Militare, tribuno, presidente populista: chi è Jair Bolsonaro

Jair Bolsonaro ha ricoperto la carica di presidente del Brasile dal 2018 fino alla sconfitta elettorale contro Lula, che lo ha sconfitto nell’ottobre 2022 alle elezioni per poterlo sostituire alla carica dal gennaio successivo. Esponente dell’estrema destra, ex militare nazionalista e figura estremamente divisiva, Bolsonaro incarna la complessità e le contraddizioni del gigante latinoamericano.

Classe 1955, nativo dello Stato federale di San Paolo, Bolsonaro ha vissuto la parte più importante della sua formazione nei ranghi dell’esercito brasiliano, frequentando la prestigiosa e antica Academia Militar des Aghulas Negras da cui uscì laureato nel 1977.

Erano gli anni in cui il regime militare instaurato in Brasile nel 1964 portò a un punto massimo la sua presa sul Paese e sulla popolazione. La propaganda della dittatura, guidata negli anni Settanta da Emilio Medici e Ernesto Geisel, celebrava la crescita dell’economia del Paese mentre, nel frattempo, i dissidenti venivano imprigionati e torturati a migliaia. Il regime non raggiunse i livelli di abiezione delle dittature militari cilena ed argentina, ma limitò in maniera forte e drastica i diritti della popolazione brasiliana.

Nel 1979 João Figueiredo, succeduto a Geisel, firmò una legge d’amnistia per i crimini politici commessi dal 1964 in avanti; sei anni dopo, il Brasile oberato da un debito di 90 miliardi di dollari e da una serie di manifestazioni e scioperi conobbe la sua transizione democratica nelle prime elezioni presidenziali libere dopo decenni.

In questo clima agitato Bolsonaro, che servendo nei paracadutisti e nell’artiglieria aveva raggiunto il grado di capitano, ebbe modo di farsi conoscere: nel 1986 denunciò il presunto disinteresse del nuovo governo democratico verso le forze armate, i tagli al personale dell’esercito dovuti a motivazioni economiche e espresse il suo rammarico per la fine del regime castrense in un’intervista alla rivista Veja. La comparsa pubblica di Bolsonaro fu il preludio all’inizio di una carriera politica avviatasi nel 1988 e sempre caratterizzata da una collocazione ben precisa.

Entrato in politica nel Partito Cristiano-Democratico di posizioni fortemente conservatici, ma da allora in avanti pellegrino tra diverse formazioni della destra brasiliana, Bolsonaro fu eletto per la prima volta in Parlamento nel 1991 a Rio de Janeiro, occupando un seggio che da allora ha continuato a detenere.

Nel corso della sua carriera parlamentare a Brasilia, Bolsonaro è stato in continuazione la voce più dura e drastica dell’emiciclo: celebri sono stati i suoi interventi in difesa dell’operato del regime militare, le proposte per la reintroduzione della pena di morte abolita nel 1988, l’invocazione di una politica law and order contro il crimine endemico in Brasile, proposte choc come quella del 2008 per la risoluzione del problema della povertà attraverso la sterilizzazione degli indigenti.

A lungo considerato un personaggio folcloristico dai colleghi, Bolsonaro ha visto trasformate in leggi dello Stato solo due delle 173 proposte presentate in Parlamento nei suoi 27 anni di attività parlamentare. Nel 2014 la sua rielezione come deputato più votato di Rio de Janeiro con 464mila voti era sembrata la vetta più alta raggiungibile nella sua carriera politica, ma da allora in avanti Bolsonaro è diventato una figura centrale nella politica brasiliana. A favorirne l’ascesa sono state la progressiva delegittimazione della classe dirigente del Paese e la sua abilità nel compattare un blocco sociale e politico in suo sostegno in un tempo relativamente breve.

Nel 2018, Bolsonaro è assurto agli onori della cronaca dopo la decisione di entrare nel Partito Social-Liberale come candidato alla presidenza di un Brasile nel pieno caos: dopo l’impeachment velato da trame golpiste della presidentessa Dilma Rousseff, la completa delegittimazione del successore Michel Temer, incastrato in diverse trame e scandali e, soprattutto, l’aumento esponenziale della criminalità che ha portato il numero annuo di omicidi a circa 60mila hanno spianato una vera e propria autostrada per il tribuno di destra.

