L’eterno Grande Gioco per l’Asia centrale

Un ciclo infinito. Un loop dal quale uscire non è possibile. Una ripetizione di eventi. Così è come la storia è stata descritta da chi l’ha studiata, dagli antichi greci ai filosofi induisti, ed è così che, in effetti, è.

Prova della natura ciclica e ripetitiva della storia è il Duemila, il secolo dei remake dei grandi kolossal geopolitici delle epoche passate. Remake caratterizzati da cast simili, dove i vecchi volti sono stati affiancati da nuovi attori, e da trame identiche, storie di lotte per l’egemonia.

Duemila, il secolo della storia alla riscossa contro coloro che hanno provato a dimenticarsi o a disfarsi di lei. Secolo del continente nero al centro di un nuovo Scrumble for Africa. Delle nuove guerre russo-turche. Delle nuove guerre russo-britanniche, con gli americani subentrati ai loro avi. E di una ripetizione del Torneo di ombre, volgarmente noto come il Grande gioco, in salsa multipolare.

Se è vero che la storia è un ciclo all’interno del quale si susseguono farse e tragedie, imprese memorabili di grandi uomini carlyleniani e sconfitte indimenticabili di capi presuntuosi e statisti smemorati, allora questo ciclo va studiato – e capito. Il passato come apriporta del presente e oracolo sul futuro. Il passato come strumento per guardare i remake dei kolossal geopolitici di oggi, intuendo quale potrebbe essere il loro finale.

Dei remake che stanno scombussolando le fondamenta del sistema internazionale, il Grande Gioco 2.0 è sicuramente tra i più significativi. E siccome il passato è l’ombra del presente, per comprendere gli eventi del XXI secolo è necessario fare un tuffo nel passato. Un tuffo nel Torneo di ombre che vide britannici e russi contrapporsi, tra la seconda metà dell’Ottocento e il primo quarto del Novecento, per l’egemonia dell’Asia centro-meridionale.

L’homo europeus ha scienza e conoscenza della rilevanza dell’Asia centro-meridionale sin dai tempi della Via della seta, quell’efficiente e complesso sistema di rotte commerciali terrestri e marittime, traversato e raccontato da Marco Polo e Ibn Battuta, che unì i mercati (e i popoli) dell’Europa e dell’Estremo Oriente per più di un millennio.

L’Asia centrale come grande stazione di rifornimento per le carovane in transito da o verso l’Europa. L’Asia centrale come intersezione stradale dell’Eurasia, babelico crocevia in cui si incontrano, scontrano e confluiscono le principali civiltà, culture e fedi del continente. L’Asia meridionale come abnorme stuolo di porti in grado di sveltire i tempi di percorrenza dei mercantili europei in partenza dai prosperi mercati della Cina, dell’India, dell’Indocina e dell’Indonesia.

Avere una sfera di influenza tra le steppe del Turkestan e la valle dell’Indo equivale ad avere una voce in capitolo nei traffici commerciali globali, ad accedere a considerevoli giacimenti di risorse strategiche e a possedere degli avamposti utili nel quadro dell’infastidimento delle principali potenze regionali. Essere in Asia centro-meridionale è tenere sotto scacco il mackinderiano cuore del mondo.

È per i motivi di cui sopra che, sin dall’alba dei tempi, i più grandi imperi di Europa e Medio Oriente hanno tentato di espandere i loro confini tra le terre selvagge di Turan e le acque agitate dell’oceano Indiano. I romani. I macedoni. Gli arabi. Gli ottomani. I francesi di Napoleone. Britannici e russi tra l’Ottocento e il primo quarto di Novecento. I tedeschi durante il Terzo Reich. Fino ad arrivare ad oggi, XXI secolo, dove il mondo intero è in Asia centro-meridionale per partecipare, più che ad un Grande gioco 2.0, ad un “super-grande gioco“.

Se Napoleone non fosse esistito, l’Impero britannico avrebbe dovuto inventarlo. Il suo malconcepito Blocco continentale proiettò l’economia britannica verso il mondo, gettando le basi del futuro Commonwealth. Le sue lunghe e logoranti guerre fecero calare il tramonto sulla stagione egemonica della Francia. Sulle e dalle ceneri della sua epopea nacque il secolo britannico, forgiato nel corso del Torneo delle ombre giocato contro l’Impero russo.

