Chi è António Costa, il nemico numero uno dell’austerità

António Costa è oggigiorno uno dei leader più attivi in Europa per superare definitivamente, dopo la pandemia di Covid-19, le logiche dell’austerità e del rigore. Il primo ministro portoghese, in sella dal 2015 e riconfermato dopo le elezioni del 2019 e del gennaio 2022, è oggigiorno una figura guida della Sinistra europea e portavoce della creazione di un modello alternativo al rigorismo nordico. Una via che, al di là degli steccati politici, appare in grado di unire i Paesi dell’Europa mediterranea e meridionale.

Costa è nato nel 1961 a São Sebastião de Pedreira, quartiere centrale della capitale portoghese Lisbona. La sua storia famigliare è figlia della lunga storia coloniale e imperiale del Portogallo che in quei tempi, negli anni del regime dell’Estado Novo di António Salazar, si avviava alla sua conclusione. Il padre, Orlando da Costa (1929-2006), è stato un importante esponente della comunità portoghese legata all’antico avamposto coloniale di Goa, in India. Discendente di un’antica famiglia indo-portoghese, Orlando nacque a Maputo, attuale capitale del Mozambico ai tempi colonia portoghese, ed è stato in vita un cantore della natura cosmopolita della comunità lusofona governata da Lisbona, un apprezzato scrittore e un oppositore del regime castrense e conservatore da cui fu più volte arrestato negli Anni Cinquanta.

La madre di Costa, Maria Antonia Palla (nata del 1933) è stata a lungo un’apprezzata giornalista progressista, protagonista di diverse battaglie per la liberalizzazione dell’aborto e narratrice della Rivoluzione dei Garofani che pose fine all’Estado Novo.

Pur essendosi i suoi genitori separati poco dopo la sua nascita, Costa ha assorbito fin dalla gioventù la militanza di entrambi ad ambienti radicali, libertari e anti-regime. Questo ha avuto, come più volte è stato in grado di sottolineare, un’importante influenza nel suo netto schieramento a sinistra nello spettro politico ma anche nella ricerca di un sentiero pragmatico e riformista. La sua palestra politica è stata quella del Portogallo tornato alla democrazia e in avvicinamento all’Europa tra fine Anni Settanta e i primi Anni Ottanta.

Laureatosi in Legge all’Università di Lisbona, si è iscritto in gioventù al Partito Socialista servendo come consigliere comunale nella capitale nei primi Anni Ottanta. Dopo aver praticato per alcuni anni la professione di avvocato, Costa si è dedicato alla politica attiva fin dal 1988, e per lungo termine ha svolto opera di organizzazione dal basso della formazione, come un quadro vecchio stampo. Tra il 1985 e il 1995 i socialisti vissero una lunga fase di traversata del deserto, e Costa contribuì a organizzare rapporti, sezioni e contatti tra la formazione egemone della sinistra portoghese e il mondo della società civile, dell’imprenditoria, dei sindacati. Sviluppando dunque una complessa e articolata struttura che contribuì nel 1995 al trionfale successo di António Guterres, attuale segretario generale dell’Onu, con il 45% dei voti alle elezioni politiche e alla formazione di due governi dopo la riconferma nel 1999.

Nel primo governo Guterres, Costa fu ministro degli Affari Parlamentari (1997-1999) per poi ascendere al ruolo delicato di ministro della Giustizia tra il 1999 e il 2002.

Costa è stato sempre ritenuto un esponente della parte più centrista e moderata del partito, ma proprio per questo ritenuto un interlocutore affidabile nel quadro delle negoziazioni con la sinistra radicale, con la quale riuscì a dialogare per guidare i socialisti come capolista alle Elezioni Europee nel 2004, culminate con un trionfo per la sinistra lusitana.

La morte del patrono di Costa António de Sousa Franco – poco prima del voto per Strasburgo – lo portò a raccogliere l’eredità di uno dei padri nobili del partito. Dopo nove mesi a Strasburgo, infatti, Costa fu nuovamente chiamato a Lisbona per essere scelto come ministro dell’Interno dal collega di partitoJosé Socrates che nel marzo 2005 aveva vinto le elezioni.

Due anni dopo Costa partecipò e vinse alle elezioni per la carica di sindaco di Lisbona, inaugurando un periodo di stabilità di otto anni come primo cittadino della capitale. Il salto dal governo alla carica di sindaco fu per lui salvifica perchè gli impedì di essere travolto assieme a Socrates dagli scandali giudiziari che colpirono i socialisti e, soprattutto, dalla furia del malcontento popolare e dell’indignazione pubblica che si rivolse contro il governo dopo la catastrofe economica della Grande Recessione.

Socrates iniziò una terapia-shock fatta di austerità e rigore sui conti per accedere ai prestiti del Fondo Monetario Internazionale e accontentare la Commissione Europea, che il successivo governo di centro-destra avrebbe proseguito.

Il Partito Social-Democratico, maggiore rivale dei socialisti, vinse le elezioni nel 2011 e si trovò, suo malgrado, a gestire col premier Pedro Passos Coelho la dura stagione dell’austerità. Nel frattempo Costa mirava a consolidare la sua base elettorale nel municipio di Lisbona, a costruire le prove generali per un’esperienza di governo nazionale coinvolgendo le comunità locali, le amminsitrazioni territoriali, la società civile.

Nel 2014 Costa gareggiò e vinse la corsa per la leadership socialista; alle successive elezioni politiche, il Partito Socialista finì secondo dietro il Psd ma riuscì a concludere una coalizione con la sinistra radicale: il Blocco di Sinistra e la coalizione tra Partito Comunista e i Verdi fornirono il loro appoggio esterno a un esecutivo monocolore socialista.

