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La crisi dei missili di Cuba, spiegata

La crisi dei missili di Cuba costituisce uno degli eventi più controversi della Guerra fredda. Avviene tra l’agosto e il novembre del 1962 nel contesto di uno scontro molto aspro, sotto il profilo politico, tra Stati Uniti e Unione sovietica. Un confronto che porta nei primi anni ’60 a una veloce corsa agli armamenti. La crisi scoppia quando Washington teme il posizionamento di missili nucleari sovietici nell’isola di Cuba, da alcuni anni guidata dal governo comunista di Fidel Castro. Una mossa, quella di Mosca, in risposta al posizionamento di armi nucleari Usa in Europa. Durante il periodo della crisi, il mondo sembra molto vicino a una Terza guerra mondiale. Le tensioni si dipanano dopo il ritiro degli armamenti sovietici da Cuba.

Nel 1962 il mondo è guidato dal nuovo equilibrio internazionale sorto dopo la seconda guerra mondiale. Un equilibrio costituito principalmente dal confronto tra le due superpotenze: Stati Uniti da un lato, Unione sovietica dall’altro. La prima è a capo di un’alleanza sorta nel 1949, denominata Nato. La seconda invece è capofila del cosiddetto “Patto di Varsavia”, il quale racchiude i Paesi comunisti dell’Europa dell’est.

Dalla crisi di Berlino del 1949, passando per la guerra di Corea tra il 1950 e il 1953, arrivando fino ai primi contrasti in Vietnam registrati nel 1962 (i quali sfoceranno poi nella lunga guerra del Vietnam), a livello internazionale più volte già si è assistito a confronti diretti o per procura tra forze occidentali e forze comuniste.

La tensione cresce sul finire degli anni ’50, quando sia Mosca che Washington danno il via a una vera e propria corsa agli armamenti. Sono quelli nucleari soprattutto a destare il maggiore interesse. Entrambe le potenze vogliono dotarsi di equipaggiamenti atomici tali da creare un’imponente forza di deterrenza. Gli Usa in quel momento sembrano più avanti dei rivali sovietici, ma il leader del Cremlino, Nikita Kruscev, dichiara a inizio anni ’60 che nell’Urss i missili “vengono prodotti come salsicce”. Segno della volontà di colmare il distacco con gli statunitensi.

Nel novembre del 1960 gli Usa vivono un’intensa campagna elettorale, una delle più importanti del dopoguerra, in cui a contrapporsi sono il democratico John F. Kennedy e il repubblicano Richard Nixon. Durante i dibattiti ampio spazio viene dato al timore che i sovietici possano realmente assottigliare il divario missilistico nucleare, in quel momento a vantaggio degli Stati Uniti. Nella corsa alla Casa Bianca a spuntarla è John F. Kennedy, il quale promette di agire contro la possibile rimonta sovietica nella corsa alle armi atomiche.

In quest’ottica, il nuovo presidente Usa dispone il posizionamento di diverse testate nucleari in Europa. E, in particolar modo, in Italia e in Turchia. Una circostanza che preoccupa e non poco Mosca. I missili statunitensi posizionati nel cuore del Mediterraneo rendono potenzialmente molto vulnerabile il fianco occidentale dell’Unione Sovietica.

Nikita Kruscev pensa quindi a una risposta. L’occasione è data dalla presenza, a 300 km dalle coste della Florida, di una grande isola caraibica dal 1959 in mano a un governo comunista. In quell’anno infatti Fidel Castro, a capo di una rivoluzione contro il generale Battista (vicino agli Usa), prende il potere. Una circostanza vista con sospetto da Washington, tanto che nel 1961 Kennedy dà il via libera a un’operazione militare sull’isola.

L’intervento Usa però fallisce e gli statunitensi vengono respinti nella cosiddetta “battaglia della Baia dei Porci” dell’aprile del 1961. Fidel Castro non solo mantiene il potere, ma appare anche maggiormente rinfrancato dalla vittoria militare. Kruscev da Mosca pensa quindi, nei primi mesi del 1962, alla possibilità di piazzare a Cuba i propri ordigni nucleari.

