Il sindacato, la presidenza, la vittoria contro Bolsonaro: tutte le battaglie di Lula

Il protagonista dell’ultimo ventennio di storia brasiliano è tornato in campo e ha vinto: superati i suoi problemi giudiziari, superate le tempeste politiche che hanno attraversato il suo Partito dei Lavoratori e messo nel mirino Jair Bolsonarocontroverso vincitore delle elezioni nel 2018. Luiz Inacio da Silva, nome d’arte Lula, si è candidato per ritornare alla guida del Brasile per la terza volta alle elezioni di ottobre 2022. E ha vinto, nel voto più conteso della storia del gigante latinoamericano.

Riuscito nell’intento di tornare al potere da leader che ha saputo essere tanto popolare quanto divisivo, dopo il ritorno in sella Lula dovrà affrontare molte partite cruciali, prima fra tutte quella per ricucire il Brasile. Di fronte alla quale l’esperienza dei primi due mandati di governo sarà decisiva. Come si è adattata la sua agenda di governo ai cambiamenti del Brasile dell’ultimo decennio? E qual è il bilancio dei suoi otto anni da capo dello Stato (2003-2011) visto retrospettivamente? I prossimi mesi contribuiranno a rispondere a queste domande.

Nato da una famiglia poverissima nello Stato del Pernambuco nel 1945 e cresciuto prima a Santos e poi nella città di San Paolo, Lula si è formato fin da giovane attraverso la palestra del lavoro: lasciata la scuola dalla quarta elementare, ha lavorato come lustrascarpe, venditore ambulante e, dall’età di quattordici anni, operaio.

Fu nel pieno della transizione dalla presidenza di Joao Goulart alla dittatura militare avvenuta nel 1964 dopo il colpo di Stato leggibile come parte della “strategia della tensione mondiale” contro i governi non allineati all’Occidente nel Terzo Mondo che Lula si politicizzò nel quadro del sindacalismo. Nei ventuno anni di vita, fino al 1985, la giunta militare non ebbe mai la forza per schiacciare le organizzazioni dei lavoratori, ma nel quadro della crescente industrializzazione brasiliana Lula si radicalizzò gradualmente a sinistra e dall’inizio degli Anni Settanta divenne uno dei volti più noti del sindacalismo verdeoro.

Nel 1978 fu eletto presidente del sindacato dei lavoratori dell’acciaio (Sindicato dos Metalurgicos do ABC) di São Bernardo do Campo e Diadema, le città dove si trova la stragrande maggioranza delle industrie automobilistiche e componentistiche del Paese; due anni dopo formò il primo nucleo del Partido dos Trabalhadores (Pt), il Partito dei Lavoratori che univa studenti, intellettuali in disaccordo col regime, sindacalisti, difensori dei diritti degli indigeni e membri della società civile cattolici e di sinistra vicini alla Teologia della Liberazione.

Il Pt fu una forza propulsiva nel favorire la transizione democratica del Brasile, mostrando la forza del movimento dei lavoratori, organizzando scioperi e, dopo la fine della Giunta, contribuendo con l’elezione di Lula nell’assemblea costituente a redigere le nuove norme che avrebbero guidato il Brasile. Lula voleva impostare poi un’ambiziosa strategia di uscita dai vincoli del Paese dalle logiche della dipendenza finanziaria dalle istituzioni occidentali a guida Usa e, col ritorno alla democrazia, si candidò alla carica di capo dello Stato. Ma la corsa al traguardo sarebbe stata lunga.

 

La vita politica di Lula non si trasformò in un travolgente successo politico: Lula partecipò da candidato presidenziale a tutte le sfide elettorali per la presidenza a partire da quella del 1989 che portava il Brasile a eleggere un Presidente della Repubblica direttamente dopo ventinove anni.

Lula si presentò alla guida della coalizione Frente Brasil Popular, che sarebbe stata composta dallo schieramento classico del progressismo e della sinistra verdeoro ed era formata dal Pt, dal Partido Socialista Brasileiro (Psb) e dal Partido Comunista do Brasil (PCdoB). Giunto al secondo turno Lula ottenne l’appoggio anche delle forze progressiste del Partito Democràtico Trabalhista (Pdt), del Partido da Social Democracia Brasileira (PSDB), Partido Verde (Pv), Partido Comunista Brasileiro (PCB) e Partido do Movimento Democràtico Brasileiro (PMDB). Il ballottaggio vide la vittoria di Fernando Collor de Mello con uno scarto del 6%. Il candidato vincente, sostenuto dalle oligarchie nazionali, dall’influentissimo gruppo mediatico Globo e dal grande capitale finanziario e industriale, ottenne 35 milioni di voti pari al 53% contro i 31,5 milioni di voti di Lula che si attestò al 47%.