Per la prima volta nella sua carriera politica, Bolsonaro ha proposto in occasione della sua corsa alla presidenza un’agenda includente al suo interno proposte di riforma economica di spiccata matrice neoliberista: tagli alla spesa pubblica, riforme fiscali, deregulation in diversi settori dell’economia. La triade formata da sicurezza, liberismo economico e conservatorismo sociale, molto spesso marcato da frasi oscene verso le minoranze, ha attratto su Bolsonaro il consenso di una nuova forza politica del Paese: l’elettorato evangelico e pentecostale.

Influenzata dalle idee di estremo individualismo e della “teologia della prosperità” veicolata da diversi predicatori televisivi, fautrice di una concezione altamente pragmatica della fede religiosa, come riportato sul penultimo numero di Limes, la comunità evangelica ha dirottato su Bolsonaro la maggior parte dei suoi voti potenziali, trainandone l’ascesa nei sondaggi. Il candidato della destra ha colto l’importanza di un supporto tanto importante, segnalando il suo legame con l’elettorato religioso nel nome stesso scelto per la coalizione che lo sostiene, “Dio sopra tutto” (Deus acima de todos).

l tentativo di omicidio di Jair Bolsonaro da parte di un aggressore armato di coltello a Minas Geiras avvenuto il 6 settembre 2018 ha scosso la politica brasiliana a poca distanza dalle delicatissime elezioni presidenziali di ottobre. L’attacco al candidato alla presidenza dell’estrema destra, infatti, ha segnalato il grave stato di tensione di cui è preda il gigante latinoamericano, già scosso nei mesi precedenti dalle conseguenze politiche e sociali del processo all’ex presidente Lula, tanto amato quanto contestato, contro il quale Bolsonaro si è spinto a testa bassa

Salvato in ospedale poco dopo l’aggressione, nella notte tra il 12 e il 13 settembre Bolsonaro è stato nuovamente operato d’urgenza. “Il leader dell’estrema destra verdeoro”, scrive Il Sussidiario, “ricoverato presso l’ospedale Albert Einstein di San Paolo, è dovuto tornare nuovamente in sala operatoria a seguito di una tomografia che ha rivelato la creazione di un’aderenza sulla parete dell’intestino tenue, che stava causando un’ostruzione, con il rischio di necrosi. Bolsonaro accusava da ore una fortissima nausea, e i medici, dopo gli appositi controlli, ne hanno scoperta la causa”.

Impossibilitato a proseguire la campagna elettorale dopo l’aggressione, Bolsonaro ha visto i suoi consensi accrescersi quotidianamente dopo l’attentato subito e ha ampliato la sua leadership nelle intenzioni di voto per il primo turno presidenziale passando dal 22-23% medio al 26-30% delle preferenze assieme alla sua formazione conservatrice, il Partito Social-Liberale. L’attentato ha portato sotto i riflettori la sua storia politica, molto spesso controversa. Nel frammentato panorama politico brasiliano, prima dell’attentato subito, Bolsonaro era l’unico candidato ad aver portato in scena una campagna estremamente attiva e partecipata.

“Adorato dai suoi potenziali elettori, che lo accolgono in folle compatte al grido di ‘mito’, è tra i pochi personaggi pubblici a risvegliare simili passioni in un Brasile poco incline a infiammarsi di passioni politiche. I suoi avversari hanno peraltro ribattezzato i simpatizzanti ‘bolsominion’, un riferimento ai minion, i pupazzi gialli e blu che seguono ciecamente il protagonista di Cattivissimo me. Ma il loro profilo è più complesso di quanto appaia”, si legge su Internazionale.

Abilissimo nell’uso dei social network, Bolsonaro ha fondatgo su Facebook e YouTube buona parte della sua comunicazione, e non è un caso che i suoi sostenitori siano più numerosi nel sud del Paese, laddove l’accesso a internet è migliore.

“Influenzati dal mito liberista della meritocrazia”, continua Internazionale, “i sostenitori di Bolsonaro esaltano all’estremo il successo individuale. In un mondo in cui il self-made man è l’ideale assoluto, le politiche di discriminazione positiva, attuate per permettere ai neri di accedere alle università, sono considerate un’ingiustizia che rischia di alimentare il “razzismo dei bianchi che si sentono danneggiati”.

Con le sue nuove proposte economiche Bolsonaro ha convinto alcuni investitori, come la potentissima Confederazione nazionale dell’industria (Cni), ad appoggiarlo e nella composizione della sua possibile amministrazione è partito con una scelta che ricorda le sue radici, nominando il generale in pensione Antônio Hamilton Mourão come candidato alla vicepresidenza.

