Benedetto XVI, il Papa-teologo

Benedetto XVI è una figura a suo modo unica nella storia della Chiesa e un personaggio cruciale per l’era presente. Primo Papa a dimettersi dai tempi medievali, primo pontefice “emerito” della storia della Chiesa, stratega della Chiesa globale di Giovanni Paolo II da cardinale e grande difensore della tradizione cattolica da pontefice, teologo studioso della figura di Gesù e della presenza di Dio nella storia prima dell’ascesa nella gerarchia episcopale prima, pontefice controcorrente proprio perchè conservatore poi, Ratzinger è difficilmente inquadrabile in precise coordinate politico-religiose.

A quasi 95 anni Joseph Ratzinger, nato il 14 aprile 1927 a Marktl, nel cuore cattolico tedesco della Baviera, parla e fa ancora parlare di sé. Dai tentativi di strumentalizzazione della sua figura contro Papa Francesco agli assalti della Chiesa “scissionista” del suo Paese natale, Benedetto XVI è spesso salito alla ribalta delle cronache suo malgrado. Ma dal profondo silenzio in cui si è ritirato dopo le dimissioni dal soglio pontificio nel 2013 ha continuato a far sentire il suo pensiero con pochi, mirati scritti, condensato di una cultura profonda e perennemente stimolata dalla curiosità.

Figlio di una famiglia profondamente cattolica, Ratzinger si avviò fin da giovane alla carriera ecclesiastica. Dopo una fugace esperienza da giovane coscritto negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale, che non lo vide mai coinvolto in scontri a fuoco nell’ultima ora della Wehrmacht, nel 1946 s’iscrisse all’Istituto superiore di filosofia e teologia di Frisinga, ove studiò filosofia e teologia cattolica, ma ben presto, nel 1947, decise di prendere i voti e si trasferì nel seminario Herzogliches Georgianum di Monaco di Baviera, un seminario interdiocesano dove confluivano tutti i candidati al sacerdozio della Baviera, e continuò gli studi di filosofia e teologia presso l’Università Ludwig Maximilian di Monaco.

Il 29 giugno 1951 fu ordinato sacerdote assieme al fratello maggiore Georg e due anni dopo discusse una tesi sul concetto del rapporto tra popolo e Dio nel pensiero di Sant’Agostino, la cui profonda teologia sociale sarebbe stata una sua guida per il resto della carriera. Agostino, ha scritto Gianni Valente in Ratzinger professore, è un modello per Ratzinger, quasi un paradigma della sua esperienza umana. Da Papa lo ha indicato come “un buon “compagno di viaggio” nella mia vita e nel mio ministero”, dichiarando di stimare la  sua “teologia molto personale”, la sua volontà di cercare il disegno di Dio nella storia e negli eventi umani. E non a caso Ratzinger avrebbe sempre studiato, con grande attenzione, il segno di Dio nella ricerca scientifica (celebri i suoi studi di Bohr, Heisenberg e dei grandi padri della fisica quantistica), nel dialogo con il mondo extra-religioso, nel confronto con la società civile.

Ratzinger, secondo il segretario particolare monsignor Georg Gänswein, ha sempre identificato sé stesso nella definizione agostiniana di “grande bambino di Dio” che, “con una mitezza disarmata”, come sant’Agostino, “appassionatamente anela di giungere finalmente a quel “sempre” di cui si dice nel Salmo 105: “Cercate sempre il suo volto”.

Filosofia, religione, cultura: il pensiero di Ratzinger, acuto e pungente, gli permise di apparire come un innovatore in una Chiesa che marciava verso il Concilio Vaticano II, tanto che il modernismo che avrebbe in futuro molto avversato fu, da diversi suoi critici, indicato come la sua ideologia di riferimento. Le migliori facoltà di studi teologici si contendevano il giovane teologo bavarese, che nel maggio 1957 ottenne la cattedra di teologia fondamentale presso l’Università di Monaco e sette mesi dopo iniziò a insegnare teologia dogmatica e fondamentale presso l’Istituto superiore di teologia e filosofia di Frisinga. Divenne professore all’Università di Bonn nel 1959 e la sua lezione inaugurale fu su Il Dio della fede e il Dio della filosofia. Nel 1963 si trasferì all’Università di Münster e sei anni dopo, nel 1969, tornò in Baviera, chiamato dall’Università di Ratisbona.