Il cartello politico di sostegno a Costa, che nel novembre 2015 inaugurò il suo primo governo, fu fondato sul meccanismo della Geringonça. Questo termine, nota Ytali, “sta a indicare qualcosa – un aggeggio o “un coso” – che a rigor di logica non dovrebbe funzionare e che invece per qualche misteriosa ragione funziona ma rischia di rompersi, fermarsi o andare in pezzi da un momento all’altro”. E invece per sei anni Costa è riuscito a mantenere attivo un meccanismo sostanzialmente fondato su un doppio binario: al premier e all’esecutivo, incentrato sul Partito Socialista, veniva garantita la libertà d’azione sulla politica estera e la rappresentazione del Paese all’estero, in modo tale da consolidare l’impegno di Costa a non mettere in discussione l’appartenenza del Portogallo alla NATO e all’Unione Europea; i partiti della maggioranza, invece, hanno a lungo stipulato sul fronte economico e sociale un programma di governo a tre messo per iscritto, e vagliato prima di ogni misura approvata dall’esecutivo per evitare incidenti in Parlamento.

Il fattor comune tra Ps, Blocco di Sinistra e asse Verdi-Comunisti è stata la necessità di rompere la gabbia del rigore e farla finita con l’austerità, rafforzando le prospettive economiche e sociali del Portogallo. Costa ha promosso come prime misure la diminuzione da 40 a 35 ore dell’orario di lavoro settimanale, l’aumento del salario minimo da 589 a 616 euro e piani di investimento. La sua agenda, connotata a sinistra, ha però avuto anche una spiccata attenzione al lato fiscale e ha mirato a creare le condizioni per rendere il Portogallo competitivo: l’Iva su alberghi e strutture turistiche è stata dimezzata, il Portogallo ha voluto attrarre investimenti in start-up tecnologiche con l’apertura di zone economiche ad hoc per coltivare l’innovazione, il regime fiscale favorevole ha attratto pensionati e imprese dal resto dell’Ue.

Attaccando duramente l’austerità, Costa e il suo governo hanno mantenuto la via del pragmatismo. Lisbona è riuscita a abbassare la disoccupazione ma senza far esplodere del tutto il deficit e nel contempo mantenere una buona relazione con Bruxelles: è un’esperienza unica, se si pensa che Costa non ha nemmeno dovuto pagare un prezzo personale come è accaduto, per dire, a Alexis Tsipras in Grecia. “Da sinistra”, ha scritto Il Foglio, “Costa ha fatto quello che la Merkel in Germania ha fatto da destra: un assembramento moderato. Con i conti in ordine per di più, una roba da sogno, ancor più per i partiti di sinistra che soffrono e s’arrabattono in buona parte dell’Unione europea”, senza aver dato eccessiva sponda al populismo.

Nel 2020 Costa è stato il simbolo dell’Europa che reagiva all’assalto dell’Olanda di Mark Rutte, intransigente nel voler continuare anche nell’era Covid con le stesse risposte anti-crisi.

Dialogando ed evitando strappi inconsulti interni alla politica che hanno frenato la lotta alla pandemia in altri Paesi europei a inizio periodo Covid, i socialisti hanno concordato, con le formazioni alla loro sinistra e col centro-destra, una serie di scelte strategiche e ottenuto il consenso interno necessario per tenere il punto in Europa. Governo e opposizione hanno concordato sin dai primi giorni di Covid un ampio pacchetto di stimoli economici, dato che per Lisbona si prospettava una caduta del Pil pari all’8%. Sono stati oltre 9 i miliardi di euro messi in campo per combattere il rischio disoccupazione e rafforzare la previdenza sociale e i settori economici in crisi, uno stanziamento pari a quasi il 4% del Pil deciso in poche settimane.

Costa tra marzo e luglio ha più volte sponsorizzato la strategia dei Paesi dell’Europa mediterranea e meridionale di rifiutare il rigore ad ogni costo e di appoggiare l’approvazione dei cosiddetti Eurobond, scontrandosi con particolare durezza con l’Olanda di Mark Rutte. Quando il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoekstra aveva chiesto alla Commissione di avviare un’indagine sul motivo per il quale alcuni Paesi dicano di non avere margine di bilancio per fronteggiare l’emergenza, Costa aveva definito le sue parole “ripugnanti”, arrivando più di recente a chiedere se l’Olanda avesse reali intenzioni di rimanere nell’Unione Europea dati i suoi freni a una politica comunitaria meno orientata all’austerity.

La sinistra radicale, come effetto della visibilità di Costa nella pandemia, è stata di fatto “cannibalizzata” dal premier. Votando contro alla legge di bilancio, nel dicembre 2021, le forze della Geringonça hanno voluto dare un messaggio circa il timore che Costa gestisse il Recovery Fund nazionale in solitaria e, soprattutto, optasse per una virata centrista. Costa ha reagito dimettendosi anticipatamente: il 30 gennaio 2022, alle elezioni politiche, il suo Partito Socialista è tornato alla maggioranza assoluta. Per il premier rieletto “una maggioranza assoluta non è potere assoluto, non è governare da solo”, ma Costa ha ribadito di voler chiudere le porte al partito di estrema destra Chega. La sua navigazione sarà decisamente più tranquilla nei prossimi anni in cui per l’esecutivo è attesa la prova del nove di una stabilizzazione che ha condotto il Portogallo oltre la gabbia del rigore.

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