Russia, un antico avversario chiamato separatismo

La Russia è il Paese più vasto del mondo. Il suo territorio va dal Baltico fino al Pacifico, e dall’Artico fino al Mar Nero, passando per gli Urali, la Siberia e l’Estremo Oriente. A livello prettamente numerico, la Federazione russa ha un’estensione di 17.864.345 km² e, per intenderci, il secondo Paese più esteso del pianeta, ossia il Canada, ha una superficie grande la metà di quella russa. Ma, contrariamente alla canadese, quella russa è una vastità costellata di contraddizioni.

Luogo comune vuole i russi come bianchi, più nello specifico slavi, e fedeli del Cristianesimo ortodosso. Ma non è così. Perché l’homo russicus, più che europeus, è eurasiaticus. Nel suo dna si trovano tracce della storia del mondo. Nel suo viso si possono scorgere tratti norreni, perché erede di Rurik, come mongolici, in quanto toccato da Gengis Khan, ma anche turchici, ché la leggendaria valle di Ergenekon corrisponderebbe all’Altaj. E tenere unito questo guazzabuglio di identità, anche in ragione dell’eccezionale ampiezza del territorio, mai è stato facile per il potere centrale.

Ottomani. Polacchi. Britannici. Persiani. Tedeschi delle ere guglielmina e nazista. Giapponesi. Cinesi. Statunitensi. Lunga è la lista di coloro che, nel corso della storia, hanno provato a sconfiggere la Russia senza combatterla, destabilizzandola internamente soffiando sull’insofferenza e sul rancore di quei popoli che, assoggettati al potere di Mosca nell’era dell’espansionismo degli Zar avviato nel XVI-XVII secolo, mai hanno digerito il loro inglobamento nella russosfera.

Separatismo armato, lo spettro più temuto dal Cremlino. I rivali della Russia hanno tentato di agitarlo, di trasformarlo in un distruttivo poltergeist, in occasione di guerre e momenti di debolezza. E questo ha cagionato, nei secoli, lo sviluppo di una peculiare sindrome di accerchiamento: atelofobica e paranoide. La Russia diffida di tutti, in primis di se stessa.

Separatismo armato, onnipresente presenza demoniaca che, dopo un ventennio di dormiveglia, ha ricevuto linfa vitale dalla guerra in Ucraina e dalla sequela di eventi ivi galvanizzata. Nuovi ma vecchi movimenti terroristici vanno riapparendo. Inediti eppure antichi secessionismi stanno risorgendo. E stavolta, complice il declino della “Russia bianca” e causa l’approssimarsi del redde rationem tra il Momento unipolare e la Transizione multipolare, ripararsi dalle spade di Mansur e dalle grida di Turan sarà più arduo che in passato.

Russia, non un paese come tanti altri, ma una “civiltà unica”, “a se stante”, “distinta dall’Europa” e incarnante le mille anime dell’Eurasia, parola di Vladimir Putin, che ha trascorso gli anni successivi al 2012, cioè il dopo-Medvedev, a popolarizzare la tesi, presso accademia e opinione pubblica, dell’eccezionalità russa. La Russia, non un paese come tanti altri, ma un mondo. Il mondo russo (Русский мир).

C’è sicuramente del vero nelle tesi che sorreggono l’impianto dell’eccezionalismo russo, l’equivalente in salsa eurasistica, plasmato dalle idee di Lev Gumilëv, dell’eccezionalismo americano. Lo suggeriscono i numeri sul pluralismo linguistico e sulla multiculturalità della Federazione, all’interno della quale si parlano più di 135 idiomi e coesistono oltre 190 gruppi etnici. Numeri che, se analizzati, confutano facilmente il luogo comune della Russia quale nazione bianca, slava e cristiana. Ché la Russia, invero, è tanto slava quanto turca, e tanto cinese quanto mongola.

Le oltre trentunomila chiese ortodosse fanno della Russia una Terza Roma, mentre i circa venticinque milioni di musulmani e le quasi diecimila moschee la rendono una Seconda Mecca. Ma lei, la Russia, è molto di più: il riconoscimento del buddhismo quale una delle quattro fedi tradizionali e la presenza di circa trecento templi la rendono una seconda Bodhgayā, mentre la storia e un oblast – la Provincia autonoma degli Ebrei – raccontano del suo desiderio di ergersi a nuova Gerusalemme.