Nei successivi anni di opposizione Lula si affermò come vero e proprio leader politico dapprima creando un governo parallelo ispirato allo shadow cabinet del Partito Laburista inglese e successivamente svolgendo un’importante ruolo nella lotta contro la corruzione che portò all’impeachment del presidente in carica. Con l’obiettivo di creare un’opposizione in grado di formulare politiche di governo alternative, Lula si concentrò sulle istanze sociali. Nel 1993 lanciò una campagna nazionale contro la fame, percorrendo migliaia di chilometri nelle regioni più povere del Brasile al fine di squarciare il velo di la situazione di indigenza in cui vivevano oltre 32 milioni di connazionali.

Nonostante l’enorme lavoro di opposizione, le elezioni presidenziali del 1994 non lo premiarono, anzi segnarono in un certo senso un passo indietro. Ad affermarsi fu un ex ministro del presidente uscente, Fernando Henrique Cardoso al quale veniva riconosciuto un progetto di controllo dell’inflazione conosciuto come Plano Real.

Cardoso, sociologo di origini progressiste fu sostenuto dai partiti conservatori e riuscì ad ottenere una larga vittoria già al primo turno. Il 54,1% dei voti che decretarono l’elezione di Cardoso furono quasi replicati nella riedizione della sfida di quattro anni dopo, che lo portarono a un considerevole 53%. In entrambi i casi Lula fu staccato di oltre venti punti e decise di abbandonare i componenti più estremi e radicali del suo programma: abbandonò sia il suo abbigliamento informale sia il suo progetto di condizionare il pagamento dell’ingente debito estero a una verifica. Spesso gli avversari di Lula avevano avuto buon gioco a ritenerlo il leader destinato a portare disordine e caos nel Paese, ma la situazione favorevole aperta dall’ascesa di Hugo Chavez in Venezuela, dal default argentino e dal fallimento del modello globalizzato neoliberista in America Latina offrì nel 2002 al Pt un’occasione d’oro che Lula seppe cogliere.

Candidatosi per la quarta volta alla presidenza della repubblica, nel 2002 Lula ottenne, dopo tredici anni di rincorsa, la vittoria sul candidato del Partido da Social Democracia Brasileira appoggiato dall’uscente Cardoso. L’elezione del primo presidente del Pt nei suoi ventidue anni di storia, avvenne al secondo turno con il maggior distacco mai ottenuto fra due candidati. La coalizione di Lula, spostatasi verso il centro, ottenne al primo turno oltre il 46% dei suffragi toccando al ballottaggio il 61,3% dei voti contro il 38,7% di José Serra. La scelta di Lula di concedere la vice presidenza all’esponente del Partido Liberal José Alencar rispecchiò la scelta di Lula verso il centro. D’altro canto l’estensione della coalizione al Partido da Mobilização Nacional, il Partido Comunista do Brasil e il Partito Comunista Brasileiro rinnovò la trazione progressista delle alleanze.

Geraldo Alkim, candidato centrista del Psdb affrontato da Lula nella sfida per la rielezione quattro anni dopo, andò solo poco oltre, fermandosi al 39,17% contro la fragorosa riconferma di Lula con il 60,83% al secondo turno. In quella sfida, Lula capitalizzò il consenso ottenuto con l’applicazione della sua agenda di governo.

Lula si concentrò nel suo governo sulla ricerca di una via brasiliana allo sviluppo e sulla lotta alle disuguaglianze e alla povertà.

Negli otto anni della sua presidenza Lula è riuscito a portare 24 milioni di persone fuori dalla miseria, a ridurre la disoccupazione dal 12% all’8% e a creare 12,5 milioni di posti di lavoro. La scolarità ha raggiunto il 90% dei bambini e i redditi sono aumentati.

Con il programma Bolsa Familia fu varato un sistema di welfare e protezione dei redditi a costo di una crescita a ritmi più sostenuti, tale che lo stato sociale arrivò a gravare per il 40% sull’intera economia contro il 20% sul quale si attestano solitamente le spese sociali dei paesi in via di sviluppo.

Nel suo secondo mandato Lula si è concentrato sulla politica energetica del gigante brasiliano. Lo sviluppo del settore energetico nazionale ha rappresentato il vero cavallo di battaglia del Pt messo in atto tramite il Pac (Programa de Aceleração do Crescimento) ed è stato in seguito cavalcato dalle opposizioni giudiziarie durante lo scandalo Lava Jato.