Aleksandr Ivanovic Alekseev, ambasciatore sovietico a L’Avana, dichiara al leader del Cremlino il proprio scetticismo sulla possibilità che Castro accetti una proposta del genere. Il motivo è dato dai timori del presidente cubano di essere considerato un vassallo di Mosca. Tuttavia Kruscev invia propri emissari nella capitale cubana. A far pendere l’ago della bilancio a favore della sua proposta è il timore di Castro di essere nuovamente invaso dagli Stati Uniti. Per cui lo schieramento sull’isola delle armi sovietiche ha in tal senso la funzione di deterrenza.

Kruscev in tal modo può mandare i missili verso Cuba, ottenendo così un importante potenziale successo nella corsa agli armamenti. L’Unione Sovietica, essendo molto indietro rispetto agli Usa sullo sviluppo dei missili intercontinentali, può replicare all’invio di armi americane in Europa portando a pochi chilometri dalla Florida i missili balistici a media gittata. Vuol dire quindi che, in caso di guerra atomica, Mosca si trova nelle condizioni di rispondere alla pari.

L’operazione per portare a Cuba gli armamenti assume il nome in codice di Anadyr e permette l’arrivo dei primi arsenali sull’isola l’8 settembre e il 16 settembre. I carichi arrivano via mare, ma già in estate a Cuba sono presenti funzionari e tecnici sovietici per l’installazione delle rampe e per l’organizzazione logistica dell’arrivo dei missili. Movimenti che non passano inosservati all’intelligence di Washington.

Gli Usa a Cuba, nonostante la sconfitta dell’anno precedente, nel 1962 hanno diverse spie. Queste ultime segnalano strani movimenti a Washington. Decollano perciò gli aerei spia Lockheed U-2, il cui compito è quello di perlustrare i siti dove si sospetta la collocazione di testate nucleari. Ad agosto gli U-2 fotografano la presenza di aerei MiG-21 e di bombardieri leggeri Ilyushin Il-28. Si tratta di mezzi sovietici di cui nei mesi precedenti non si ha notizia del loro arrivo a Cuba. Secondo il direttore della Cia, John A. McCone, la loro presenza non è affatto casuale. E così il mese di agosto scrive una nota al presidente Kennedy in cui, tra le altre cose, si fa notare che “tali apparati hanno senso solo se Mosca intendesse usarli per proteggere una base per missili balistici rivolti agli Stati Uniti”.

Il mese di agosto del 1962 può quindi considerarsi come il momento in cui inizia la crisi dei missili. Indiscrezioni appaiono sulla stampa e tra i deputati statunitensi e primi timori di una escalation non sono esclusi tra gli analisti. Tuttavia il 4 settembre John F. Kennedy spiega al Congresso di non avere alcuna prova della presenza a Cuba di “missili offensivi”.

I servizi segreti tuttavia continuano a raccogliere informazioni. I sospetti aumentano, al pari delle pressioni interne alla Casa Bianca per pianificare azioni di risposta. Mosca intanto nega ogni coinvolgimento. Il 7 settembre, l’ambasciatore sovietico alle Nazioni Unite, Anatolij Federovic Dobrynin, rassicura sul fatto che a Cuba non si sta fornendo alcuna arma offensiva, bensì solo difensiva. A ottobre è lo stesso Kruscev, tramite l’ambasciatore a Washington, a negare consegne di armi atomiche a L’Avana. Il mondo però inizia a trattenere il fiato: la possibile presenza di missili a Cuba monopolizza la scena mediatica e fa aumentare timori in seno all’opinione pubblica, soprattutto in occidente, di un possibile scontro nucleare.

Una svolta arriva il 14 ottobre. Un volo di un aereo spia U-2 individua una postazione, in fase di costruzione, idonea a ospitare missili balistici. Le fotografie approdano alla Casa Bianca e a quel punto iniziano, tra i collaboratori stretti del presidente Kennedy, le discussioni su come procedere. Nei giorni successivi le prove sui sospetti Usa aumentano. Il 19 ottobre un altro aereo spia individua almeno quattro postazioni missilistiche operative.