Come, quando e perché cominciò una delle due competizioni egemoniche più significative dell’Ottocento – l’altra fu la corsa all’Africa –, è storia (che dovrebbe essere) nota. I britannici temevano che l’obiettivo ultimo della campagna espansionistica dei russi in Asia centrale fosse l’India, già adocchiata (e corteggiata) da Napoleone a inizio secolo. I russi credevano che i britannici avrebbero utilizzato gli ex domini della dinastia Moghul come un trampolino di lancio verso il Turkestan, zona, peraltro, vulnerabile e permeabile a quei divide et impera basati sull’alimentazione di faide interclanistiche, rivalità interetniche e odi interreligiosi, che avevano consentito alla Compagnia britannica delle Indie orientali di sottomettere il subcontinente senza colpo ferire. Nelle ragioni di entrambi si celava del vero.

Si suole indicare il 1830, anno in cui il signore di Ellenborough affidò a Lord William Bentinck l’incarico di costruire una rotta commerciale tra il mercato britannico e i bazar dell’emirato di Bukhara, quale data di inizio del Torneo delle ombre. L’emirato, nei piani di Londra, avrebbe dovuto formare un cordone sanitario di stati-cuscinetto a protezione del subcontinente indiano, insieme ad Afghanistan, khanato di Khiva, Persia e Impero ottomano. Mosca, però, vide e visse quel piano come un tentativo di accerchiamento ai propri danni, una fascia di ostili avamposti volta a privarla dell’accesso ad acque calde. E guerra fu.



Nella grande visione del signore di Ellenborough, influenzata dal capitano Alexander Burnes – autore del best-seller Travels into Bokhara –, il cordone sanitario a salvaguardia del “gioiello della Corona”, l’India, avrebbe potuto e dovuto reggere all’onda d’urto delle pressioni dell’Impero russo per mezzo del commercio, fonte di prosperità, e della Marina britannica, ineguagliabile forza posta a protezione delle rotte marittime e fluviali dentro e fuori il subcontinente. Ma c’era (molto) di più: dalla “civilizzazione” dei popoli turkestani, da ammaliare attraverso l’esportazione di beni, tecnologia e valori liberali, alla trasformazione del geostrategico Afghanistan in uno stato unitario post-clanistico e, non meno importante, delegante all’Impero britannico la propria politica estera.

Il disegno intelligente del signore di Ellenborough era una minaccia agli interessi dell’Impero russo, presente (commercialmente) tra Bukhara e Khiva sin dai tempi di Ivan il terribile e nel pieno della campagna espansionistica verso levante – Siberia ed Estremo Oriente – e del consolidamento del fronte meridionale – Asia centrale. Essendo dei conoscitori del divide et impera in salsa britannica, inoltre, i russi avevano paura dello spettro di un “asse islamo-britannico”.

Bentinck, fautore di una linea di penetrazione morbida, fu sostituito da Lord Auckland nel 1835. Decisione non passata inosservata in Russia, che rispose inviando una delegazione a Kabul nel 1837 ed espandendo i propri domini nell’area caspica nel corso dello stesso anno. Secondo Burnes, incaricato di raccogliere intelligence per conto di Sua Maestà, si trattava di evidenti segnali di volontà di allargamento nelle terre afgane – che Londra avrebbe dovuto ostacolare e/o prevenire ricorrendo al sempreverde gioco delle alleanze.

Il primo tentativo britannico di amicarsi il tanto desiderato emirato di Bukhara fu un fragoroso fallimento. Perché l’invio del colonnello Charles Stoddart alla corte dell’emiro Nasrullah terminò col suo arresto, causa l’assenza di doni, e con la sua successiva decapitazione. Contestualmente, per di più, i britannici si sarebbero trovati ad affrontare due crisi: l’occupazione di Herat, perno indispensabile dell'”Afghanistan britannico” immaginato da Law, da parte dei persiani – suggeriti dai russi –, e la “questione Dost Mohammed Khan“, casus belli della prima guerra anglo-afgana.

La prima guerra anglo-afgana, combattuta tra il 1839 e il 1842, sarebbe terminata rovinosamente per i britannici, la cui fuga en masse da Kabul ispirò la mano di Elizabeth Thompson nella realizzazione di uno dei dipinti più suggestivi del secolo, I resti di un esercito, e funse da pietra fondativa del mito dell’Afghanistan quale Tomba degli imperi. Un punto di svolta, indubbiamente, nel prosieguo del Torneo delle ombre.