Alla base dell’idea di Lula figurò la diversificazione energetica: grandi centrali idroelettriche, aumento della produzione di etanolo da canna da zucchero, giacimenti petroliferi in mare e la possibile apertura di una terza centrale nucleare. Nel 2008, l’allora ministro dell’Ambiente Marina Silva uscì dal governo in polemica con le grandi opere previste dall’amministrazione a discapito dell’ambiente. Contemporaneamente furono scoperti i giacimenti di petrolio lungo la costa sud-est affidate all’azienda nazionale Petrobras. Anche per questo motivo Lula mantenne una politica estera accorta volta a bilanciare le relazioni con Occidente, Russia, Europa non dimenticando la natura geopolitica dei prezzi energetici.

In anticipo sul resto del mondo il Brasile di Lula si dotò di una strategia di transizione energetica con una serie di programmi di sostegno alle fonti alternative: il Proinfa, con l’obiettivo di promuovere l’energia rinnovabile in relazione alle potenzialità di ogni regione, il Pnpb, programma nazionale per la produzione del biodiesel di cui il Brasile è il quarto produttore mondiale, e il programma Luz para Todos, lanciato nel 2003 con lo scopo di portare energia elettrica agli abitanti delle zone rurali.

La crescita fu favorita con il maxi-progetto PAC (Programa de Aceleração do Crescimento), una strategia di sviluppo infrastrutturale, semplificazione burocratica, valorizzazione e rigenerazione urbana che aveva un budget totale di 646 miliardi di real (353 miliardi di dollari) entro il 2010 ed era il principale programma di investimento dell’amministrazione Lula. Il settore delle infrastrutture sociali e urbane avrebbe ricevuto 84,2 miliardi di real (46 miliardi di dollari).

La controindicazione di queste misure è stata la creazione di una nuova classe media non ancora in grado di disporre del reddito e delle capacità di consumo di quelle di altri Paesi, ma dotata di un welfare alla sua altezza, dalle crescenti ambizioni politiche e sociali che spesso si è sentita trattata, in seguito, come un bacino di pertinenza del Pt per le sue manovre elettorali. Del resto l’intensificazione delle politiche sociali redistributive ha permesso la creazione di uno zoccolo duro di votanti a favore del Pt ed entusiasti sostenitori di Lula che nel momento della fine del superciclo positivo delle materie prime di inizio millennio e delle prime avvisaglie di crisi economica ha però voltato le spalle ai progressisti verdeoro.

Non potendosi candidare per un terzo mandato consecutivo, Lula ha indicato la politica ed economista Dilma Rousseff, ministro della Casa Civil del suo governo (una sorta di figura ibrida tra sottosegretario alla presidenza del Consiglio e ministro dell’Interno italiani, numero due dell’esecutivo) come suo successore designato. La Rousseff ha vinto le elezioni presidenziali nel 2010 e nel 2014 ma, complice la temporanea eclissi di Lula per la risoluzione di un tumore alla laringe insorto nel 2011, ha visto la sua agenda politica condizionata da una difficile gestione delle conseguenze della crisi economica globale che ha toccato il Brasile.

Tra il 2016 e il 2019 per Lula fu la volta di una vera e propria gogna giudiziaria: imputato e processato nel quadro dell’inchiesta Lava Jato sull’ondata di tangenti in America Latina, è stato accusato e condannato per corruzione dal super-procuratore Sergio Moro di aver ricevuto tangenti da Petrobras. L’inchiesta condotta dal giudice Moro – spesso accostato al nostro Antonio Di Pietro – in seguito ministro della giustizia del Brasile nel governo Bolsonaro – sarebbe, secondo quanto rivelato da The Interceptfortemente politicizzata e faziosa.

L’obiettivo dei giudici era fare in modo che Luis Inacio Lula da Silva finisse in carcere e non potesse candidarsi alle elezioni presidenziali del 2018. Questo perché nel frattempo Dilma, travolta dall’inchiesta Lava Jato in forma indiretta, era caduta vittima di una procedura di impeachment ed era stata sostituita dal vicepresidente Michel Temer prima e, dopo le elezioni, da Bolsonaro. Questi ha voluto presentarsi fin dall’inizio come un leader fautore di un populismo giustizialista da un lato e come il portavoce di una volontà di cancellazione dell’agenda sociale del lulismo dall’altro.

Lula ha pagato con il carcere una vera e propria persecuzione giudiziaria: dal 7 aprile 2018 all’8 novembre 2019 è stato detenuto a Curitiba, scontando la pena a 12 anni e un mese per corruzione e riciclaggio, mentre il suo delfino Fernando Haddad risultava il primo candidato del Pt sconfitto alle elezioni dopo 16 anni, perdendo il ballottaggio con Bolsonaro.