La prima reazione della Casa Bianca è improntata alla riservatezza. Il primo governo a essere informato delle novità è quello britannico e le comunicazioni a Londra vengono inviate solo il 21 ottobre. Nella settimana che intercorre tra il 14 ottobre e il 21 ottobre i maggiori responsabili della sicurezza prendono in esame, come trapelato successivamente da diverse inchieste giornalistiche, almeno quattro opzioni. La prima riguarda un bombardamento a tappeto di Cuba volto a distruggere le installazioni missilistiche. La seconda invece ha a che fare con un’invasione su larga scala dell’isola. Tuttavia l’uso della forza, dopo l’insuccesso del 1961 alla Baia dei Porci, viene scartato in primis dallo stesso Kennedy. C’è poi l’idea di rivolgersi alle Nazioni Unite e infine quella del blocco navale. A passare è quest’ultima ipotesi. Il sospetto è infatti che gran parte del materiale militare inviato dall’Unione Sovietica arrivi via mare. Con il blocco è quindi possibile fermare i rifornimenti verso L’Avana.

La mattina del 22 ottobre sui media viene annunciato, per la serata, un discorso televisivo di Kennedy. Negli Usa, così come in Europa, si guarda con attenzione all’evolversi della situazione. Si intuisce che oramai la crisi sta arrivando in un punto molto critico. Nel suo discorso alla nazione, Kennedy conferma la presenza di missili nucleari sovietici a Cuba e annuncia la decisione relativa al blocco navale, chiamato però “quarantena”. Un termine non casuale: l’espressione blocco navale equivarrebbe a una vera e propria dichiarazione di guerra a Cuba, con il rischio di una risposta da parte di Mosca. La quarantena viene istituita attorno l’isola con le acque “chiuse” in un raggio di 800 miglia dalle coste.

Inoltre, il presidente Usa condanna l’azione sovietica e quello che chiama “inganno” da parte delle autorità del Cremlino. Al termine del discorso, Kennedy dichiara di aver messo in allerta le forze armate, oramai “pronte a ogni evenienza”. A quel punto in tutto il mondo il rischio di una guerra appare molto forte. Lo testimonia anche il livello di allerta Defcon 2 (il secondo più alto in una scala da 5 a 1) delle forze armate Usa. L’allerta viene innalzata anche in Unione Sovietica.

Negli Stati Uniti così come in Europa scattano in molte città le prove di evacuazione e di fuga nei rifugi in caso di attacco atomico. Nel Vecchio Continente vengono riaperti alcuni vecchi rifugi costruiti durante la seconda guerra mondiale. Il panico quindi prende decisamente il sopravvento. Nella sede delle Nazioni Unite il 25 ottobre si svolge una sessione straordinaria e di emergenza del consiglio di sicurezza. Qui, durante una drammatica seduta, l’ambasciatore Usa, Adlai Stevenson, mostra le prove fotografiche della presenza a Cuba di piattaforme missilistiche.

Attorno l’isola si forma un enorme cordone di navi militari Usa che di fatto impediscono alle navi sovietiche di entrare. Mosca invia sottomarini nell’area e la presenza di mezzi navali statunitensi e sovietici in uno stretto specchio d’acqua attorno Cuba alimenta i timori di uno scontro ravvicinato. L’apice della tensione si raggiunge il 27 ottobre. Quel giorno un aereo spia Usa viene abbattuto sui cieli di Cuba, un altro invece viene intercettato nello spazio aereo sovietico. In quelle ore sembra iniziato il conto alla rovescia prima di uno scontro diretto armato atomico tra le due superpotenze.

Lo spettro di una guerra nucleare però permette alla diplomazia di avanzare. Da molte cancellerie internazionali si invoca una soluzione pacifica al fine di evitare uno scontro che avrebbe probabilmente cancellato l’umanità per come fino ad allora conosciuta. Il panico, in poche parole, in questo caso spinge le varie parti in causa al buon senso.