Per capire come la Russia sia diventata ciò che è oggi, ossia la più grande multinazione del globo, è necessario un ripasso di storia. L’impero russo, durante il regno di Ivan il Terribile, inizia a spingersi verso sud e verso est. L’obiettivo è quello di avere uno sbocco sul Mar Nero e una porta sul Medio Oriente. La ricerca del caldo, nelle acque e nella terra, come motivo conduttore delle imprese dell’homo russicus.

Questo è il contesto che, nei due secoli successivi, porterà i russi a issare la loro bandiera sugli altipiani del Caucaso, eterogeneo (e bellicoso) crocevia di civiltà, etnie e clan culturalmente distanti dal mondo slavo. Verso est, al di là della catena montuosa degli Urali, la Russia riuscirà gradualmente ad accedere agli immensi e vergini giacimenti di risorse della Siberia e dei territori contigui, entrando in contatto con diverse categorie di popolazioni e famiglie linguistiche: indoariane, mongoliche, siberiane, turche, uraliche, ma anche coreane e tunguse.

Con l’avvento dell’Unione Sovietica, complice la memoria delle interferenze straniere nelle periferie irano-turco-turaniche, una delle principali preoccupazioni della nuova dirigenza comunista sarà proprio quella di garantire l’unità e di preservare l’integrità territoriale della nuova entità simil-imperiale sorta dalle ceneri dell’Impero russo. Obiettivo: riformare la divisione amministrativa per addormentare le spinte nazionalistiche, in potenza disgregatrici, provenienti dai popoli più facinorosi del defunto impero.

Riformare per sopravvivere. Sarà all’insegna di questa meta che la neonata Unione Sovietica verrà ridisegnata attraverso la creazione di quindici entità autonome. Un ridisegnamento che, però, scontenterà parecchi gruppi a causa della frequente discordanza tra confine territoriale e comunità etnica, con il risultato di avere delle repubbliche federate teoricamente omogenee ma in pratica pluralistiche. Una circostanza che poi, con la fine dell’Unione Sovietica nel 1991, avrebbe dato vita a numerosi conflitti.

La Federazione Russa, in qualità di principale raccoglitrice dell’eredità storica e politica dell’Unione Sovietica, ha assunto sin dai primordi le sembianze di un calderone di déjà-vu e contraddizioni. Ingredienti in grado, se male mescolati, di creare una pietanza velenosa. Scenario che il Cremlino ha contrastato disegnando quarantasei oblast, ventidue repubbliche, nove kraj, quattro circondari autonomi, tre città federali e un territorio autonomo; suddivisione rispecchiante la necessità di dare ampia autonomia ad alcuni territori, specie se a maggioranza o forte componente non-slava, e che in alcuni casi è fonte di privilegi, dalla cultura – come l’affiancamento al russo dell’idioma locale – alla politica – come la possibilità di avere una propria agenda estera.

Secondo le statistiche delle autorità di Mosca, oggi, nella Federazione si troverebbero complessivamente più di 190 gruppi etnici, il più diffuso dei quali è, ovviamente, quello russo – costituente l’80% della popolazione totale. Percentuale che sale all’83% sommando a questa base gli ucraini, presenti in circa tre milioni, ma che potrebbe essere falsata dal metodo di calcolo impiegato dagli addetti al censo. Perché i censimenti in Russia tendono a rispecchiare più la composizione linguistica che quella etnica, il che significa conteggiare come russo anche chi russo non è, ma soltanto russofono.

Al di là dei margini di errore delle statistiche governative, il quadro etnico del Paese è incredibilmente variegato. Dopo i russi, la seconda più grande famiglia etnica della Federazione è rappresentata da quella turco-mongola, i cui membri compongono l’8-10% della popolazione complessiva, coi tatari, grosso modo basati nella repubblica autonoma del Tatarstan, a guidare la classifica – primo popolo turcico in termini assoluti, con circa 5,5 milioni di persone, e secondo gruppo etnico maggioritario.

La terza famiglia più numerosa è quella dei popoli irano-caucasici, protagonizzata da ceceni, ingusci e avari. A seguire, infine, una costellazione di gruppi etnici e microfamiglie linguistiche: dagli indoariani agli uralici. Popoli in molti casi divisi dalle origini, ma accomunati dalle ambizioni: la separazione della Russia.

Fare luce sulla composizione etnica della Russia è il primo passo verso la comprensione della sua natura: una multinazione frammentata su linee di faglia etno-religiose. Frammentazione che ha la forma di una ripartizione in due blocchi, una Russia europea e una Russia asiatica, se l’oggetto dell’analisi è l’intera struttura. E che assume la forma di un’atomizzazione, una pluralità di Russie, man mano che si scende verso un livello analitico di tipo micro.