L’attentato di Minas  Geiras ha portato Bolsonaro vicino alla morte e ha compromesso la sua presenza in campagna elettorale: tuttavia, la base di consenso creata dal candidato si è in un certo senso rafforzata. E questo lo si è visto in occasione del voto dell’ottobre 2018, durante il quale Bolsonaro ha trionfato al primo turno, ottenendo 49 milioni di voti e il 46% dei suffragi, completando l’opera al secondo turno in cui ha battuto col 55% lo sfidante al ballottaggio, l’esponente della sinistra Fernando Haddad.

Sul leader populista folgorato sulla via di Damasco del neoliberismo si sono sommate, tra il 2018 e l’inizio del 2019, in cui Bolsonaro si è insediato alla presidenza, le attenzioni di diversi gruppi di potere.

La triade formata da sicurezza, liberismo economico e conservatorismo sociale, molto spesso marcato da frasi oscene verso le minoranze, ha attratto su Bolsonaro il consenso di una nuova forza politica del Paese: l’elettorato evangelico e pentecostale. A questo si è aggiunto il decisivo sostegno accordato a Bolsonaro da parte della grande impresa agraria, dei fazendeiros che sono stati conquistati dalla proposta di una vera e propria deregulation ambientale e dalla prospettiva di una nuova “corsa all’oro” per l’agrobusiness nelle foreste vergini dell’Amazzonia e nel cerrado del Mato Grosso.

Un ruolo decisivo per l’accreditamento di Bolsonaro di fronte ai mercati brasiliani ed all’élite economica nazionale è stato il sostegno incassato da Paulo Guedes, annunciato come ministro dell’Economia nel nuovo governo del Paese. Guedes,  esponente della scuola economica dei “Chicago Boys” che ebbe il suo capostipite in Milton Friedman, è un economista legato anche alla Open Society di George Soros. Guedes, in ossequio ai dettami della sua scuola, ha proposto per l’agenda di governo di Bolsonaro un programma economico di chiara impronta neoliberista, fondata su drastici tagli alle tasse alle imprese, decurtazioni alla spesa pubblica e ai programmi sociali applicati dal Partito dei  Lavoratori nei suoi anni di governo, apertura agli investitori stranieri e alleanza economico-finanziaria con i potentati occidentali.

Sul fronte geopolitico, Bolsonaro ha annunciato una volta eletto di voler saldare i legami con i leader sovranisti come il presidente Usa Donald Trumpdi voler riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e, per mezzo del figlio Flavio, di considerare la Cina un rivale strategico annunciando perfino la possibilità di ritornare a promuovere l’utilizzo dell’energia nucleare a fini militari.

La natura frastagliata del Congresso brasiliano, la difficile opera di mediazione richiesta e le ambiguità del governo di Bolsonaro hanno reso difficile l’applicazione dell’agenda del presidente. A partire dal suo insediamento Bolsonaro non è riuscito a rivoluzionare l’agenda domestica, pur portando all’incasso alcune proposte come la restrizione delle regole che frenavano la libera circolazione delle armi e la deregulation delle aree indigene, con diversi santuari naturali aperti alla penetrazione agraria.

Le riserve dello Stato di Parà sono state aperte all’estrazione minerarie e secondo diverse fonti il tasso di deforestazione dell’Amazzonia nel primo anno di governo di Bolsonaro è aumentato dell’88%. Duramente criticato dalla comunità internazionale per le posizioni negazioniste sul cambiamento climatico, tra il 2019 e il 2020 Bolsonaro è finito nell’occhio del ciclone per le devastazioni legate ai roghi, molto spesso di origine artificiale, che hanno devastato il “polmone verde” del pianeta.

Le controversie su Bolsonaro sono aumentate dopo lo scoppio della pandemia di Covid-19 che a partire dalla primavera 2020 ha messo in ginocchio il Brasile. La città amazzonica di Manaus è stata la prima a sperimentare una vera e propria catastrofe sanitaria, e di fronte al propagarsi del contagio Bolsonaro ha espresso posizioni critiche o negazioniste del consenso scientifico, difendendo il principio di libertà individuale e di libertà economica di fronte alle richieste di misure restrittive. Bolsonaro ha mirato a salvare l’economia brasiliana, che però ha subito comunque durissimi danni da un virus da lui derubricato a “una banale influenza”. A fine estate 2021 il Covid ha ucciso mezzo milione di brasiliani e il presidente ha sostituito un ministro della Sanità dopo l’altro. Luiz Henrique Mandetta si è dimesso nell’aprile 2020 dopo che Bolsonaro ha rifiutato di introdurre misure di distanziamento sociale; il successore, Nelson Teich, ha gettato la spugna dopo un solo mese per i medesimi motivi. Il successore, Eduardo Pazuello, dopo alcuni mesi ad interim in cui ha espresso, come Bolsonaro, apprezzamento per l’uso terapeutico dell’idrossoclorochina, è stato promosso a ministro nel settembre 2020. Ma a marzo 2021 di fronte alle intemperanze di Bolsonaro si è a sua volta dimesso lasciando spazio al prestigioso cardiologo Marcelo Queiroga, chiamato a rimettere ordine di fronte all’esplosione di una nuova variante e al caos vaccinale.

