Chi era Shinzo Abe

Abe Shinzo è stato l’uomo che ha ricoperto più a lungo l’incarico Primo ministro giapponese del secondo dopoguerra e nel corso del suo quarto mandato ha superato, alla fine del 2019, Katsura Taro, il premier che a inizio Novecento guidò Tokyo nella guerra vittoriosa contro la Russia che sancì l’ascesa del Sol Levante a potenza di rango internazionale.

Dalla trionfale vittoria del suo Partito Liberaldemocratico nelle elezioni del 2012 in avanti, dopo la sua prima breve esperienza tra il 2006 e il 2007 conclusasi anzitempo per una persistente ulcera che lo ha messo fuori gioco, Abe ha cambiato il Giappone e la sua postura nel contesto globale, vedendo il suo operato premiato dagli elettori nelle elezioni del 2014 e 2017.

La formazione di Abe, nato nel settembre 1954 nella capitale nipponica, prometteva per lui un futuro da predestinato alla politica. Più precisamente, alla frangia più conservatrice della politica: il nonno Abe Kan fu deputato nell’anteguerra, il padre Abe Shintaro fu invece Ministro degli Esteri negli Anni Ottanta, mentre da parte materna Abe vanta tra gli avi il nonno Kishi Nobusuke, primo ministro dal 1957 al 1960 e durante la guerra membro del governo guidato da Hideki Tojo che portò il Giappone nel conflitto.

Dopo la laurea in Amministrazione pubblica e una carriera iniziata tra l’impiego nel management dell’industria dell’acciaio di Kobe e seminari di formazione negli Usa, Abe entrò nei ranghi dell’apparato burocratico della diplomazia nipponica nell’epoca in cui a presiederla era il padre, dopo la cui morte (1991) il futuro primo ministro decise di passare alla politica attiva. Ereditando nel Partito Liberaldemocratico la sua posizione di spicco dell’ala conservatrice, “revisionista” circa le conseguenze politiche della seconda guerra mondiale e numerosi casi storici discussi (come quello delle “donne di conforto” coreane) e affiliata all’importante società Nippon Kaigi, gruppo di pressione favorevole al ripristino di un’attiva presenza dell’imperatore nella vita pubblica del Paese e dello “scintoismo di Stato”.

La Nippon Kaigi, come segnala Nello Puorto su Limes, “si batte per il riconoscimento di un ruolo più centrale dell’istituzione imperiale, per un’istruzione patriottica” e per “garantire ai politici la possibilità di effettuare visite ufficiali al santuario di Yasukuni”, ove sono seppelliti i caduti giapponesi della seconda guerra mondiale e i gerarchi della giunta militare e i leader delle forze armate processati e giustiziati nei Processi di Tokyo.

L’appartenenza di Abe alla Nippon Kaigi aiuta a capire numerose scelte politiche assunte dal Primo ministro durante la sua premiership: dal tentativo di avviare una riforma costituzionale che superi la clausola pacifista insita nell’Articolo 9 del testo formulato dopo la resa agli Alleati nel 1945 alla crescente assertività geopolitica di Tokyo nell’area strategica dell’Indo-Pacifico. Passando per la pressione sul neo-imperatore Naruhito affinchè dopo l’abdicazione del padre Akihito prendesse in mano con maggiore polso la situazione politica interna. Proposta rifiutata con garbo dal nuovo sovrano, che ha mediato nel turbolento scenario politico nipponico indicando per la sua epoca il nome Reiwa, ovvero “ordine ed armonia”, a certificare le sfide del Giappone di oggi.

Sul piano concreto, dal 2012 ad in avanti Abe ha messo le mani su una quantità di dossier senza precedenti per la tradizionale politica nipponica del dopoguerra.

Con la Abenomics governo e banca centrale hanno messo in campo decine di miliardi di dollari per rilanciare la crescita e l’inflazione, rendendo quello giapponese il governo più interventista del G7 dopo la Grande Recessione. In campo geopolitico, Abe ha ribadito il suo sostegno all’alleanza con gli Usa nel braccio di ferro con la Cina ma attraverso programmi di rafforzamento delle Forze di Autodifesa ha dato nuovo lustro alla marina per garantire una proiezione autonoma. Dall’Africa all’Europa, Tokyo è in prima linea con investimenti e progetti per tentare il rollback della Nuova via della seta di Pechino. Sul fronte coreano, Abe ha sostenuto la linea dura con la Corea del Nord, ritenuto il nemico perfetto per giustificare i promessi e complicati piani di riforma costituzionale, ma ha anche avuto scontri con il leader sudcoreano Moon Jae-in per questioni storiche e commerciali.

A livello geopolitico va particolarmente sottolineata la decisione di Abe di avviare assieme al primo ministro indiano Narendra Modial presidente statunitense Donald Trump e al premier australiano Scott Morrison il rilancio del dialogo securitario dell’Indo-Pacifico denominato Quad che dal 2017 in avanti ha progressivamente consolidato il confronto tra le potenze che, a vario titolo, sono interessate a ridimensionare le ambizioni cinesi. Il Quad ha avviato esercitazioni militari e confronti securitari congiunti, arrivando nel 2020 e 2021 a interessarsi anche della partita tecnologica.

