Peronismo: la cifra della politica argentina

Il peronismo è stato definito dal semiologo Jesús Martín-Barbero come una tipologia di organizzazione del potere, avvallata dalle aspirazioni popolari, e sancita da un accordo fra lo stato e le masse. A settantasette anni dalla sua entrata nella storia, in Argentina continua a suscitare passioni e polemiche, e l’approvazione di un’alta percentuale della cittadinanza. Il logo del campionato mondiale di calcio del 1978 riprende la celebre immagine del saluto di Juan Domingo Perón alla folla, con le braccia tese sopra la testa. Ecco la storia di un movimento che ha segnato il Paese.

Sebbene si sia scritto di milioni di individui concorsi nella Plaza de Mayo il 17 ottobre del 1945, per il giorno della lealtà, in realtà, al raduno che pretese le dimissioni del governo eletto nel 1943, e la liberazione del generale Perón, ne parteciparono poco più di 200 mila. In un’epoca lontana dall’immediatezza e la capacità di convocazione dei social media, è comunque una cifra significativa, considerando che molti raggiunsero Buenos Aires a piedi nel caldo estivo. I sindacati avevano convocato uno sciopero, gli operai aprirono un’era.

Al di là dei numeri, tuttavia, questo momento della fondazione del peronismo è stato decisivo per lo sviluppo della democrazia argentina. La base dei dimostranti era costituita da lavoratori immigrati, disprezzati e invisibilizzati nei programmi economici e sociali. La mobilitazione rivelò l’urgenza delle classi subalterne di un inquadramento che le desse identità e la forza che può essere espressa solo dalla collettività su obiettivi comuni.

La nascita del movimento è legata alla crisi della “decade infame”, intercorsa dal 1930 al 1940. Questa fu segnata da corruzione, frodi elettorali, designazione arbitraria di funzionari pubblici vicini alle oligarchie, e la negazione dei diritti umani per la maggioranza ridotta in povertà. Fra lo scontento proletario e le proteste della società civile, nel 1943 un colpo di stato militare, nazionalista e anti-comunista, depone il presidente Ramón Castillo.

Perón è parte del gruppo di ufficiali golpisti. Si occupa del ministero del lavoro e della previdenza. In un secondo momento, diventa ministro della guerra e vicepresidente. Chiude accordi con associazioni patronali che risultano favorevoli per i lavoratori sfruttati. Coglie da subito le opportunità offerte dai neonati mezzi di comunicazione e dalla loro funzione persuasiva.

Si rivolge alla maggioranza orfana di rappresentazione per assimilarla al manifesto nazional-popolare e alle sue ambizioni. La radio è il veicolo per toccare in maniera capillare le centinaia di migliaia di analfabeti, con un linguaggio semplice e un tono paternalistico. Dai microfoni, Perón illustra i decreti da lui promossi per i diritti dei lavoratori, promettendo di convertirli in legge.

Con l’uso mirato dei media, e l’appoggio della chiesa cattolica, la notorietà e l’autorità di Perón vanno alle stelle, mettendo in allarme gli impresari agricoli e dell’allevamento, che temono di perdere il controllo delle risorse all’origine della loro ricchezza, e importanti comparti dell’esercito. Il governo vacilla e si arriva a dover operare un cambio al vertice, ma a ottobre del 1945 Perón rinuncia ai suoi incarichi, per pressione dell’opposizione e per calcolo. Viene poi dichiarato agli arresti.

Questo avvenimento mette fine alla Revolución del 43. I diseredati si sentono traditi, non vogliono perdere l’unica speranza di vedere migliorate le proprie condizioni di vita. Stanchi di essere calpestati diventano una moltitudine incontenibile e l’anno dopo Perón vince il suffragio nazionale con il 56 per cento dei voti.

 

Il termine peronismo si applica sia a un periodo sia a un’ideologia. Il periodo è quello marcato dalle presidenze di Perón, dal 1946 al 1952, dal 1952 al 1955, e dal 1973 al 1976. L’ideologia è quella della “terza via economica”, alternativa al liberalismo e al marxismo, che hanno contraddistinto il contesto del XX secolo.