Nel pieno di una pandemia che non fa sconti, Bolsonaro è allo scontro con le opposizioni e sempre più divisivo. Per il 2022 si è strutturato il percorso verso il redde rationem con l’antico rivale, Lula, tornato nell’agone politico.

Entro la fine di luglio 2021, più membri dell’opposizione hanno iniziato a chiedere il suo impeachment per la sua gestione della pandemia e la diffusione di disinformazione. L’opposizione ha firmato un documento con molteplici accuse, compresa incolpare Bolsonaro per la morte di 500mila brasiliani per il COVID-19, affermando che il suo governo aveva palesemente rifiutato la consulenza di esperti sulla lotta al virus. Bolsonaro aveva nel frattempo Bolsonaro ha sostituito il ministro della Difesa Fernando Azevedo e Silva con Walter Souza Braga Netto; come Bolsonaro, Netto ha celebrato la dittatura militare del 1964-1985 in Brasile. Tra marzo e aprile 2021, dopo la nomina, i capi dell’esercito, dell’aviazione e della marina si dimisero tutti.

Indipendenti dal 2019, il 30 novembre 2021, Bolsonaro e suo figlio, il senatore Flávio Bolsonaro, si sono uniti al Partito Liberale in preparazione delle elezioni generali brasiliane del 2022 (poiché i candidati presidenziali devono essere affiliati a un partito politico). In precedenza aveva preso in considerazione l’idea di tornare ai Progressisti, formazione di destra di cui è stato membro dal 1995 al 2003 e dal 2005 al 2016. Come candidato vicepresidente, Bolsonaro ha scelto il contestatissimo generale Braga Netto.

 

Al voto il testa a testa con Lula si è verificato come da pronostico: Lula, sostenuto dal Partito dei Lavoratori e da un’ampia galassia di forze di sinistra, ha attaccato Bolsonaro per la gestione della pandemia e dell’economia nazionale, sottolineato la presenza di venature autoritarie nella sua leadership e attaccato a testa bassa l’uomo che nel 2018 sul suo processo aveva fatto campagna elettorale.

Per Bolsonaro, invece, Lula è un “ladro” e un “truffatore” e il presidente uscente ha fatto leva sul pericolo di un ritorno al potere della Sinistra per mobilitare i suoi fedelissimi. Al primo turno, tenutosi il 2 ottobre 2022, Bolsonaro si è classificato secondo con oltre il 43% dei voti e 51 milioni di consensi: sei milioni in meno di quelli ottenuti da Lula, oltre il 47% alle urne, ma due in più del primo turno del 2018. Segno che il bolsonarismo è in Brasile per restare.

Il ballottaggio del 30 ottobre lo ha confermato. Bolsonaro ha confermato il controllo delle sue roccaforti: Rio de Janeiro e San Paolo; ha quasi eguagliato i 57,7 milioni di voti del ballottaggio 2018; ha tenuto botta contro sondaggi sfavorevoli. Ma, in ultima istanza, ha perso in volata, battuto da Lula dopo esser stato avanti per la maggior parte dello scrutinio. Attorno a due terzi dello scrutinio Bolsonaro è stato sorpassato da Lula, che ha vinto con poco più di un punto e mezzo di margine, col 50,8% contro il 49,2% dell’avversario. Bolsonaro è diventato il primo presidente dal 1990 a non essere rieletto da candidato in carica. Fernando Henrique Cardoso nel 1998, lo stesso Lula nel 2006 e Dilma Rousseff nel 2014 hanno tutti vinto un secondo mandato quadriennale.

Ciononostante non si può non sottolineare un vero e proprio exploit rispetto alle aspettative. Segno che la destra verdeoro non potrà fare a meno del suo personaggio iconico. Divenuto indispensabile per il suo mondo come il suo principale alleato americano, Donald Trump, lo è diventato per un Partito Repubblicano plasmato dagli anni del governo a sua immagine e somiglianza.

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