La fama per Ratzinger venne anche grazie al suo ruolo di consulente del Concilio Vaticano II, che lo portò a sviluppare “un pensiero che parte da tutta la vastità della Tradizione cristiana, e in base a essa cerca di descrivere la costante ampiezza delle possibilità ecclesiali”, presentando la Chiesa come corpo vivo nella storia, capace di adattarsi al mondo.

Ratzinger, ha ricordato La Stampa, ha vissuto il serrato tourbillon di “iniziative, sessioni di lavoro, brainstorming e elaborazioni di documenti a stretto contatto coi più grandi pensatori del mondo cattolicoi del XX Secolo, da Congar a Rahner, da Frings a Volk, da De Lubac a Danièlou”. Da cardinale Prefetto dell’ex Sant’Uffizio ha legato il suo nome al Catechismo della Chiesa cattolica, pubblicato nel 1992 per riproporre in maniera sistematica il depositum fidei alla luce del Vaticano II. Da Papa ha provato a risanare lo scisma coi tradizionalisti lefebvriani, esponendosi alle accusa di aver aperto alla Chiesa dell’anticoncilio” che non trova riscontro nella realtà dei fatti.

Nel marzo 1977 Papa Paolo VI nominò Ratzinger arcivescovo di Monaco e pochi mesi dopo, a giugno, lo scelse per entrare a far parte del collegio cardinalizio definendolo “un insigne maestro di teologia”.

Nel 1978 fu tra i cardinali che promossero l’elezione al soglio pontificio di Giovanni Paolo II, il quale tre anni dopo lo chiamò a Roma, costituendo il sodalizio che fino al 2005 avrebbe retto la Chiesa cattolica: Ratzinger fu il vero stratega del pontificato globale di Papa Giovanni Paolo II, ne curò l’attento bilanciamento tra chiara posizione dottrinale e vocazione universale, ne strutturò la posizione anticomunista senza fargli perdere la vocazione sociale, ne guidò la dinamicità nell’era post-conciliare. Dal 1981 Ratzinger fu prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, presidente della Pontificia commissione biblica e della Commissione teologica internazionale. Da cardinale è stato ritenuto una personalità illuminata che aveva permesso l’ingresso di ricercatori, giornalisti, storici e teologi nella sua congregazione, concedendo loro l’accesso anche all’Archivio della Congregazione della Dottrina della Fede. Il 22 gennaio 1998, ad esempio, la congregazione guidata da Ratzinger rese disponibili tutti i documenti della Santa Inquisizione precedenti alla morte di papa Leone XIII nel 1903.

Sempre più centrale nella visione del pontificato, Ratzinger divenne sempre più intimo del papa polacco mano a mano che le condizioni di salute di Giovanni Paolo II si aggravavano. Nell’aprile del 2005, poche settimane prima della sua morte, lo sostituì nelle cerimonie del Venerdì Santo e, in seguito alla sua scomparsa, il 19 aprile 2005 fu eletto papa. Scelse come nome Benedetto XVI

 

Benedetto XVI resse la Chiesa per otto anni tra la morte del carismatico Giovanni Paolo II e l’ascesa di Papa Francesco. Associata soprattutto alle sue dimissioni del febbraio 2013, la portata storica del pontificato di Ratzinger è stata in realtà ben più articolata.

Il pontificato ratzingeriano è stato quello che ha inaugurato una vera e propria battaglia alla pedofilia: Benedetto XVI ha inasprito tutte le norme canoniche in tema di pedofilia, raddoppiando la prescrizione (da dieci anni a venti) e consentendo così di punire casi vecchi di decenni, anche quando per le leggi civili non erano più giudicabili. Inoltre, è stato il Papa che ha ridotto allo stato laicale i colpevoli in presenza di prove evidenti.

Benedetto XVI ha voluto ricomporre lo scisma post-conciliare; ha portato in campo un dialogo a tutto campo con le grandi potenze del pianeta, come gli Stati Uniti e la Russia; ha alzato l’asticella dei valori non negoziabili per la teologia cattolica.

