendo consolidato unicamente le posizioni lungo le autostrade principali, intere squadre ucraine rimaste dietro le posizioni di Mosca riescono a infliggere pesanti perdite al nemico. Sia con l’ausilio di droni che con mezzi di artiglieria, unitamente all’organizzazione di imboscate nelle foreste tra Kiev e Chernihiv, gli ucraini distruggono molti mezzi russi e causano la perdita di centinaia di unità di Mosca.

Anche sul fronte orientale quindi la situazione può considerarsi, sul finire del mese di marzo, in una fase di stallo. I russi non hanno la forza per raggiungere i confini orientali della città di Kiev, gli ucraini non hanno invece concrete possibilità di contrattacco.

Il 30 marzo 2022 a Istanbul si tiene una delicata e importante riunione tra due delegazioni russe e ucraine. L’incontro è organizzato e voluto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il quale ben presto subito dopo l’inizio delle ostilità si erge quale principale mediatore tra le parti. Il governo di Ankara ha infatti sì condannato l’azione russa, ma non ha aderito alle sanzioni contro Mosca promosse invece dagli altri Paesi della Nato.

Il vertice termina con una fumata nera, anche se trapelano alcuni passi avanti nelle trattative. Quel giorno stesso il ministero della Difesa russo annuncia un “riposizionamento” delle proprie truppe impegnate nelle operazioni in Ucraina. In particolare, i soldati presenti nell’area di Kiev vengono dislocati nella regione del Donbass, da questo momento in poi principale obiettivo del Cremlino. Si tratta nei fatti di un integrale ritiro dall’area attorno a Kiev.

Difficile dire se questa mossa dipenda o meno dall’incontro di Istanbul, l’unica cosa certa è che dal 30 marzo iniziano le operazioni volte a riportare le truppe russe in territorio russo per assegnare poi ai vari reparti le nuove missioni nel Donbass. Per Mosca, come detto, si tratta di un semplice riposizionamento. Per Kiev invece si vero e proprio ritiro e di una grave battuta d’arresto del Cremlino.

Nei giorni successivi tutte le località a nord, a ovest e a est di Kiev in mano ai russi vengono abbandonate. Entro la prima decade di aprile i reparti ucraini possono quindi rientrare nelle cittadine perdute durante il primo mese di guerra. Termina così l’assedio della capitale ucraina. Tra aprile e maggio molti tra coloro che erano scappati in precedenza fanno rientro nelle proprie case, in città molte attività riaprono e il conflitto viene temuto quasi unicamente soltanto quando nella regione di Kiev risuonano gli allarmi per possibili attacchi aerei.

Subito dopo il ritiro russo i media ucraini danno conto del ritrovamento di diversi corpi abbandonati all’interno di alcune fosse comuni, soprattutto nell’area nord occidentale di Kiev. Secondo il governo ucraino, si tratta della principale testimonianza del comportamento russo durante l’assedio della capitale. Mosca invece nega ogni accusa e punta il dito contro una possibile propaganda da parte di Kiev.



Fosse comuni vengono ritrovate sia all’interno di alcune cittadine che nei boschi dove per oltre un mese si è combattuto. La località simbolo del ritrovamento delle fosse comuni è quella di Bucha: qui diversi corpi vengono scoperti dietro una delle più grandi chiese cittadine, attirando anche un’inchiesta del New York Times. Ritrovamenti del genere avvengono anche a Irpin e Borodyanka.

Attualmente sono in corso delle inchieste da parte della procura generale di Kiev, ma sono diversi anche gli investigatori internazionali giunti in Ucraina per approfondire la vicenda.

Dopo mesi di relativa calma nella capitale ucraina, Kiev torna a essere nel mirino dei russi la mattina del 10 ottobre 2022. Poco prima dell’alba, le prime allerte aree annunciano ai cittadini l’inizio di una delle giornate più difficili per la città. Diverse le esplosioni che questa volta riguardano soprattutto il centro. Mai prima di allora i quartieri limitrofi alle zone governative risultano così pesantemente attaccati. Un missile cruise, probabilmente sparato dalla flotta russa del Mar Nero, colpisce un’area a metà strada tra il palazzo presidenziale di via Bankova e la sede dei servizi segreti.

Un altro ordigno invece distrugge parzialmente il Glass Bridge. Si tratta del ponte pedonale situato in uno dei parchi del centro della capitale. Possibile che quest’ultimo attacco costituisca in qualche modo un segnale per il governo ucraino: pochi giorni prima infatti, precisamente l’8 ottobre, un sabotaggio attribuito dai russi all’intelligence ucraina danneggia pesantemente il Ponte di Kerch, in Crimea. L’opera è considerata da Mosca strategica: è l’unico collegamento via terra tra la penisola e la federazione, nonché simbolo stesso dell’annessione del territorio della Crimea.

Alla luce di ciò, il bombardamento del 10 ottobre, che colpisce Kiev e altre città dell’Ucraina sia a ovest che a est, può essere visto come una rappresaglia del Cremlino per il sabotaggio del Kerch. A fine giornata la capitale ucraina conta almeno 11 vittime. Diversi gli edifici distrutti, i servizi di emergenza rilevano 30 incendi in tutta l’area urbana. Colpite anche centrali elettriche e danneggiato inoltre il tetto della stazione centrale. Per Kiev il 10 ottobre rappresenta un ritorno ai primi mesi di guerra, con i cittadini costretti per ore a stare nei rifugi e successivamente a iniziare la corsa nei supermercati e nei distributori di carburante per accaparrarsi le provviste.

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