Le due Russie. La Russia europea comprende i nuclei storici della nazione russa ed è abitata soprattutto dai russi etnici. Appare come un blocco omogeneo, sebbene tale caratteristica vada lentamente evaporando, incardinato sul binomio slavità-cristianità. La Russia asiatica, al contrario, è il tetto semi- e sottosviluppato sotto al quale è agglomerato il grosso delle popolazioni di origine mongola, turca, siberiana e uralica. Con la catena montuosa degli Urali come parete divisoria, che, però, al tempo stesso non è quella stereotipata produttrice di cesure nette.

La complessità della Russia può essere colta pienamente soltanto scendendo di livello analitico: dal macro al micro. Cosa che permette, in primo luogo, di capire come non manchino le minoranze anche all’interno della Russia europea. Sia sufficiente, ad esempio, pensare al Tatarstan: repubblica federata che ospita la seconda etnia più numerosa della Federazione, quella cioè dei tatari, che giace nel circondario federale del Volga ed è, quindi, formalmente parte della Russia europea. Senza dimenticare il Caucaso settentrionale, caotica accozzaglia popolata da oltre cinquanta gruppi etnici.

Natalità e immigrazione stanno contribuendo a complessificare ulteriormente la demografia delle due Russie, liquefacendone quei caratteri identitari che sono alla base della loro distintività. Babele. Russi etnici che si trasferiscono tra Siberia ed Estremo Oriente su spinta degli incentivi governativi. Popoli del Caucaso settentrionale che si spostano lungo l’asse Mosca-San Pietroburgo alla ricerca di condizioni lavorative e di vita migliori. Centroasiatici che, profittando del regime di movimento dell’Unione Economica Eurasiatica, vanno popolando i cuori pulsanti della Russia europea.

La differenza tra le due Russie è, ancor prima che etnica, sociale ed economica. La Russia europea, pur occupando solo un quarto dell’intero territorio della Federazione, ospita i tre quarti della popolazione totale. Ed è qui che hanno sede le principali città e i principali centri industriali. Perciò è un magnete per i moti migratori interni e transcontinentali. Gli Urali come parete divisoria, più che fra etnie, tra redditi: ad ovest ricchezza e opportunità, ad est povertà e semi-sviluppo.

Il divario tra le due Russie, risalente ai tempi delle avventure coloniali degli Zar e che nessun piano quinquennale ha mai risolto, si è palesato con forza allo scoppio della guerra in Ucraina. Quando il richiamo della paga, più che del conflitto, ha attratto migliaia di giovani provenienti dalle periferie della Russia europea e dalle terre più povere della Russia asiatica, in particolare da Baschiria, Buriazia, Calmucchia, Cecenia, Daghestan e Jacuzia.

Buriazia e Daghestan hanno funto da principali centri di arruolamento sin dagli albori della guerra, registrando non a caso i due più alti tassi di letalità pro capite. In Calmucchia si è assistito allo spopolamento di interi villaggi – ridimensionamenti demografici con punte del 20%. Mentre l’elevata presenza dei ceceni in trincea, tra volontari – più di 1.300 –, cooptati coercitivamente e Kadyroviti, ha informalmente reso l’Ucraina una “terza guerra cecena”. Ma la mobilitazione a spese delle minoranze non è avvenuta indolore.

Con l’incedere del conflitto, e davanti all’inevitabile aumento dei giovani tornati a casa nelle bare, le periferie della Russia europea e della Russia asiatica hanno cominciato a lamentarsi. Lamento che, represso nel peggiore dei casi e inascoltato nel migliore, si è trasformato in grido – grido di rivolta. Proteste organizzate da comitati per i diritti umani contro gli effetti perversi del conflitto: l’incidentale pulizia etnica di caucasici, mongoli, siberiani e turchici. Resistenza dalla mobilitazione, oppure fuga. E, sullo sfondo, la (ri)comparsa di organizzazioni terroristiche, eserciti di liberazione e di sigle per l’autodeterminazione.