Benedetto XVI è stato il primo pontefice a introdurre una teologia ambientale anticipando Francesco e ha avanzato una serie di letture critiche dell’ideologia neoliberista che ha amplificato la forza della critica di Giovanni Paolo II. Ratzinger condannò a suo tempo il comunismo definendo l’Unione Sovietica “una vergogna dei nostri tempi”, ma dopo l’ascesa al soglio pontificio ha invitato a coordinare il libero mercato con il senso di responsabilità dell’uno verso l’altro.

Convinto assertore del rapporto dialettico necessario tra Fede e Ragione, si è sottolineato su “Osservatorio Globalizzazione”, “Benedetto XVI ha indicato sempre nell’uomo il fine dell’azione evangelizzatrice e del ragionamento della dottrina sociale della Chiesa”. Summa di questa complessa visione “è l’enciclica Caritas in veritate, pubblicata nel 2009, definibile senza alcuna remora una delle opere più fondamentali per l’evoluzione del pensiero economico nel XXI secolo. L’enciclica, “erede della Popolorum progressio di Paolo VI e della grande produzione sociale di Giovanni Paolo II, teorizza il rifiuto dell’accumulazione capitalistica” compiuta riducendo lo spazio d’azione dell’uomo e la sua autonomia. Ribadisce la centralità del lavoro, difende l’economia civile fondata su dono e gratuità come antitesi a quella puramente competitiva dell’era neoliberista. Mario Draghi, ai tempi governatore della Banca d’Italia, commentò per l’Osservatore Romano il lavoro di Ratzinger sottolineando come il portato principale dell’enciclica fosse la presa di consapevolezza del fatto che ogni decisione economica ha conseguenze di carattere morale.

Secondo lo storico ed economista Giulio Sapelli “la Caritas in veritate indica che ci può essere una formazione economico-sociale oltre al capitalismo”, esaltando la pluralità delle forme di organizzazione, dall’impresa sociale alla cooperazione. L’accademico torinese ha ricordato il contributo essenziale dato da Ratzinger al pensiero economico, dato che dall’alto del suo ruolo pontificale Benedetto XVI “ha denunciato la finanza fine a se stessa, la speculazione, la disoccupazione. La Caritas in veritate è animata da un vero e proprio atto d’accusa contro l’accumulazione capitalistica e il profitto fine a sè stesso”.

Per Ratzinger lo sviluppo non si può ridurre alla mera crescita economica e, affinché ci possa essere autenticità esso deve essere integrale, volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. “Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera”, scrive Ratzinger rifiutando la dottrina individualista del neoliberismo e indicando la strada dell’identificazione di una doppia radice, antropologica e teologica, nella risposta ai problemi globali.

In sostanza, il progetto principale del pontificato di Benedetto XVI è stato il recupero dell’ancoraggio della Chiesa cattolica alla cultura occidentale e di un concetto integrato di ragione umana. John Waters ha scritto su Il Foglio parole importanti sulla grande inattualità di Ratzinger, “preoccupato dalla possibilità che l’Occidente cadesse in un nuovo periodo buio proveniente dai laboratori scientifici, dai media mendaci, dalla perversione dell’istruzione universitaria, dalla corruzione della democrazia parlamentare, dalla crescita insidiosa dell’influenza ideologica delle Nazioni Unite – tutti quei pilastri della dittatura del relativismo” da lui più volte denunciati. Inattualità, quella ratzingeriana, tale da rendere quasi rivoluzionari alcuni suoi discorsi, come quello pronunciato nel 2012 sul diritto a non emigrare, che gettava una luce importante sul ruolo dell’Occidente nel causare l’emigrazione di massa dall’Africa attraverso politiche incapaci di liberarla dalla trappola del sottosviluppo.”

Anche dopo il suo ritiro quasi monacale dopo le dimissioni dal pontificato, “benedettino” nel senso primigenio del termine, Ratzinger non ha smesso di produrre scritti e pensieri sui temi di sua attenzione. Fornendo dall’esterno sostegno alla marcia della Chiesa nell’era Bergoglio e scansando ogni tentativo tardo-reazionario di contrapporlo a Francesco. Soprattutto, continuando nell’inesauribile dialogo tra fede e ragione che lo ha ispirato per tutta la vita, con la curiosità del bambino degli scritti di Sant’Agostino in perenne ricerca del senso più profondo dell’esistenza.

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