Aleksandr Bortnikov, lo 007 di Putin

Era una figura semisconosciuta al di fuori della Russia prima che scoppiasse la guerra in Ucraina. Uno dei tanti siloviki che circondano Vladimir Putin, sebbene uno tra i più influenti. Dalla notte del 24.2.22, però, il suo nome ha assunto un peso maggiore e di lui si parla come di papabile alla guida del Cremlino. La persona in questione è Aleksandr Bortnikov, il potente direttore del FSB.

Aleksandr Vasil’evič Bortnikov nasce a Perm’ il 15 novembre 1951. Dopo aver conseguito una laurea in ingegneria presso l’Istituto di Ingegneria ferroviaria di Leningrado nel 1973, nel 1975 entra nel KGB e da allora non ha mai più lasciato l’ambiente dei servizi segreti.

Bortnikov si forgia, cresce e matura nel KGB, dove lavora sino alla sua dissoluzione – avvenuta nel 1991 – e dove serve nell’unità di controintelligence della regione di Leningrado. Non esistono dettagli né indiscrezioni della carriera più che ventennale di Bortnikov al KGB, con l’eccezione di un fatto: negli uffici del servizio segreto, in un giorno sconosciuto degli anni Settanta, avrebbe conosciuto un giovane collega del quale sarebbe divenuto uno dei migliori amici. Un giovane collega rispondente al nome di Vladimir Putin.



Nel 1991, alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, Bortnikov entra a far parte del FSK, il successore ad interim del defunto KGB, per poi transitare nel FSB. E qui dentro, in parte aiutato dalle proprie capacità e in parte dall’amicizia con Putin – nel frattanto divenuto presidente –, nei primi anni Duemila comincia una scalata che lo avrebbe condotto al vertice della gerarchia.

 

Il 12 maggio 2008 è il momento apicale della vita e della carriera di Bortnikov. Quel giorno, invero, lo 007 viene investito dell’onere-onore di guidare il FSB dall’allora presidente Dmitrij Medvedev. Una nomina, dai più ritenuta pilotata da Putin, che sancisce l’inizio di una nuova epoca per l’agenzia e per l’intera società russa.

Bortnikov profitta del ruolo acquisito per riformare il FSB, attuando un repulisti al suo interno e potenziandone la struttura in maniera tale da avvicinarlo, per scopi e potenzialità, al KGB e alla Čeka. È il ritorno dirompente della sorveglianza di massa nella quotidianità dei russi. È l’aumento delle pressioni su dissidenti, voci critiche e oppositori.



Bortnikov è molto di più del direttore del FSB: è uno stratega, un consigliere e un diplomatico. Tre ruoli svolti informalmente, in parallelo alla direzione del servizio segreto, ed esercitati per conto di una persona: Putin. Tre ruoli che lo rendono un personaggio a metà tra lo 007 e l’emissario e che sovente lo conducono all’estero, in particolare negli Stati Uniti, per discutere di lotta al terrorismo e sicurezza internazionale.

Un portavoce, ma anche un risolutore di problemi, Bortnikov è colui al quale Putin si affida quando in gioco v’è la sicurezza nazionale della Russia. Ragione che negli anni lo portato a Washington per parlare di cooperazione contro lo Stato Islamico, a Dushanbe per discutere di radicalizzazione religiosa negli -stan, a Erevan e Baku durante la seconda guerra del Karabakh per siglare una pace favorevole a Mosca, e a Tashkent nel dopo-caduta di Kabul per dissertare della questione talebana.

Allo scoppio della guerra in Ucraina, Bortnikov diventa una figura centrale all’interno della macchina propagandistica ucraino-occidentale. Il Servizio di Sicurezza dell’Ucraina lo dipinge come elemento-chiave di una presunta Operazione Valchiria in salsa russa, partecipata da oligarchi e siloviki, avente quale obiettivo la detronizzazione e la sostituzione di Putin. Bufale (o forse c’è del vero?) per alimentare la zizzania in una cerchia di potere già dilaniata da purghe e morti misteriose.


La figura di Bortnikov non è esente da ombre. Come ogni uomo di potere, invischiato nelle cose che avvengono nel retro del palcoscenico, su di lui gravano accuse variegate e si aggirano spettri inquietanti. Il suo nome è apparso in occasione dell’assassinio di Aleksandr Litvninenko, storico spartiacque nelle relazioni Occidente-Russia, ma anche in occasione di scandali di corruzione e riciclaggio di denaro illecito.

In ragione del ruolo giocato nella guerra in Ucraina, in particolare nell’aver presumibilmente condizionato Putin a riconoscere l’indipendenza delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, Bortnikov è stato inserito nell’elenco degli individui sottoposti a sanzioni da parte degli Stati Uniti. E insieme a lui, nel mirino della presidenza Biden è finito anche il figlio, Denis, vicepresidente della VTB Bank. Dall’Unione Europea, invece, era stato già sanzionato nel 2020 a causa della grave accusa mossagli contro: aver partecipato all’avvelenamento di Aleksej Navalnij.


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