Rimanda a un nazionalismo-personalista che unisce in forma sincretica pezzi di socialismo, corporativismo, capitalismo e patriottismo. Sul versante economico, si ispira alla dottrina dirigista di Franklin Delano Roosevelt. Privo di un riferimento unitario, il peronismo è stato di ispirazione per partiti argentini di sinistra e di destra. Lo stesso Perón si è mosso con disinvoltura da un lato all’altro nel corso della sua traiettoria.

L’azione di governo si contraddistingue per essere capitalista intervenzionista. La sostituzione, in Argentina, del modello agro-esportatore, con uno improntato sulle importazioni, permette al peronismo una convergenza di interessi con la borghesia industriale. Concreta, sopra ogni cosa, un esercizio orientato a forgiare consumatori, invece che una società libera.

Giustizia sociale, e nesso con il socialismo e il sindacalismo, sono elementi imprescindibili. La giustizia è resa possibile dalla mediazione statale, utile ai fini di allentare le tensioni peculiari della relazione fra il capitale e il quarto stato, affinché questo abbia garanzie sufficienti per produrre senza provocare rotture. La genesi del “giustizialismo”, nella denominazione del partito di Perón, sta nella fusione di giustizia e socialismo.

Le organizzazioni sindacali, strumenti della lotta di classe, concepiti alla fine del XIX secolo, da socialismo e anarchismo, si tramutano in meccanismi al servizio del giustizialismo. Attraverso una manovra di cooptazione, passano a essere istituzioni preposte a negoziare benefici economici. Il peronismo fagocita la loro ontologia e ne riforma ruolo e finalità, neutralizzando la confrontazione orizzontale operaia e la sua visione di un diverso ordine sociale.

Il partito laburista argentino si scioglie e integra il partito giustizialista. Nella costituzione del 1949, viene plasmata la funzione sociale della proprietà e il compito dello stato di comporre i conflitti e livellare le disuguaglianze. Vengono nazionalizzate le imprese dei servizi – acqua, gas, telefono, ferrovie – realizzando una sintesi perfetta fra industria pubblica e lavoratori. Si avvia un ampio processo di redistribuzione della ricchezza, grazie alle abbondanti riserve di oro e valuta straniera. Viene limitata la libera concorrenza e istituito il monopolio del commercio estero.

Perón è stato un capo carismatico che ha riunito in sé potere politico e militare, tipico dei caudillos latinoamericani. Sul piano internazionale ha sostenuto il distacco dall’influenza degli Stati Uniti e una posizione di non allineamento ai blocchi filosovietico e filoamericano nella guerra fredda. Ha incarnato uno stile verticalista, che ha determinato la chiusura di testate giornalistiche, persecuzione di oppositori, e un culto della personalità coltivato attraverso le istituzioni educative.

Durante la seconda guerra mondiale, l’Argentina era la sesta potenza mondiale, ma di fronte a continue ondate migratorie, l’esodo verso l’urbe di contadini affamati, e la costante crescita demografica, si profila la necessità di un criterio condiviso di nazione che coadiuvi la marcia del progresso e la modernizzazione. Questa omogeneizzazione di aspetti culturali e valoriali si cementa nell’allegoria di Perón e sua moglie, Evita.

Perón è un personaggio ambivalente. Rivendica la radice cattolica, ammettendo che il suo programma sociale, economico e internazionale, è basato sulle encicliche dei pontefici, rifiuta il ripristino della pena di morte. Le intenzioni cristiane si accompagnano, però, alla protezione dei nazisti in fuga dall’Europa, e viene accolto in esilio dal dittatore Francisco Franco, il quale ne faciliterà il rientro in patria e il ritorno sulla scena politica.

Dalle sue origini alla contemporaneità, il peronismo non solo dà voce al popolo, è il popolo stesso. Non è un partito come gli altri, è l’ideologia della nazione, la nazione stessa. Questa appropriazione apre il campo a una dicotomia, dove gli avversari rappresentano interessi alieni e contrari a quelli della gente e il progetto comune. Il peronismo è intrinsecamente populista.