Proprio in campo di tecnologia e innovazione Tokyo ha, nell’era Abe, provato a ricostruire la sua posizione di grande potenza internazionale. La via scelta è stata quella della open innovation: la terza via rispetto al dirigismo politico della Cina e al modello market-led degli Stati Uniti, che pure in certi campi (vedasi 5G) stanno cercando di cogliere le prospettive di un’azione ibrida. L’innovazione “aperta”, finanziata durante il governo Abe con investimenti, call pubbliche per brevetti e rafforzamenti delle università e dei centri di ricerca, punta a trarre vantaggio dalle sinergie tra istituzioni pubbliche, settore privato ecentri di ricerca per valorizzare gli ecosistemi di innovazione e creare una massa critica di brevetti, start up “incubate” e innovazioni che il mercato può cogliere e mettere a sistema, valorizzando al contempo il capitale umano dei loro creatori. Aziende come Ntt, Fujifilm, Denso Corporation hanno aperto negli anni progetti di open innovation, il Giappone nell’era Abe è tornato un polo innovativo in settori come l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, la logistica automatizzata, la telemedicina, la telefonia.

Questo processo di valorizzazione del capitale umano dà un’idea di quale sia stata la linea di condotta dominante nel lungo periodo di governo di Abe: non rassegnarsi al declino, sfruttare le dinamiche strutturali di elevata propensione al risparmio e consolidato benessere per espandere in senso “patriottico” la copertura del debito e delle finanze nazionali da parte degli investimenti dei cittadini, valorizzare l’interventismo della banca centrale per sterilizzare ogni possibile rischio sistemico su moneta, inflazione e finanza e puntare sui comparti d’eccellenza per contrastare la tentatazione ad adagiarsi sugli allori che l’invecchiamento della popolazione, il calo demografico, la tradizionale riluttanza a un ruolo geopolitico attivo incentivavano. Una svolta pragmatica interpretata da Abe in senso “valoriale” ma che ha di fatto costruito un’agenda per il Giappone del XXI secolo.

A questo vanno aggiunti accuse di una gestione eccessivamente personalista del potere e scandali che hanno lambito personaggi del Pld vicini ad Abe in diverse occasioni. Abe è il centro della vita politica del Sol Levante ed è stimato da tutti i capi di governo e di Stato come un leader abile a livello internazionale. Nel 2020, a 65 anni, nel pieno della carriera, Abe appariva saldo al potere e difficile da scalzare.

In questo contesto, a cambiare notevolmente le carte in tavola ha pensato la pandemia di Covid-19 che ha di fatto cristallizzato la grand strategy di Abe, congelato e rinviato lo svolgimento della cerimonia olimpica di Tokyo 2020, pensata come una celebrazione della nuova grandeur nipponica, e costretto il premier a un surplus di impegni diretti sul fronte del contrasto all’emergenza sanitaria che ne ha logorato il fisico e le forze. Nell’estate 2020 Abe ha subito un riacutizzarsi della rettocolite ulcerosa con cui convive fin dall’età di 17 anni ed è strato costretto a un’invasiva operazione che ne ha minato profondamente la tenuta fisica già messa alla prova dallo stress e dagli sforzi dei mesi precedenti. Da qui, come un fulmine a ciel sereno, la decisione di dimettersi annunciata il 28 agosto 2020, e perfezionata il 16 settembre successivo con l’insediamento del suo successore Yoshihide Suga.

Suga, che ha retto il governo per un anno da prosecutore dell’opera di Abe, è parso in piena continuità dell’uomo di cui è stato per anni l’ombra politica. Ma la sua capacità di Abe di garantire al suo partito e al Paese un’eredità solida dipenderà da molti fattori non legati solo all’ambito nipponico: in primo luogo, dalla relazione di Tokyo con i grandi attori internazionali, nei cui confronti serve un’agenda chiara che superi le aspre contrapposizioni interne su quanto il Giappone debba essere assertivo nel contesto globale. In secondo luogo, dalla capacità del Pld di istituzionalizzare un’agenda ambiziosa di governo che non si limiti alla mera rendita economica e commerciale. In terzo luogo, dal rapporto tra istituzione imperiale e politica nazionale. Ma sembre difficile immaginare che le ambiziose proposte di Abe possano trovare in tempi brevi concreta applicazione senza la visione prospettica del conservatore che ha portato il Giappone in una nuova gestione della modernità.

Nella giornata dell’8 luglio 2022 Abe è stato vittima da un attentato durante un evento elettorale nella regione di Nara. L’ex leader stava pronunciando un discorso davanti a una folla che si era radunata per ascoltarlo in vista delle elezioni per la Camera alta di domenica 10 luglio.

Abe è stato raggiunto da diversi proiettili sparatigli da un uomo di 41 anni, Tetsuya Yamagami, identificato come un ex marine dell’esercito nipponico. Pochi istanti dopo gli spari Abe è stato soccorso e condotto in ospedale nella città di Kashihara, mentre nel frattempo gli inquirenti sono riusciti a mettersi subito sulle tracce dell’attentatore arrestandolo in una stazione ferroviaria. Giunto in condizioni critiche all’ospedale, Abe è spirato dopo poche ore di ricovero. Al governo nipponico è giunto il cordoglio di tutti i principali leader del pianeta per la scomparsa del suo più longevo rappresentante istituzionale.

 

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