Tra le due Russie, la cui relazione mai è stata semplice, dal 24.2.22 è (di nuovo) situazione dinamitardica. Situazione che pur essendo lontana dai livelli della grande rivolta delle periferie del 1916, l’Urkun, è comunque suscettibile di innescare una primavera di separatismo armato di eltsiniana memoria dagli altipiani della Ciscaucasia alle foreste ghiacciate dell’Estremo Oriente. Vincere la Russia senza combatterla, o meglio combattendola al suo interno, fino all’ultimo ceceno, o fino all’ultimo circasso. Prospettiva che il Cremlino teme, come Putin ha evidenziato più volte nel corso della guerra – accusando l’Occidente di complottare per l’implosione della Federazione –, e che gli Stati Uniti e i loro alleati più radicali non negano di desiderare – come comprovato dal corteggiamento ucraino dell’Ichkeria e dal Forum delle nazioni libere di Russia.

Se appaiono variegata la composizione etnica e incendiaria la situazione ad est degli Urali – dove il regionalismo è di casa dalla prima parte dell’Ottocento –, in Ciscaucasia il panorama è finanche più sfaccettato e complesso. La Ciscaucasia è dove vive a stretto contatto una moltitudine di genti, ossia più di cinquanta gruppi etnici, che mai ha saputo fare tesoro dell’agglomerazione – debolezza che i rivali della Russia hanno provato a sfruttare a più riprese.

Scrivere della questione ciscaucasica, che nasce in simultanea all’inglobamento della regione nell’Impero russo, equivale a dire Cecenia. La terra più infiammabile del Caucaso settentrionale e, per certi versi, dell’intera Federazione. Terra mai doma, impossibile da cristianizzare, né tantomeno da russificare, e sempre permeabile a malevoli infiltrazioni straniere. Una bomba a orologeria che esplode a cadenza regolare: il Jihād dello sceicco Mansur a fine Settecento, la proclamazione dell’Imamato del Caucaso a inizio Ottocento, l’adesione alla Guerra santa turco-tedesca e la formazione dell’Imamato del Caucaso settentrionale e della Repubblica delle montagne durante la Prima guerra mondiale, la grande rivolta degli anni Quaranta – aiutata dal Terzo Reich – e le due guerre cecene – combattute con l’aiuto dei servizi segreti turchi e dell’internazionale jihadista.

Ma il nazionalismo ceceno non è mai stato l’unico problema della Russia nel Caucaso settentrionale. Perché Circassia, Inguscezia e Daghestan hanno resistito all’assimilazione, e in seguito approfittato dei momenti di debolezza del potere centrale, non meno violentemente e non meno frequentemente della Cecenia.

In Circassia è vivo il ricordo del genocidio zarista, datato è il legame con Ankara e rinascente è il nazionalismo dalle aspirazioni autonomistiche – che, non a caso, ha attratto l’attenzione del Cremlino. L’Inguscezia è stata tra gli epicentri della stagione di terrorismo della prima era Putin, culla del sanguinario Vilayat Galgaycho, e per un breve periodo vittima di una guerra civile. Il Daghestan ha avuto il suo Mansur, il mullah Ghazi, regista di una guerra santa nell’Ottocento, e ha storicamente seguito le tendenze del vicinato, aderendo all’Imamato del Caucaso, alla Repubblica delle Montagne e alla stagione di insurgenza a cavallo tra il Novecento e il Duemila. E i sottoboschi separatistici di tutte e tre le repubbliche, insieme a Cecenia e altri, hanno messo a dura prova l’unità multinazionale e l’integrità territoriale della Russia nel corso del suo primo ventennio di vita.

Una così vasta estensione territoriale è certamente un punto di forza per la Russia. Molte delle sue risorse naturali, quali gas e petrolio, si trovano nelle regioni siberiane e dell’Estremo Oriente. Al tempo stesso, però, l’enormità del territorio è anche una debolezza. Come dimostrato dal fatto che l’Unione Sovietica prima e la Federazione Russa dopo hanno sempre avuto nel pluralismo identitario una sorte di ventre molle.

Se è vero che le questioni etniche non sono state determinanti per il crollo dell’Unione Sovietica, ma al contrario sono esplose con irruenza successivamente, lo è altrettanto che la Federazione Russa ha assistito sin dai primordi a tentativi terzi di dividerla, o comunque indebolirla gravemente, attraverso l’assecondamento delle sue forze estremistiche.

