Chi è Sergej Karaganov, il falco di Putin

Tra i personaggi-chiave che hanno plasmato l’era Putin, dandole sia la forma sia il contenuto, uno risalta per l’effettiva rilevanza e per il paradossale status di quasi anonimato: Sergej Karaganov.

Scrivere e parlare di Karaganov, tra i “falchi” del Cremlino durante la guerra in Ucraina, è fondamentale. Come Evgenij Primakov ha introiettato nella mente di Putin l’ambizione della “transizione multipolare”, così Karaganov è stato il padre di alcune delle dottrine di politica estera che hanno caratterizzato la Russia contemporanea, in primis la difesa a mano armata delle minoranze russofone sparse nello spazio postsovietico.

Sergej Aleksandrovič Karaganov nasce a Mosca il 10 settembre 1952. Si laurea all’università statale di Mosca nel 1974, per conseguire successivamente un dottorato in economia, contraddistinguendosi in epoca sovietica per una passione: studi occidentali.

Nessuno conosceva, o ambiva a conoscere, l’Occidente più di Karaganov. Il rivale eterno della Russia, prima come entità zarista e dopo come incarnazione fisica dell’ideale comunista. Le idee di Karaganov gli valgono cattedre in istituti prestigiosi, come l’Accademia sovietica delle scienze, e lo portano, nel 1988, a fondare l’Istituto sovietico sull’Europa.



L’implosione dell’Unione Sovietica non avrebbe avuto implicazioni negative per Karaganov, che, anzi, da essa fu catapultato ai vertici della piramide (nascosta) del potere, nelle stanze dei bottoni. Assunto come consigliere da Boris Eltsin, Karaganov avrebbe ricoperto quel ruolo per l’intero corso degli anni Novanta. A fare da sfondo, evidenza della sua caratura e della sua erudizione sull’Occidente, l’ingresso nella Commissione Trilaterale e le collaborazioni con il Council on Foreign Relations degli Stati Uniti.

Ma Karaganov non era mai stato uno studioso dell’Occidente con la fascinazione per il cosiddetto Mondo libero. Era guidato dalla logica del “conosci il tuo nemico“. Logica che lo avrebbe avvicinato a personaggi come Evgenij Primakov, il padrino della “transizione multipolare” e della “Russafrica”, e che lo avrebbe incoraggiato a teorizzare, nei primi anni Novanta, la “dottrina Karaganov” sulla minoranze russofone all’estero. La diaspora come arma, come leva di pressione. La diaspora come pretesto per giustificare operazioni di polizia nell’estero vicino, dal Kazakistan all’Ucraina.

Karaganov, il politologo incompreso – un classico in Occidente –, continuò a servire il Cremlino con la fine dell’era eltsiniana. Perché Vladimir Putin abbisognava di pensatori e strateghi del suo calibro, persone in grado di risolvere quei problemi ereditati dall’Unione Sovietica e strumentalizzati dall’Occidente a detrimento della nuova Russia. E la storia gli ha dato ragione.


Insieme a Vitalij Shlykov, la geniale spia-diventata-analista, Karaganov ha fondato il Consiglio per la politica estera e la difesa, del quale è il direttore. Il think tank, che insieme al Club Valdai e al Consiglio russo di affari internazionali costituisce la triade che formula l’agenda internazionale del Cremlino, ha svolto un ruolo programmatico e consultivo fondamentale durante l’era Putin.

Attraverso il Consiglio per la politica estera e la difesa, vero e proprio megafono del politologo, la dottrina Karaganov è sopravvissuta all’erosione del tempo, alla negligenza della fase eltsiniana, ed è infine diventata una delle colonne portanti del modus operandi et cogitandi del Cremlino. Applicata per la prima volta nel 2008, all’indomani della prima grave crisi tra Russia e NATO dell’era Putin, la dottrina Karaganov è stata tra i motivi conduttori della guerra in Georgia: la difesa della (quasi inesistente) minoranza russofona sparsa tra Ossezia del Sud e Abchasia. Un pretesto per congelare a tempo indefinito il percorso di integrazione euroatlantico della Georgia. Un monito al resto dello spazio postsovietico.



Ma qual è il contenuto effettivo della dottrina Karaganov? Considerabile l’equivalente russo della dottrina Monroe, la dottrina Karaganov propugna il diritto-dovere del Cremlino di difendere a mano armata, cioè attraverso operazioni di polizia, le minoranze (etnicamente) russe che, sparse in lungo e in largo lo spazio postsovietico, sperimentano discriminazioni sistematiche, subiscono minacce e sono vittime di aggressioni. I russi, diffusi da Minsk a Nur-Sultan, come strumento di pressione su un estero vicino del quale va inibito il percorso verso la piena emancipazione politica.

La dottrina Karaganov, esposta pubblicamente per la prima volta nel 1992, ha giocato un ruolo-chiave nell’incoraggiare i neo-indipendenti Baltici a fare precocemente domanda di adesione all’Alleanza Atlantica. Una lungimiranza che, alla luce dell’evoluzione degli eventi, ha pagato.

Karaganov appartiene alla scuola dell’eurasismo e figura tra i più grandi sostenitori dell’Intesa amichevole con la Repubblica Popolare Cinese che, siglata nel 2001 ed entrata effettivamente in operatività nel dopo-Euromaidan, sta contribuendo a riscrivere la distribuzione del potere nel sistema internazionale.

Karaganov è colui al quale va riconosciuto il merito di avere sensibilizzato la dirigenza del Cremlino sulla Nuova Via della Seta, invitando Putin e sodali a vederla più come un’opportunità che come una sfida. La Nuova Via della Seta come complemento a completamento dell’Unione Economica Eurasiatica. Nuova Via della Seta ed Unione Economica Eurasiatica come pilastri portanti della Grande Eurasia. La Grande Eurasia (a guida sino-russa) come catalizzatore della transizione multipolare e del superamento del Secolo americano.



Karaganov, tra i patrocinatori della causa multipolare e del ritorno all’era delle sfere di influenza, è stato anche tra i più grandi sostenitori della guerra in Ucraina. Guerra che, sin dai primordi, il politologo ha interpretato in termini quasi messianici: una questione di sopravvivenza ancor prima che di sicurezza nazionale.

In definitiva, scrivere e parlare di Karaganov, alla luce della sua influenza sul Cremlino sin dai tempi di Eltsin, è fondamentale. Perché scrivere di Karaganov equivale a capire le origini e le ragioni delle guerre georgiana e ucraina. Dell’Intesa con Pechino per il multipolarismo. Della politica estera russa di ieri, oggi e domani.

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