Open Society, il leviatano dell’internazionale liberal

In Occidente e in (quasi) tutto il mondo va crescendo in maniera esponenziale il numero di coloro che parlano la lingua del liberal-progressismo, cioè di coloro che credono in cause quali il controllo della popolazione, l’arcobalenizzazione delle strutture sociali, familistiche e legislative e la legalizzazione delle droghe e che, in generale, anelano al superamento di tutto ciò che ha a che fare con il conservatorismo.

La morte delle società conservatrici è un fenomeno che, almeno in parte, è naturale, genuino, fisiologico. Perché le società sono fluide, cangianti e mobili per definizione. Alcune tradizioni diventano dogmi, altre non riescono ad affermarsi che come consuetudine e periscono in quanto transitorie. Altre volte, però, il cambiamento è eteroguidato da regie esterne, menti raffinatissime in grado di dividere, polarizzare e talvolta sovvertire. E quest’ultimo è il caso della rete mondiale Open Society, il motore dell’internazionale liberal-progressista.

La storia delle Fondazioni Open Society comincia fra il 1979, anno della nascita dell’Open Society Fund, e il 1984, quando un investitore di origini magiare proveniente dagli Stati Uniti, e rispondente al nome di George Soros, riuscì ad aprire a Budapest, in collaborazione con l’Accademia ungherese delle scienze, un istituto dedicato alla diffusione dell’ideale della società aperta. Erano tempi difficili, di guerra fredda, ma Soros conosceva l’ambiente in cui era nato e aveva cognizione di quanto radicato ed esteso fosse il malcontento nei confronti dell’Unione Sovietica.

A partire dal 1984, anno della nascita della Fondazione Soros a Budapest, tanti piccoli istituti gemelli avrebbero cominciato ad apparire da parte a parte del Secondo mondo – dal Patto di Varsavia alla Repubblica Popolare Cinese –, arruolando analisti, attivisti e scienziati sociali più accomunati dall’anticomunismo che dall’adesione alla weltanschauung dell’investitore magiaro. Questa rete, come è noto, avrebbe giocato un ruolo determinante nel catalizzare il crollo dell’ordine comunista nell’Europa centrorientale e ivi sarebbe rimasta, espandendosi capillarmente e tentacolarmente a partire dal dopo-Guerra fredda.

Nel 1993, dopo nove anni di attività ininterrotte nello spazio ex comunista, Soros avrebbe infine deciso di porre tutte quelle fondazioni al di sotto di una sola entità coordinatrice: l’Open Society Institute. Un nome mantenuto fino al 2010, anno del cambiamento nell’attuale Open Society Foundations (OSF).

Soros, dell’OSI prima e dell’OSF dopo, non è mai stato il presidente, limitandosi a ricoprire il modesto incarico di direttore generale e ad esserne il principale contribuente – celebre è la donazione di diciotto miliardi di dollari effettuata nel 2017. Primo e storico presidente della rete della società aperta è stato Aryeh Neier, che ha occupato il posto dal 1993 al 2012, quando poi è stato succeduto da Christopher Stone. Quest’ultimo ha lasciato la presidenza a fine 2017, segnando l’inizio di un periodo di ristrutturazione e riforma palesato dai vari cambi avvenuti in cabina di regia in un arco di tempo relativamente breve: fra il 2018 e il 2021, infatti, l’OSF ha avuto ben due presidenti, Patrick Gaspard e Mark Malloch-Brown.

L’OSF è la seconda rete nongovernativa più ricca degli Stati Uniti in termini di budget – superata soltanto dalla Fondazione Bill e Melinda Gates – ma è, come si evince dal suo stesso sito web, “il più grande finanziatore privato di gruppi indipendenti che lavorano per la giustizia, la governance democratica e i diritti umani”.

Operante in oltre 120 Paesi, ovverosia in tre quarti del pianeta, la rete OSF gestisce, offre servizi di consulenza e/o finanzia università private – la Central European University –, think tank, organizzazioni nongovernative e realtà della società civile. Una ramificazione globale per scopo e natura alla quale si affianca una campagna di reclutamento non meno pervasiva, e neanche meno ambiziosa, che si basa sull’erogazione di migliaia di borse di studio su base annuale.

Nei soli Stati Uniti, dove ha luogo la stragrande maggioranza degli esperimenti condotti dall’OSF al fine della costruzione di un modello funzionante di società aperta, la creatura di Soros investe mediamente un quinto di tutto il denaro messo a disposizione annualmente per finanziare programmi, borse di studio ed entità di varia natura. Nello specifico, l’OSF accredita denaro sui conti delle più influenti fondazioni e organizzazioni liberal-progressiste, tra le quali la pro-aborto Planned Parenthood, la pro-immigrazione Alliance for Citizenship e la pro-lgbt Tides Foundation, ed è in prima linea nel supportare – con denaro, avvocati e lobbisti – i movimenti per la riforma del sistema giudiziario, per la ristrutturazione delle forze dell’ordine e per la giustizia razziale.

Gli Stati Uniti della contemporaneità, in sintesi, debbono ciò che sono in larga parte all’operato indefesso dell’infaticabile OSF, che ha inculcato la visione del mondo di Soros nelle menti e nei cuori di milioni di americani, che sono sempre più liberal e sempre meno conservatori.

Tra le centinaia di entità sui cui conti è giunto denaro da parte dell’OSF, e che sono note per il coinvolgimento in rivoluzioni colorate e cambi di regime, figura e risalta il National Democratic Institute – che in Nicaragua ha storicamente finanziato il fronte anti-sandinista e che in Venezuela ha foraggiato e addestrato l’antichavista Unità Nazionale.

Vicinanza al NDI a parte, sono i valori, le attività e gli obiettivi statutari dell’OSF che hanno creato disagio, discordia, perplessità e finanche paura dentro e fuori l’Occidente, specie in quelle realtà dove conservazione e tradizione continuano a costituire le colonne portanti e le stelle polari di gente comune, ambienti culturali e classi politiche.

Accusate di condizionare le masse con il fine ultimo della destabilizzazione politica, cioè del cambio di regime, nel corso degli anni Dieci del Duemila le organizzazioni legate alla rete OSF sono state dichiarate indesiderate, e quindi chiuse, in Pakistan, Russia e Turchia, ricevendo attacchi e subendo pressioni per le medesime ragioni un po’ ovunque, dall’Europa – in particolare in Macedonia del Nord, Polonia, Romania e Ungheria – all’Asia – come in Myanmar all’indomani del colpo di Stato del 2021.

In Europa, o meglio nell’Unione Europe a, la battaglia contro l’OSF e la “sorosizzazione delle società” è stata avviata da Fidesz, il partito di Viktor Orban, che il boicottaggio di questo amplificatore del liberal-progressismo ha cominciato negli anni della crisi dei rifugiati e che da allora non ha più abbandonato, come palesato dalla chiusura della sede magiara della Central European University e dall’entrata in vigore della cosiddetta “legge anti-Soros” sulla regolamentazione delle organizzazioni nongovernative.

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