Che cosa sono le midterm

Nel complesso e barocco impianto costituzionale degli Stati Uniti la base dell’architettura federale è la Camera, eletta direttamente dai cittadini: il suo potere fondamentale è quello di discutere e votare le leggi di bilancio, il che ne fa un organo molto potente. Il Senato, invece, fu oggetto di un consenso assai minore poiché non si ritenne riproducibile il modello della Camera dei Lord inglese. I costituenti decisero perciò per un Senato composto di due senatori per Stato, nominati dai legislativi locali. Un emendamento approvato nel 1913 trasformò questa procedura in un’investitura popolare. Eppure, anche il Senato è a suo modo potente, dovendo approvare le nomine di dipartimenti e dirigenti, ratificare trattati con la maggioranza dei due terzi e costituirsi come Alta Corte per giudicare sui casi di impeachment.

I rituali laici della democrazia americana non hanno tutti la stessa scansione temporale e questo spiega l’esistenza delle cosiddette “midterm elections, le elezioni di metà mandato.

Se l’articolo II della Costituzione degli Stati Uniti fissa il mandato del presidente degli Stati Uniti a quattro anni, l’articolo I, sezione 2, clausola 1 stabilisce un mandato di due anni per i membri del Congresso eletti alla Camera dei rappresentanti. Per gli eletti al Senato, invece, l’articolo I, sezione 3, clausola 1 stabilisce un mandato di sei anni; la clausola 2 divide questa camera in tre grandi gruppi, in modo che circa un terzo dei seggi sia rinnovato ogni due anni.

A causa di un’ovvia sincronizzazione tra mandato presidenziale e rinnovo del Congresso, accade che, a fasi alterne, questo rito coinciderà o con l’elezione presidenziale o si andrà a configurare come elezioni di “medio termine”, così chiamate perché si collocano appunto a metà percorso dell’amministrazione in carica e finiscono per tramutarsi in un referendum sulla Casa Bianca nonché sulla Camelot presidenziale. Ma servono dunque a fare una previsione sulle general elections successive? Non necessariamente.

La Camera dei Rappresentanti è la più grande delle due Camere del Congresso. Venne plasmata come ente popolare con un numero di membri legato alla dimensione della popolazione. L’idea era che riflettesse direttamente e rapidamente l’umore del pubblico, motivo per cui i membri affrontano le elezioni ogni due anni. Il Senato è stato, invece, progettato come un organo più riflessivo ma soprattutto paritario (ogni Stato ha due senatori indipendentemente dalle sue dimensioni).

Come i presidenti in carica, gli incumbent delle due camere hanno una forte possibilità di rielezione e non ci sono limiti federali alla durata del loro mandato. Il senatore Robert Carlyle Byrd (democratico), ad esempio, ha detenuto il record assoluto di permanenza in carica, dal 1958 al 2010. Questo aspetto rende le midterm molto sentite negli Stati tanto quanto le presidenziali, soprattutto la corsa al Senato, che ha una valenza territoriale molto forte. A parte il vantaggio del riconoscimento degli elettori, gli operatori storici dei partiti sembrano godere di un chiaro vantaggio nella raccolta fondi, riuscendo a mobilitare ingenti somme.

 

Dal 1969 almeno un ramo del Congresso appartiene di default all’opposizione, trasformando il governo nella ben nota “anatra zoppa” Negli ultimi cinque decenni, ben pochi presidenti hanno goduto del sostegno simultaneo di Camera e Senato, perlopiù per brevi periodi: Bill Clinton (1993-1995), George W. Bush (2003-2007), Barack Obama (2009-2011) e Donald Trump (2017-2019). Jimmy Carter ne beneficiò per l’intero mandato (1977-1981), salvo poi perdere nel 1980 contro Ronald Reagan che, tuttavia, non ricevette mai a sua volta il sostegno della Camera, saldamente in mano ai democratici per tutti gli anni Ottanta.

Sebbene il sistema presidenziale americano consenta che la presidenza non sia espressione necessaria della maggioranza elettorale, chi controlla la Camera o il Senato controlla l’agenda: il partito di maggioranza determina chi guida importanti comitati congressuali. Il centro dei poteri del Congresso è il controllo del bilancio: l’evoluzione dell’ultimo secolo ha fatto sì che questi poteri siano oggi delegati all’esecutivo o ad agenzie indipendenti. Si è creato un quadro paradossale secondo cui è il presidente a dover preparare un bilancio e presentarlo a Camera e Senato, dove però le camere devono adottare una Budget Resolution che fissa i limiti di spesa e funziona da orientamento. Questa delega è stata spesso attaccata come violazione della separazione dei poteri nel celebre dissenso del giudice Brandeis nella sentenza Myers vs United States del 1926.