Il Caucaso settentrionale è stato il teatro che, più di ogni altro, ha creato grattacapi alla Russia. L’insurgenza terroristica degli anni Novanta e dei primi Duemila come remake geopolitico della resistenza all’espansionismo zarista dello sceicco Mansur, dell’imam Şamil e del mullah Gazi: turchi e sauditi in luogo di ottomani e britannici, mujaheddin al posto dei volontari. Nomi ricorrenti – l’imam Şamil nell’Ottocento, il terrorista Şamil a cavallo tra fine Novecento e inizio Duemila. Ideologie simili – ieri il muridismo, oggi wahhabismo e qutbismo. Bollettini di guerra: più di un milione di morti durante l’insurgenza ottocentesca, oltre duecentomila tra il 1990 e il 2015.

Tatarstan e Crimea, terre del popolo tataro, costituiscono un altro problema per la sicurezza nazionale e l’integrità territoriale della Russia. Luoghi permeabili alle infiltrazioni straniere, in particolare dell’Islam radicale di origini turca, pakistana e saudita, sono noti all’apparato securitario per gli elevati tassi di radicalizzazione religiosa, la presenza di partiti e movimenti secessionistici, come il Centro Pubblico Tataro (ATPC) e l’Associazione della Gioventù Tatara Azatlyk, e per il radicamento di gruppi terroristici, come Hizb al-Tahrir (HT), in odore di qaedismo e appoggiati esternamente da Occidente e Turchia.

Vale la pena focalizzarsi per un momento su HT. Trattasi di un’entità controversa che, sebbene sia accusata di attività terroristiche in lungo e in largo lo spazio postsovietico (e non solo), risulta libera e legale in Occidente e dintorni. La sua principale sede extra-asiatica si trova a Londra, mentre Ankara ha storicamente svolto la funzione di balcone del gruppo sul triangolo Balcani-Caucaso-Ucraina. Diametralmente opposta è la visione che la Russia ha di HT: un’organizzazione terroristica i cui membri hanno prima partecipato attivamente all’insurgenza caucasica e hanno successivamente investito nella radicalizzazione della gioventù e nel risveglio dei sentimenti indipendentistici tra regione del Volga, Caucaso settentrionale e Siberia. Sullo sfondo del suo attivismo in Crimea, dove HT proselitizza tra i tatari, ha legami con Ankara – che suol protestare ad ogni operazione antiterrorismo – ed è stato protagonista di sabotaggi e attentati falliti.

La situazione non è meno esplosiva tra Siberia ed Estremo Oriente, dove i regionalismi – laici, etnici e religiosi – sono di casa sin dalla prima metà dell’Ottocento e dove, a partire dal 2014, si è assistito ad un crescendo di tensioni tra le autorità e le popolazioni locali trainato dall’insofferenza di queste ultime nei confronti dell’economia stagnante e del trasferimento di ricchezza e risorse verso i grandi centri della Russia europea. Una questione vecchia come la Russia: l’est che sfama l’ovest, che a sua volta ritiene tutto ciò che giace a oriente degli Urali come selvaggio e di seconda classe, mentre terzi provano a trarre profitto dal litigio dei due – ieri tedeschi, britannici, ottomani e persino giapponesi, oggi statunitensi e turchi.

Il persistente sottosviluppo che affligge Siberia ed Estremo Oriente è il motivo principale alla base della proliferazione di voglie di autonomia, che non di rado sono sfociate e sfociano in vere e proprie richieste di indipendenza. Lo ricordano la breve epopea della Repubblica siberiana, nata e morta nel 1918, e l’odierna presenza di una costellazione di movimenti per l’autodeterminazione dei popoli siberiani ed estremorientali, tra i quali la Fondazione Buriazia Libera, con sede negli Stati Uniti, comparsa allo scoppio della guerra in Ucraina e in prima linea nel coordinamento della resistenza locale contro la coscrizione.

Il separatismo made abroad come evidenza lapalissiana della maledizione del loop temporale che condanna la Russia a vivere all’interno di un enorme déjà-vu. Nel 2017 il Congresso dei popoli schiavizzati della Russia, nel 2022 il Forum delle nazioni libere di Russia. Le insurgenze del Caucaso settentrionale a cadenza regolare. E dove ieri cercarono i tedeschi tra le due guerre mondiali, gli ottomani durante le grandi rivolte antizariste dell’Ottocento e i britannici nel contesto del Torneo delle ombre, provano oggi gli Stati Uniti e i loro alleati più radicali. Epoche differenti, medesima aspettativa: sottomettere la Russia senza muoverle guerra direttamente, ma combattendola fino all’ultimo caucasico, o fino all’ultimo siberiano. Perché, come insegna l’eterno Sun Tzu, mettere in ginocchio un nemico colpendone i talloni d’Achile è la migliore delle vittorie.

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