Risulta particolarmente attiva in queste ore la diplomazia vaticana. Papa Giovanni XXIII scrive una lettera, inviata all’ambasciata sovietica a Roma e diretta a Kruscev, in cui si esprime preoccupazione per quanto sta avvenendo. “Noi chiediamo a tutti i governi – scrive il Pontefice – di non rimanere sordi a questo grido di umanità e di fare tutto quello che è nel loro potere per salvare la pace”. Un messaggio reso noto nel 1971 e pubblicato in diverse testate giornalistiche. La Santa Sede avvia contatti anche con Washington. Del resto Kenendy è il primo presidente cattolico degli Stati Uniti e la speranza covata in ambienti vaticani è che questo dettaglio faciliti la mediazione.

Ancora oggi sono pochi i dettagli conosciuti riguardo i contatti tra le parti. Alcuni storici danno molto credito all’opera diplomatica del Vaticano, supportata dal governo italiano guidato in quel momento da Amintore Fanfani. Come prova si fa riferimento alla presenza a Washington, nella mattinata del 27 ottobre, di Ettore Bernabei, uomo di fiducia di Fanfani, incaricato di riferire della disponibilità italiana ad accettare l’allontanamento dalle basi della penisola degli ordigni Usa.

Quest’ultima è la condizione posta dai sovietici in una delle due proposte fatte pervenire da Mosca a Washington tra il 26 e il 27 ottobre. La prima riguarda il via libera dei sovietici al ritiro dei missili da Cuba, in cambio della promessa statunitense di non invadere l’isola e non attaccare il governo di Fidel Castro. La seconda, per l’appunto, riguarda il ritiro degli ordigni nucleari Usa da Italia e Turchia.

Nel giorno dell’abbattimento dell’aereo spia sui cieli di Cuba e quindi all’apice della tensione causata dalla crisi dei missili, il presidente Kennedy accetta pubblicamente la prima proposta sovietica. La Casa Bianca quindi si impegna a non attaccare L’Avana, in cambio del ritiro dei missili di Mosca. Il giorno dopo però lo stesso Kennedy invia il fratello, Robert Kennedy, all’ambasciata sovietica di Washington per annunciare l’intenzione dell’amministrazione Usa di accettare anche la seconda proposta, seppur in forma non pubblica ma privata. Vale a dire che gli Stati Uniti ufficialmente si impegnano da subito a prendere atto del ritiro dei missili da Cuba e, nel giro di un anno, ufficiosamente si impegnano a ritirare i propri ordigni presenti tra Italia e Turchia.

Alla luce dei nuovi fatti, il 28 ottobre Nikita Kruscev annuncia ufficialmente il via libera dato al ritiro dei missili sovietici da Cuba. La tensione si distende e il mondo inizia a capire di aver evitato una terza guerra mondiale. Il blocco navale Usa viene ufficialmente ritirato invece il 20 novembre, quando la Casa Bianca giudica veritiero lo smantellamento degli arsenali sovietici presenti sull’isola.

Terminata la crisi dei missili, gli strascichi di quei tribolati giorni di ottobre vanno avanti però anche negli anni successivi. Secondo diversi analisti, alla fine i fatti di Cuba indeboliscono entrambi i principali protagonisti: Kennedy viene preso di mira dai “falchi” della sua amministrazione per non aver usato il pugno duro e per aver, dopo diversi mesi, smantellato l’arsenale Usa da Italia e Turchia; dall’altro lato, i falchi del Cremlino giudicano umiliante il dietrofront di Kruscev con il ritiro dei missili da Cuba.

Ad ogni modo, dopo la crisi viene attivata una “linea rossa” diretta tra Washington e Mosca con il fine di prevenire ulteriori futuri simili incidenti. Inoltre si avvia una fase di distensione della guerra fredda, destinata a durare fino alla fine degli anni ’70.

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