Dopo un anno e mezzo nel novembre 2019 è uscito di prigione in attesa della sentenza definitiva, arrivata nel marzo 2021 quando il Tribunale Supremo Federale ha demolito definitivamente l’inchiesta Lava Jato e le accuse nei suoi confronti. Consentendogli, dunque, di ritornare in pista per riconquistare un Brasile che, dopo il dramma della pandemia e anni di recessione, chiede di riavere uno spazio per pensare al futuro. La scommessa di Lula è stata chiara: mostrarsi come la figura in grado di darglielo pur essendo uomo che, ora più che mai, ne incarna tanto il passato prossimo quanto quello remoto.

Nel 2022 Lula è arrivato alla sfida decisiva con Bolsonaro mettendo sul campo una campagna elettorale presentante l’alternativa secca: da un lato il presidente uscente, presentato come incendiario e incompetente, dall’altro il leader redivivo del Pt, capace di riportare speranza e coesione. Una scommessa importante, quella del divisionismo, dato che Lula per sua natura e per la sua storia è diventato personaggio che a sua volta polarizza sentimenti e percezioni.

Per evitare polarizzazioni eccessive Lula si è coperto a sinistra col programma e al centro con le alleanze istituzionali. Come candidato alla vicepresidenza ha scelto dopo un’inedita convergenza l’ex concorrente del 2006 Geraldo Alckmin: l’uomo che meglio ha performato in un testa a testa presidenziale con Lula ha lasciato nel 2021 ha lasciato il Partito Social Democratico Brasiliano dopo 33 anni con il partito e si è unito al Partito Socialista Brasiliano l’anno successivo per essere il compagno di corsa di Lula nelle elezioni presidenziali del 2022.

Lula e il Pt hanno costruito la Federazione del Brasile della Speranza assieme al Partito Verde e al Partito Comunista del Brasile, stretto un’alleanza col Psb e aperto il campo a un’ampia coalizione di forze comprendente piccole formazioni centriste (il Partito Repubblicano dell’Ordine Social e Avante), i cattolici di Agir, vicini alla Teologia della Liberazione e l’alleanza ecosocialista formata dal Partito del Socialismo e della Libertà (PSOL) e dalla Rete di Sostenibilità (REDE).

Il minimo comune denominatore del tandem Lula-Alckmin è stato fin dall’inizio il deciso contrasto all’agenda economica, sociale e strategica del governo Bolsonaro. Una particolare attenzione è stata data al ruolino di marcia di Bolsonaro e del suo governo sul Covid, giudicato disastroso, e sulla tutela dell’ambiente: Lula ha infatti promesso di porre fine all’estrazione illegale di risorse e di combattere la deforestazione. Il candidato di sinistra si è detto a favore della transizione energetica e dell’utilizzo di energia da fonti rinnovabili nelle aree rurali del paese.

Il 2 ottobre 2022 Lula ha prevalso nel primo turno delle elezioni presidenziali ottenendo 57 milioni di voti: sei milioni in più di Bolsonaro, che ha raccolto il 43% dei suffragi, ma non abbastanza per vincere al primo turno. Lula ha superato il 47% ma non il fatidico 50% necessario per la vittoria al primo turno.

Il 30 ottobre Lula ha sfidato Bolsonaro nel decisivo ballottaggio destinato a segnare profondamente la fisionomia del potere nel Paese negli anni a venire, in avvicinamento al quale si sono addirittura rincorse voci di possibili colpi di Stato o di varianti verdeoro della Capitol Hill americana del gennaio 2021. Il risultato è stato al cardipalma. Dopo esser stato avanti per la maggior parte dello scrutinio, attorno a due terzi del campione Bolsonaro è stato sorpassato da Lula, che ha vinto con poco più di un punto e mezzo di margine, col 50,8% contro il 49,2% dell’avversario, il distacco più risicato della storia dei ballottaggi presidenziali brasiliani.

Il primo giorno di gennaio del 2023 sarà dunque per Lula quello del ritorno al potere. E ora la sfida sarà quella di ricucire un Paese che gli ha dato fiducia nella sua componente profonda, rurale e periferica ma che nei grandi centri urbani della classe media creata proprio dal lulismo e dalle sue riforme, San Paolo e Rio de Janeiro in testa, ha votato in maggioranza il suo nemico politico numero uno. Di fronte a un Brasile spaccato mantenere equilibrio e giudizio sarà una sfida anche per il presidente tornato al potere nella fase più critica della storia recente del gigante latinoamericano. Un compito complesso degno di quelli affrontati nei primi Anni Duemila.

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