Vinti sul campo, ma nel morale, i britannici continuarono a competere coi russi e i loro proxy nel dopoguerra, aumentando simultaneamente gli sforzi per rafforzare le posizioni acquisite tra Asia centrale e subcontinente. Nel 1856 la guerra contro la Persia, terminata con l’ufficiale rinuncia della dinastia Qajar alle ambizioni su Herat. Nel 1858 il passaggio definitivo dell’India dalla Compagnia britannica delle Indie orientali alla Corona, avvenuto su impulso della Grande ribellione dell’anno precedente. Negli anni Sessanta l’allargamento del fronte al Tibet, inclusivo di corteggiamento dei Dalai Lama, essendo entrambi gli imperi interessati a capitalizzare il declino della dinastia Qing. E negli anni Settanta l’avvicinamento al Giappone Meiji in chiave antirussa.

I giapponesi, in competizione coi russi per e nell’Estremo Oriente, parteciparono al Torneo delle ombre in maniera defilata, offrendo ai britannici servizi diplomatici e spionistici. Diedero ospitalità al capofila del nazionalismo tataro dell’epoca, l’imam Abdurreshid Ibrahim, rimandandolo in patria soltanto dopo averlo sottoposto ad un periodo di intensa formazione. Aprirono un canale di dialogo con la Sublime Porta, provando (senza successo) a siglare un’alleanza. E promulgarono la prima agenda per l’Asia centrale nella storia del Giappone.

L’avvicinamento tra Londra e Tokyo sarebbe stato suggellato in un patto di ferro nel 1902, anno della firma dell’alleanza anglo-giapponese, e collaudato due anni più tardi, allo scoppio della seconda guerra russo-giapponese. Guerra che le forze armate nipponiche riuscirono a vincere, proiettando la Russia verso l’implosione del 1917, anche e soprattutto grazie allo sfaccettato supporto britannico.

Sul finire dell’Ottocento, complice il progressivo deterioramento dell’architettura securitaria europea costruita a Vienna nel 1815, britannici e russi convertirono il Torneo delle ombre da un gioco sregolato e violento ad una competizione controllata. L’ascesa dirompente dell’Impero tedesco di Otto von Bismarck, interpretata come una sfida sistemica da entrambe le potenze – sebbene in modo diverso –, richiedeva il seppellimento dell’ascia di guerra e un ripensamento globale delle priorità strategiche.

I britannici avevano fretta di chiudere la partita coi russi, in parte perché i confini delle rispettive sfere di influenza in Asia centrale erano ormai chiari e informalmente delimitati, e in parte perché un nuovo e più pericoloso rivale, i tedeschi, era comparso sulla scena. I tedeschi, molto più dei russi, avevano genio, risorse e volontà per minare il sistema internazionale anglo-centrico. E lo stavano dimostrando dal Togo alle Samoa.

Nel quadro della ritirata strategica dei britannici dal Torneo delle ombre fu accordata ai russi un'”espansione limitata” nelle terre contese dell’Asia centrale e le parti negoziarono, in particolare, lo status di Afghanistan e Persia. I loro sforzi, accomunati dall’impellente necessità di chiudere la partita così da potersi concentrare altrove – i britannici nel mondo, i russi in casa propria –, avrebbero condotto ad una normalizzazione delle relazioni bilaterali in tre tappe: il protocollo del 1885, lo scambio di note del 1895 e l’accordo per l’Asia del 1907.

Il lieto fine del Torneo delle ombre, fonte di gaudio in ugual misura sia per Londra sia per Mosca, fu ed è la prova della veridicità della massima sul binomio alleanze-interessi del signore di Palmerston, colui che, insieme ad Edward Law, fu il grande scacchista di Sua Maestà. Massima applicabile in ogni contesto, valida in ogni epoca, e che è la quintessenza delle relazioni internazionali. Massima che è bene rammentare, per il bene di presenti e posteri, e che così recita:

Non esistono né alleati eterni né nemici perpetui. L’Interesse [nazionale] è eterno e perpetuo. Ed è nostro dovere seguirlo.

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