Si basa su una idea provvidenziale della storia, come palestra della lotta del bene-noi contro il male-gli altri. Le sue tensioni massime sono il bene collettivo, l’armonia e l’unanimità. In questo senso, è un fenomeno a pulsione totalitaria. Se il popolo è buono e il peronismo è il popolo, il dissenso non è parte della dialettica politica, è una patologia. Si tratta di una religione politica: lo stato non è arbitro, ma strumento di conversione, mediante la scuola, la stampa, il servizio militare.

Il peronismo è un fenomeno corporativo che pone al centro della comunità organizzata i corpi sociali, non gli individui. Ciò si riflette nella divisione dei poteri, esecutivo, legislativo e giudiziale. Nei fatti, questa è fragile, perché, in ultima istanza, inconcepibile. L’ideologia è il fattore-valore unificatore naturale e necessario.

In Argentina, si sono susseguiti governi, nazionali e locali, di ascendenza peronista. Nuove correnti ne vanno adeguando l’ideologia, non discostandosi dall’archetipo giustizialista. In tal modo, si può parlare, pur con grandi variazioni, che vanno dal consenso di Washington all’allineamento sull’asse Russia-Cuba, dei mandati di Carlos Menem (1989-1999), Eduardo Duhalde (2002-2003), Néstor Kirchner (2003-2007), Cristina Fernández de Kirchner (2007-2015), e Alberto Fernández (in carica dal 2019). Per esempio, la dinastia politica Kirchner, alla quale si è aggiunto il figlio maggiore Máximo, con la potente Cristina, burattinaia dell’attuale governo, ha dato origine alla cosiddetta versione “K” del peronismo.

I principali ingredienti consistono nel proposito dichiarato di volere dar risposta alle rivendicazioni popolari e nel carattere personalista della proposta. Il primo è spesso tradotto in espedienti acchiappavoti e un estremo assistenzialismo statale, per l’ascesa e la conservazione del potere, piuttosto che in un autentico ascolto dei bisogni espressi dai settori vulnerabili, e la ricerca di una soluzione efficace dei loro problemi. Il secondo suscita un rapporto di dipendenza dal leader unico, al quale i votanti si sottomettono, con atteggiamenti che arrivano al fanatismo.

La concentrazione nella volontà del popolo e nella legittimità di una sola figura, pur essendo un rischio per qualsiasi progettualità di lunga durata, accende una spirale dove simbolizzazione e simbiosi assumono proporzioni formidabili, a cui non arrivano altre strategie per il consenso. A ciò si somma il ricorso aggressivo della comunicazione, volto alla creazione e il mantenimento di una narrazione in cui l’elettorato si specchia pedestremente. Il peronismo, inoltre, ancora il proprio vantaggio nell’implementazione di strategie keynesiane di corto raggio che riattivano l’economia in momenti critici, malgrado non generino cambi strutturali.

Esperimenti alternativi per fomentare la partecipazione civile hanno fallito. Il gradimento sociale del radicalismo, per esempio, si è deteriorato per mancanza di adattamento alle sfide attuali, mentre il peronismo ha provato la propria continua flessibilità e sempiterna inossidabilità. Con quasi vent’anni di gestione -più del lasso coperto dai militari della Revolución Libertadora, la rivoluzione argentina e la fase di ricompattazione- il radicalismo viene doppiato dal peronismo in larga misura.

Anzitutto, l’Argentina presenta una complessità storica e psicosociale che gira intorno all’avvento di una guida benevola con fini superiori. Ne sono esempio alcuni cartelloni, affissi per le strade di Buenos Aires, che ringraziano la discussa Cristina Fernández, oggetto di diverse cause giudizarie, first lady, presidente, e ora vice-presidente, per “l’amore” dispensato alla nazione, così come Evita fu la madre della patria. Si tratta di un processo di sacralizzazione della politica, il travaso nella laicità di un immaginario di tipo maternale-religioso retto da un sistema di simboli e riti. Il peronismo è un culto secolarizzato, la fede di una nazione. E le religioni sono millenarie.

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