Quella che sembra una questione eminentemente domestica (il bilancio), incide nettamente anche sulla politica estera: la firma di ogni trattato richiede l’assenso del Senato con una maggioranza qualificata ma i presidenti, dal Secondo Dopoguerra in poi, hanno preso l’abitudine di ricorrere agli executive agreements, che vengono stabiliti solo dall’esecutivo e che non richiedono l’approvazione del legislativo. Come può il Congresso fare opposizione in questo caso? Semplicemente facendo uso del suo potere di bilancio. Tuttavia, il fatto che esso si astenga dall’esercitare questo potere riflette i rapporti di forza tra Presidenza e Camere. Questa incapacità di esercitare una vera leadership ha origine negli anni Sessanta, quando il Congresso si rassegnò al dominio dell’Esecutivo.

Non tutti in America apprezzano questo ingranaggio così complesso. Ad esempio, il presidente Lyndon B. Johnson, nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 1966, chiese che il mandato per i membri della Camera dei rappresentanti fosse esteso da due a quattro anni perché riteneva che i rappresentanti spendessero troppe energie in campagne elettorali continue. L’idea di base era che in questo modo il big goverment sarebbe stato più efficace poichè persone entrate nello stesso momento al Congresso avrebbero avuto maggiori probabilità di lavorare insieme efficacemente. La proposta di Johnson non decollò poiché il Congresso era preso da priorità legislative più urgenti come la guerra in Vietnam e il movimento per i diritti civili. Al giorno d’oggi, le elezioni di metà mandato, più che da una scelta sulle singole personalità, dipendono seccamente dall’andamento delle cose in quel di Pennsylvania Avenue. Si tratta sostanzialmente di una gigantesca deviazione rispetto al design originale di padri fondatori del calibro di Alexander Hamilton, desideroso di mantenere il presidente al di sopra della mischia.

Questo spiegherebbe anche il perché del calo dell’affluenza alle urne in occasione del voto di medio termine. I politologi non concordano su cosa ciò significhi esattamente. La tendenza prevede che le  midterm, essendosi trasformate in un voto “contro”, non siano in grado di mobilitare il voto partigiano e indipendente che, in occasione delle presidenziali, porta gli elettori a mobilitarsi a votare “per”.

Almeno dalla metà del 1800, il partito che controlla la Casa Bianca ha generalmente perso seggi al Congresso nelle midterm: gli scienziati politici lo chiamano effetto “termostatico” poichè gli elettori regolano il modo in cui votano, come farebbero con un dimmer domestico.

Quali previsioni sono dunque possibili per il prossimo novembre? Nonostante gli altissimi indici di disapprovazione del presidente Biden, potrebbero incidere fattori strutturali come il ribaltamento da parte della Corte Suprema della Roe v. Wade. Durante il voto di metà mandato sono gli elettori benestanti ad essere maggiormente propensi a recarsi alle urne, spostandosi tendenzialmente sull’opzione democratica. Dall’emergere di Donald Trump sulla scena politica, il GOP ha perso sempre più elettori benestanti nei sobborghi, guadagnando il sostegno degli elettori meno abbienti, in particolare i bianchi privi di istruzione universitaria. Il ruolo attivo di Trump nel midterm del 2022 potrebbe spingere i principali elettori repubblicani a presentarsi alle urne, ma il tycoon potrebbe tuttavia galvanizzare anche il voto dei democratici, nonostante si mostrino pentiti della scelta fatta su Joe Biden.

Anche in un’era polarizzata come questa, i candidati contano ancora. In molti casi, Trump ha appoggiato candidati che gli sono fedeli e che hanno sposato le sue doléances. Ciò ha reso questi candidati politicamente controversi e potrebbe danneggiare le possibilità elettorali del GOP in entrambe le camere. Dal canto suo, Biden si è reso protagonista di uno strategico risveglio dal torpore dei mesi precedenti, mostrando un notevole attivismo legislativo su questioni chiave della politica domestica. Non sempre i grandi temi sui quali il Congresso battaglia fungono da vero traino nei confronti dell’elettorato: grandi battaglie come quelle green, ad esempio, spesso vengono percepite come distanti dalla pancia dell’elettorato medio-basso. La vicenda dell’aborto, sebbene rappresenti un classico delle moral issues americane, ha tuttavia risvegliato non solo l’elettorato militante e intellettuale, ma ha mobilitato strati molto diversi della popolazione, galvanizzando sacche silenti di elettorato femminile.

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